Home News Ecco perchè il ‘fiscal compact’ non basta per risolvere i guai dell’Europa

Le finta soluzione alla crisi fiscale europea

Ecco perchè il ‘fiscal compact’ non basta per risolvere i guai dell’Europa

0
2

La deludente asta dei bond governativi della Spagna questa settimana è un segno di ciò che è destinato ad accadere: se i governi europei su cui pesa il debito obbligazionario non riusciranno a riordinare le proprie situazioni finanziarie interne, i ‘vigilantes’ dei bond dovranno intervenire, facendo pressione per risolvere il problema.

I capi di stato europei, tuttavia, sembrano ancora pensare che la soluzione sia più unità politica, piuttosto che da una disciplina finanziaria individuale. Effettivamente, 25 dei governi della zona-euro stanno lavorando per raggiungere il “fiscal compact”. Il suo obiettivo scritto sarà prevenire il ripetersi di un devastante aumento dei debiti sovrani, che ancora stanno minacciando la solvenza di quelle nazioni.

Purtroppo, ci sono talmente tanti punti di debolezza nel trattato che non permetteranno un maggior successo sulla prevenzione di estesi deficit nei bilanci dal precedente Patto per la Stabilità e la Crescita, velocemente abbandonato dopo la violazione delle sue regole da parte di Francia e Germania.

La rapida crescita del debito sovrano europeo ha le sue origini nell’adozione dell’euro nel 1999. Il cambio a una valuta unica è stata la causa di una violenta caduta dell’inflazione in Stati come Grecia, Italia e Spagna. Il tasso d’inflazione più basso ha portato, a sua volta, al crollo dei tassi d’interesse sui titoli di stato. I governi hanno deciso di reagire ai tassi d’interesse più bassi richiedendo prestiti per finanziare l'espansione dei loro programmi sociali.

Il problema del debito è stato ulteriormente aggravato dal comportamento delle famiglie, che volendo cogliere l’occasione di prendere mutui a tassi d’interesse più bassi, hanno causato il boom del mercato immobiliare. Con lo scoppio della bolla dei prezzi delle case, le banche che avevano concesso i prestiti si sono trovate in difficoltà. I governi in Irlanda e Spagna hanno salvato quelle banche, aumentando di molto il proprio debito sovrano.

Sorprendentemente, i mercati globali finanziari fecero finta di non vedere durante quegli anni la rapida crescita di quei debiti sovrani, e hanno trattato allo stesso modo, come se tutti fossero stati altrettanto solidi, tutti i titoli di debito della zona euro. I tassi d’interesse sui titoli di Stato di Italia e Spagna sono rimasti solo di pochi punti base più alti dei titoli di stato tedeschi fino a dopo il 2009, quando la Grecia ammise di aver mentito sul proprio debito e il proprio deficit. I tassi d’interesse di diverse nazioni esterne sono saliti di colpo a livelli che, se prolungati nel tempo, avrebbero significato l’insolvenza degli stati.

Questi governi hanno intrapreso azioni politiche per persuadere i mercati che i loro deficit si sarebbero ridotti e che il loro debito sul Pil si sarebbe abbassato. I mercati finanziari hanno risposto con una diminuzione nei tassi d’interesse sul lungo termine. Per esempio, la remunerazione dei titoli di stato italiani a 10 anni è scesa fin sotto il 5% d’interesse da oltre il 7%. Ma gli alti rendimenti che la Spagna ha dovuto pagare questa settimana dopo la sua non certo smagliante asta dei titoli di Stato ha causato picchi di rendimento in tutta la regione. Di nuovo, i ‘vigilantes’ dei bond si sono mossi per regolamentare i governi dell’euro-zona.

I mercati finanziari, come devono, continueranno a vigilare sulla dimensione dei debiti sovrani dei singoli paesi e sulle possibilità di deficit futuri. I principali leader dell’euro-zona, guidati dalla cancelliera tedesca Angela Merkel e dal presidente francese Nicolas Sarkozy, hanno visto nella crisi un’opportunità di portare avanti il “progetto europeo”, l’obiettivo di creare una politica condivisa che dovrebbe consentire all’Europa di assumere un ruolo maggiore nel mondo. Un passo avanti nel raggiungimento di tale scopo è il raggiungimento dell’attuale cornice del ‘fiscal compact’.

Non si tratta di una politica fiscale condivisa con un sistema combinato d’istituzioni che offrono credito per quanto su tassazione e prestiti come negli Stati Uniti. La descrizione più appropriata è quella di un accordo per il controllo del deficit. Stando al trattato, ogni nazione che vi parteciperà dovrà limitare il suo deficit “adattato su base ciclica” sul bilancio non più dello 0,5% sul Pil e dovrà avere surplus di bilancio fino al raggiungimento di un debito interno al 60% del Pil. La Corte europea di Giustizia verificherà il rispetto di questi limiti, disponendo sanzioni per gli stati che dovessero violare il trattato.

Ma cosa significa nella pratica? In che modo un deficit “adattato su base ciclica” sarà misurato? Consideriamo ad esempio il caso della Spagna, con un tasso di disoccupazione attuale del 23%, quasi raddoppiato rispetto a quello di alcuni anni fa. Quanto del suo deficit del 6% sul bilancio è ciclico? La Spagna potrebbe argomentare che l’intero deficit è ora dovuto a un momento di debolezza ciclico, e che per questo motivo non ha un deficit adattato su base ciclica. Può davvero una corte imporre una multa sulla base del rifiuto di un calcolo così ambiguo?

Con un debito attualmente al 160% del suo Pil, l’Italia dovrebbe, secondo i trattati, realizzare un surplus del 5% nel Pil qualora la crescita ristagnasse, e ancora superiore nel caso di un declino. Tutta questa rigidità creerebbe un enorme ribasso nell’economia, aumentando il deficit e il debito. Non ha alcun senso, dal punto di vista economico.

Il trattato riporta che il deficit dovrà essere misurato al “netto d’eccezionali e temporanee misure”. Non sarebbe considerato un’eccezione un programma anticiclico di stimolo come la costruzione di strade e un trasferimento di capitali? Non potrebbe essere considerato “evento eccezionale” ogni progetto d’edilizia pubblica? Non dovrebbe essere considerato “eccezionale” ogni piano governativo non permanente?

Il trattato permette anche alle nazioni di deviare dall’obiettivo del bilancio in “circostanze eccezionali” e in “periodi di ribasso economico”. Di sicuro ogni nazione europea può lamentarne queste condizioni oggi. Non si fa alcun riferimento alle imprese statali. Sono da considerare parte del deficit fiscale gli investimenti finanziati in debito sulle aziende di pubblico servizio gestiti dallo Stato? Di sicuro non ne farebbero parte qualora quelle stesse imprese fossero controllate da privati. Ancora: dove andrebbe tracciata la linea di confine tra aziende di pubblico servizio e strutture pubbliche per la salute come gli ospedali pubblici?

Nessun riferimento neanche sull’effetto del deficit sui cambi nei tassi d’interesse nominali. Con i livelli di debito attuali, uno o due punti percentuali di crescita dell’interesse sul debito del governo dovuti al timore di una futura inflazione, aumenterebbero in maniera significativa il deficit fiscale presente.

Il trattato entrerà in funzione se sarà ratificato da almeno 12 delle 27 nazioni europee, un ostacolo relativamente basso che rende quasi certa la sua adozione. I leader politici annunceranno che si tratta di una pietra miliare nella strada di una politica europea condivisa. Ma si tratta in realtà di un gesto vuoto, senza ripercussioni sul deficit e sui debiti nel futuro. Fortunatamente, i ‘vigilantes’ dei titoli di stato lo comprendono e sono al lavoro.

Martin Feldstein, presidente del Council of Economic Advisors sotto il presidente Ronald Reagan, è professore a Harvard.

Tratto dal Wall Street Journal

Traduzione Matteo Lapenna

 

  •  
  •  

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here