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Ecco perché in Confindustria aumenta il nervosismo

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Per capire come si evolveranno gli equilibri in Confindustria è assai utile seguire la trattativa aperta dal governo Prodi su welfare, produttività e pubblico impiego. Il governo tenterà di raggiungere un’intesa prima del voto delle amministrative per cercare di recuperare popolarità. Ma l’obiettivo è difficile. Nei guai è anche Confindustria.

Sul welfare, le posizioni montezemoliane per un aumento dell’età pensionabile e una revisione dei coefficienti sono debolissime: trovano una sponda fragile nell’esecutivo, dove Tommaso Padoa Schioppa è sostanzialmente solo nel difendere scelte rigorose; si scontrano con il sarcasmo dei sindacalisti che ricordano come la Fiat abbia preteso e ottenuto duemila prepensionamenti; anche sulla modifica dei coefficienti c’è l’ostacolo del decollo lentissimo dei fondi previdenziali integrativi, causato in gran parte dalla scelta sul tfr fatta dalla Finanziaria 2007, alla fine con l’accordo montezemoliano, indebolendo così un elemento essenziale per la previdenza di chi è giovane oggi e, di conseguenza, rendendo più arduo modificare i coefficienti. Sulla produttività si è di fronte a una posizione d’attacco della Cisl, pur non sbagliata nell’ispirazione, che punta a favorire gli accordi aziendali rispetto alla contrattazione nazionale ma lo fa chiedendo di scaricare troppi costi sullo Stato (l’esenzione fiscale di tutte le intese integrative) e senza che le parti in questi ultimi anni abbiano trattato seriamente della struttura generale del contratto. Il nervosismo confindustriale si coglie nelle posizioni di Alberto Bombassei che arriva addirittura a riproporre una discussione sull’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, cioè sul diritto alla licenzialibilità - con garanzie – del singolo dipendente. Un obiettivo contro il quale Luca Cordero di Montezemolo aveva fatto tutta la sua campagna elettorale confindustriale anti Antonio D’Amato. Altro disastro: il pubblico impiego, dove dopo avere tanto criticato il centrodestra, gli imprenditori si apprestano a prendere atto di un governo che darà un paio di miliardi in aumenti, avendo riassorbito i contratti di flessibilità (o precariato come dicono i sindacati) che davano qualche chance di futuro taglio della spesa pubblica.

Tutto ciò in cambio del taglio al cuneo fiscale, che non è ancora arrivato perché l’Unione europea ne sta esaminando la liceità (ci sarebbero discriminazioni verso un certo tipo di imprese, banche e assicurazioni) e che comunque è “metà del pattuito” come ha detto lo stesso Montezemolo. Un vero pasticcio, difficile da spiegare alla base confindustriale. A viale dell’Astronomia si pensa di rimediare ad alcuni degli effetti negativi, buttandola in politica, chiedendo una Costituente, una commissione bicamerale e così via. Come ai bei tempi di Luigi Abete, quando la confederazione si occupava essenzialmente di referendum, giustizialismo e altri argomenti più o meno graditi all’opinione pubblica.

Un po’ di futuribile, un bel po’ di critiche politiche a Romano Prodi (con cui i rapporti sono diventati difficili) e Montezemolo spera di passare così la nottata, lasciando i suoi rappresentati nei guai ma salvando la propria immagine, puntando a entrare successivamente in politica (tutte le sue mosse vanno in questo senso, nonostante le smentite). Non è chiaro se vi sia uno spazio per un’operazione politica montezemoliana. E’, comunque, evidente, che la base degli imprenditori avrà difficoltà a digerire una linea confederale che sfugga ai nodi dell’oggi. E questo, nella prospettiva della definizione della nuova leadership, danneggerà ancora di più tutti coloro che sono più legati a Montezemolo, compresi gli ottimi sindacalisti d’impresa come Bombassei.

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