Home News Ecco perché la social card è ben diversa dal reddito di cittadinanza

Due misure non sovrapponibili

Ecco perché la social card è ben diversa dal reddito di cittadinanza

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In questi giorni, di fronte al pericolo tangibile dell’esplosione di una bomba sociale, sono state avanzate due proposte solo apparentemente analoghe, ma in realtà assolutamente non sovrapponibili: l’estensione del reddito di cittadinanza e il ripristino della “social card” di tremontiana memoria. Vediamo perché.

La “social card”, creata nel 2008 e successivamente modificata nel 2012, è nata come misura di assistenza rivolta nei confronti delle persone in più gravi situazioni di bisogno. I destinatari, rebus sic stantibus, sono le persone di età superiore a 65 anni e i minori di 3 anni, ma è evidente che qualora si decidesse di servirsi di questo strumento per fronteggiare stati di indigenza determinati dall’emergenza epidemiologica, la platea potrà essere estesa considerando l’impossibilità di lavorare come parametro legato non soltanto all’età ma anche, ad esempio, a oggettive contingenze esterne. In ogni caso, la normativa prevede che al requisito anagrafico concorra quello della disponibilità reddituale e patrimoniale, come emergente dall’ISEE. Concretamente la “social card” si traduce in un importo, accreditato sulla carta di pagamento elettronico, spendibile in beni alimentari; in parallelo, con la card è possibile usufruire di ulteriori sconti e facilitazioni per altre prestazioni essenziali presso esercizi convenzionati (ad esempio in talune farmacie).

Come si vede, allora, l’intervento mira ad offrire un sostegno di prima necessità nei confronti di soggetti comunque esterni al perimetro del lavoro disponibile. Nel senso che si rivolge a persone in difficoltà economica (al di là della misura esatta della soglia e del come accertata) ma che già per i requisiti richiesti – nelle previsioni originarie l’età anagrafica, da modulare ora in base all’emergenza – non sono in condizioni di partecipare al mercato del lavoro. 

La “social card”, insomma, non pretende di fornire le risorse economiche occorrenti, da sole, per condurre una vita dignitosa secondo canoni di normalità o medi nella generalità dei casi, ma costituisce uno strumento di integrazione delle esigenze primarie di soggetti in condizioni di maggiore bisogno, non in grado di partecipare attivamente al lavoro.

Il reddito di cittadinanza introdotto nel nostro ordinamento nel 2019, invece, ambisce ad un risultato diverso.

Non mira a sopperire alle esigenze di prima necessità per situazioni di indigenza estrema, ma si rivolge a tutte le persone con requisiti di capacità economica considerata inferiore a soglie di disponibilità patrimoniale ben elevate. 

Si prescinde da barriere anagrafiche (o, mutatis mutandis, di altra natura) analoghe a quelle della “social card”: si rivolge dunque anche a soggetti abili allo svolgimento di attività lavorativa, ma attualmente non occupati. E di conseguenza si disciplina compiutamente tutta la complessa attività volta proprio ad assicurare il reinserimento (o l’ingresso) nel mondo del lavoro del beneficiario, con una complessa rete di proposte provenienti dalle strutture pubbliche di intermediazione del lavoro, e possibili reazioni da parte del beneficiario.

In questo senso, il reddito di cittadinanza somma il ruolo di misura contro le situazioni di disagio economico (peraltro avendo di mira un livello non sempre qualificabile come emergenziale) con quello di uno strumento di politica attiva del lavoro. 

A differenza della disponibilità consentita con la “social card”, il RdC non è un sussidio per spese di prima necessità (come quelle alimentari), ma costituisce un vero e proprio reddito immediatamente messo nella disponibilità del beneficiario per una gamma di utilizzazioni molto più ampia. Nella platea delle spese ammesse figurano infatti una serie di beni e prestazioni che difficilmente si possono identificare con il concetto di “prima necessità”, e piuttosto appartengono al novero delle spese comuni per soggetti con adeguata disponibilità economica: alla iniziale lista di alimenti, farmaci, pagamento di utenze si sono aggiunte le spese per il pagamento del mutuo o del canone di locazione della casa di abitazione, ma anche capi di abbigliamento, piccoli elettrodomestici, mobili, libri e giocattoli; ammesso anche il prelievo in contanti di alcune somme, l’acquisto di vino ma non superalcolici; fino a ribaltare la prospettiva, consentendosi ogni genere di spesa salvo quelle espressamente vietate. Costituite, queste ultime, da gioielli e altri accessori di lusso, beni di antiquariato, prodotti finanziari, giochi con vincite in denaro, abbonamenti a Netflix o Spotify.

L’ammontare delle somme erogate con il reddito di cittadinanza sono significativamente superiori rispetto a quelle messe a disposizione con la “social card”, tanto da poter costituire, specialmente in aree geografiche con un costo della vita mediamente meno elevato nel Paese, molto più di un mero sussidio di integrazione o di sostegno emergenziale, e risolversi invece in una fonte reddituale del tutto corrispondente (e in taluni casi superiore) all’ammontare di molte retribuzioni mediamente erogate nel mondo del lavoro.

In questo senso emerge la problematicità del reddito di cittadinanza sotto più punti di vista.

Da un lato, sommando funzioni proprie di strumenti diversi, esso non riesce a risolvere la diversità dei due binari attraverso i quali si sviluppa: sussidio e misura di politica attiva. Finendo per assorbire consistenti risorse economiche che, canalizzate alternativamente verso finalità da non confondere, potrebbero forse rivelarsi più efficaci. Ma le difficoltà dell’apparato burocratico interposto a garantire le prospettive di inserimento nel mercato del lavoro, finiscono per dare corpo a una misura di carattere assistenziale dall’entità così generosa per tale strumento e dalle caratteristiche di automatismo “di cittadinanza” da rischiare di sterilizzare reali orientamenti alla qualificazione professionale o all’ingresso nel mondo del lavoro. Tanto da potere paradossalmente distorcere gli obiettivi dichiarati, risolvendosi in un disincentivo all’ingresso in maniera trasparente nel mondo del lavoro, potendo contare sul ricorso parallelo a forme di lavoro irregolare e non tracciato.

Insomma, se in questi giorni c’è chi dice “estendiamo il reddito di cittadinanza” e chi dice “riattiviamo la social card”, non pensate che si stia parlando della stessa cosa. Il problema è diverso, l’approccio per risolverlo è diametralmente opposto.

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