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Verso le elezioni britanniche

Ecco perché ora nel Labour sono tutti contro Corbyn

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Secondo il filosofo francese Francois Félicité-Robert de La Mennais “il passato è come una lampada posta all’ingresso del futuro”. Ne sa qualcosa Jeremy Corbyn, leader del partito laburista, trascinato nell’occhio del ciclone proprio dai sospetti derivanti dal suo passato: ciò accade a pochi giorni dal voto più importante per la storia recente del Regno Unito.

Dopo essere andato nettamente al tappeto nel duello contro il rampante – e sempre più in ascesa – Primo Ministro Boris Johnson, su Corbyn sono ripiombate come una valanga le gravi accuse, secondo le quali sarebbe un “fottuto antisemita”, per dirla con le colorite parole utilizzate dalla deputata Laburista Margareth Hodge e riportate, in Italia, dal Corriere della Sera. Il sospetto di antisemitismo ha sempre aleggiato sulla figura di Corbyn, il quale pare essersi sempre impegnato a confermare i sospetti con le proprie azioni, tanto da spingere 67 esponenti del Labour Party ad acquistare una pagina sul The Guardian, per denunciare i comportamenti del leader.

Tuttavia, a porre di nuovo sotto i riflettori la problematica non sono state le accuse dei colleghi di partito, né le numerose fughe di intellettuali e finanziatori storicamente legati ai laburisti, ma due interventi che vanno ben oltre l’orizzonte tou court del dibattito politico. Infatti, a parlarne, è stato in un editoriale sul The Times il Rabbino Ephraim Mirvis, Capo del Regno Unito e del Commonwealth, rivolgendo ai lettori e a se stesso una domanda netta e devastante per i laburisti, ossia: “che ne sarà degli ebrei e dell’ebraismo britannico se i laburisti formeranno il prossimo governo?”. Fatto ancora più sorprendente è l’adesione alla preoccupazione di Mirvis dell’Arcivescovo di Canterbury – Capo spirituale della Chiesa d’Inghilterra – Justin Welby.

Questo deriva dalle ben note simpatie di Corbyn verso organizzazioni come Hamas o Hezbollah, ampiamente dimostrate anche dalla sua partecipazione ad una cerimonia in onore di uno dei terroristi responsabili del sequestro e dell’uccisione degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco del 1972, per non parlare di un incontro con il leader del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, poco prima che la stessa organizzazione effettuasse un attentato alla sinagoga di Gerusalemme in cui rimasero uccisi quattro rabbini di cui uno Inglese. Non pago di tutto ciò partecipò anche ad una conferenza al fianco di Khaled Meshaal, leader di Hamas e già sulla “Black list” del Regno Unito. Sempre Corbyn definì “fratello” un certo Abu Azizi Umar condannato a sette ergastoli per aver cercato di realizzare un attentato in un ristorante di Gerusalemme. Tutto ciò deve essere sommato ad una derivante visone della politica internazionale nettamente contraria allo stato ebraico e accondiscendente verso le organizzazioni terroristiche di matrice araba. L’antisemitismo talvolta nascosto sotto la patina di un più sdoganato politically correct “antisionismo”, nasconde invece nel profondo un odio verso il popolo ebraico e verso le sue legittime aspirazioni storiche di cui troppo spesso ambienti della sinistra radicale si macchiano nel totale oblio della stampa e del mondo intellettuale. Sicuramente tutto ciò danneggerà – e non poco – la campagna elettorale dei laburisti. A ciò potrebbe aggiungersi anche la palesata ostilità di Corbyn verso la monarchia, essendosi sempre dichiarato repubblicano.

Questo dà la misura del dramma shakespeariano in cui si è infilata la sinistra britannica. Non rimane che attendere il risultato delle urne, rammentando le parole di W. Shakespeare nel suo “Giulio Cesare”: “gli uomini in certi momenti sono padroni del loro destino, la colpa, […], non è delle nostre stelle, ma nei nostri vizi”.

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