Home News “Efficienza ed efficacia. Così la sanità del Lazio può diventare d’avanguardia”

La necessità dei tagli

“Efficienza ed efficacia. Così la sanità del Lazio può diventare d’avanguardia”

Efficienza, efficacia, appropriatezza. Sono le tre parole d’ordine del nuovo subcommissario alla Sanità del Lazio, Giuseppe Antonio Spata, nominato a metà marzo dal Consiglio dei Ministri per sostituire Mario Morlacco, dirottato in Campania alla corte del governatore Stefano Caldoro. Spata, durante la sua lunga esperienza nella sanità lombarda, sembra essersi fatto un’idea precisa sulla ricetta da proporre per mandare avanti un settore nevralgico e problematico qual è quello della sanità di una grande regione come il Lazio. Il suo programma si fonda su una rivisitazione del sistema di controllo e utilizzo del denaro pubblico. Lo scopo è quello di creare un sistema sanitario appropriato, che affiancandosi all’indubbia qualità del nostro personale medico ed infermieristico, ponga un argine a tutte quelle questioni irrisolte che ancora oggi gravano come un macigno sulla pelle di tutti i cittadini laziali.

Spata, in questi due primi mesi da subcommissario alla Sanità della Regione Lazio, che situazione ha trovato nella nostra regione?

Partiamo da una distinzione fondamentale. Una cosa è la qualità del personale, un’altra è il funzionamento del sistema organizzativo. Nel Lazio le professionalità sanitarie sono da anni di altissimo livello, mentre si sono registrati molti problemi sul piano dell’organizzazione e dell’impiego della spesa sanitaria, specialmente per ciò che riguarda il contenimento dei costi. Sotto quest’ultimo punto di vista bisogna intervenire in modo deciso. Sia chiaro però: quando parlo di contenimento di costi non mi riferisco ai tanto temuti tagli, ma ad una rivisitazione del metodo con i quali i soldi pubblici sono stati utilizzati sinora.

Uno dei problemi di cui i cittadini si lamentano di più è quello della lunghezza delle liste d’attesa per essere sottoposti ad interventi chirurgici o visitati nelle strutture pubbliche.

Vero. Ma anche sotto questo aspetto si può fare molto. La riduzione dei tempi d’attesa è sempre stato uno dei miei cavalli di battaglia. La stessa presidente Polverini si è sinora impegnata molto in quest’ambito. Sarà nostra premura affrontare il problema nei prossimi mesi al fine di risolverlo, specie nei settori più intasati, come quello ecografico.

Lei vanta una lunga esperienza come direttore generale in diversi ospedali lombardi. Quali sono le principali differenze tra la sanità nel Lazio e quella delle regioni del Nord?

La Lombardia e le altre regioni del Nord rappresentano un modello di efficienza per quanto concerne l’organizzazione ed il controllo della spesa sanitaria.

E’ un sistema esportabile anche da noi?

Certamente. Le potenzialità non mancano. Nel Lazio, come ho detto, c’è sempre stato un ottimo personale, ma un sistema di gestione dei costi deprecabile. Ma ora le cose stanno cambiando. Dal 2010 anche la nostra Regione ha imboccato una strada virtuosa sul piano dell’impiego delle risorse finanziarie destinate alla sanità. Si sono corretti gli errori del passato e si sta cercando di non ripeterli. Questo percorso darà entro tre-quattro anni alla sanità del Lazio un’ossatura amministrativa capace di governare in modo adeguato la regione sia sotto il profilo dell’eccellenza medica, sia sotto quello dell’eccellenza nella gestione.

Lei prima ha parlato di tagli. Renata Polverini quest’anno non ha esitato a mettere mano alle forbici per ridurre la spesa sanitaria, ricevendo critiche e subendo la contestazione del personale ospedaliero.

Quando si parla di tagli tutti storcono il naso e c’è anche chi è bravo a cavalcare il disagio… Ma si è trattato di una scelta obbligata.

Si spieghi.

Nel Lazio c’era un fenomeno di proliferazione dei letti d’ospedale che cozzava con le direttive provenienti dal ministero della Sanità. Penso al settore della riabilitazione. A livello nazionale si è stabilito da anni che in quest’ambito la proporzione doveva essere di 0,7 letti per mille abitanti. Nella nostra regione ce n’erano 1,4 per lo stesso numero di residenti, vale a dire il doppio. Possiamo pensare che solo nel Lazio il numero di pazienti da riabilitare fosse di due volte superiore rispetto a quello della media nazionale? No. C’era un’evidente stortura nel sistema. Se la Polverini non fosse intervenuta per ridurre il numero di letti il Lazio sarebbe finito fuori norma e le conseguenze per i cittadini sarebbero state disastrose.

In che senso?

Per tutelare la salute dei cittadini bisogna realizzare un sistema efficiente, efficace e appropriato. Se ricoveriamo una persona in condizioni gravi in una struttura che non possiede specialità e non è adeguata, perché i soldi pubblici sono impiegati male, rischiamo di farlo finire in una tomba. Se invece organizziamo una rete sanitaria con i cosiddetti spoke hub e basata su un sistema di spesa sano, tutti avranno a disposizione un’eccellenza straordinaria di riferimento al fianco di eccellenze intermedie e saremo in grado d’individuare adeguati percorsi di cura, le famose macroaree, che rappresentano una garanzia per la salute dei cittadini del Lazio.

Quali risultati si possono raggiungere con il modello organizzativo che sta proponendo?

La sanità italiana è la seconda in Europa dopo quella francese. Ci sono, quindi, le premesse per fare qualcosa d’importante. Proseguendo sulla strada intrapresa il Lazio può diventare un modello sanitario all’avanguardia nel nostro Paese.

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