Elio Germano sembrava simpatico finché non ha vinto a Cannes

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Elio Germano sembrava simpatico finché non ha vinto a Cannes

25 Maggio 2010

Sembrava simpatico Elio Germano, classe 1980, attualmente residente a Corviale, il “serpentone” della Roma postpasoliniana, lui che proletario non è. Che usa la tv per guardare i dvd e si divide tra judo, motociclette e la carriera di attore cinematografico. Carriera iniziata giovanissimo, quando la scelta fu tra cinema e teatro e lui scelse il primo, la pagnotta, esattamente come fa il protagonista di "La nostra vita", regia di Daniele Luchetti, con cui Elio ha vinto la Palma d’Oro per il miglior attore protagonista. Lui che in passato è stato anche un giovane e indimenticabile Padre Pio, recitato come se fosse all’Actors Studio.

Poi la lenta discesa nel malstrom della Gilda di Castellitto & Co., dove se non sei o se non fai il compagno, se non t’indigni o ti ribelli al potere costituito, vieni subito tacciato di servilismo. Arriviamo così alla serata del Festival di Cannes, il regno dell’impegno sottoforma di nobile disimpegno. Scelto dalla giuria, Germano avrebbe potuto ispirarsi al regista nordcoreano “dal nome impronunciabile” (così scrive l’Unità) vincitore della rassegna: salire sul palco, ringraziare il pubblico pagante e andarsene, senza mettere becco sulla devastante crisi politica che attanaglia da settimane il Paese dell’Estremo Oriente. Misura, sobrietà e cordialità. Elio invece riceve il premio, prende il microfono e sbraca: “Siccome i nostri governanti rimproverano sempre i cineasti perché parlano male di questo Paese, dedico il mio premio agli italiani che fanno di tutto per rendere l’Italia migliore, nonostante la loro classe dirigente”. Un classico dell’antipolitica da bar dello sport anni Novanta.

L’italiano vero fa sempre così, appena si trova in mano un microfono gode a cantare piove governo ladro. Atteggiamento banale, volgare, qualunquistico, soprattutto per chi ha recitato in film sponsorizzati dallo Stato (circa 3 milioni di euro fra “Mio fratello è figlio unico” e “Tutta la vita davanti”) ma adesso si ribella perché il governo sembra deciso a tagliare i FUS. La storia non finisce qui. Ieri il “Fatto quotidiano” interviene per denunciare la vergognosa censura operata dal Tg1, reo di aver tagliato sul più bello la frase incriminata di Germano, con la scusa che era saltato il collegamento. Secondo il giornale di Padellaro, rotto a ogni complotto, ci sarebbe stato addirittura un piano, preparato a tavolino dal Belzebù-Minzolini, per telecomandare il mezzobusto di turno: “Non ci sono prove,” scrive il quotidiano dei teoremi, “ma ciò che desta sospetto è che Romita (il mezzobusto, nda) avesse già pronto il foglio con il testo su Elio Germano da leggere”.

Incarognito, Germano rincara la dose: “Se quello del Tg1 non è stato un errore direi che è un segno di paura”. La Rai? “E’ scivolata in un’atmosfera un po’ totalitaria”, ma solo un po’, quel tanto di dittatura mediatica che basta alla Gilda per costruire l’immagine di un Paese allo sfascio e senza valori di riferimento. Il governo non reagisce, il ministro Bondi tace rinchiuso nei suoi uffici, e allora ci pensa Mariastella Gelmini a rilasciare questa dichiarazione a SkyTg24: "Rispetto la polemica," spiega, ma “la classe dirigente non è solo quella politica, c’è quella imprenditoriale, accademica, occorre da tutti una responsabilità per il futuro dell’Italia”. Non è chiaro se sia una critica o un modo per confortare l’attore: “La politica non sempre dà il buon esempio," insiste la Gelmini, "ma non bisogna fare di tutta l’erba un fascio". Figurarsi. Come in ogni buon film della nouvelle vague italiana che si rispetti, generazionista, denunciataria e pallida fotocopia del neorealismo che fu, puntuale arriva l’happy end: “Non mi riferivo ai politici – conclude un Germano ormai soddisfatto – ma a chi comanda in generale, chi sta nei posti importanti”. Capito? "Chi comanda", "Chi sta nei posti importanti". Se non  fossimo sulla Croisette sembrerebbe di essere tornati alle scuole medie, traccia libera, svolgimento a piacere. Quando per simpatia ti salvavi con la sufficienza.