Elogio del piccolo

Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Elogio del piccolo

18 Dicembre 2020

Attenzione: la crisi ha fatto emergere problemi strutturali irrisolti, ma non bisogna nemmeno cercare soluzioni a vecchi problemi. Si tratta di ridisegnare una realtà del dopo virus e di porvi le basi da subito. Non sappiamo ancora prevedere quanto sarà lungo il periodo di convivenza con il virus. Ciò che è certo è che il vaccino non agirà come una bacchetta magica in grado di riportare tutto a prima della pandemia. Chi si limita all’attesa non ha compreso il momento epocale che stiamo vivendo. Sono in gioco culture e civiltà: è innegabile che la capacità di fronteggiare la pandemia dei sistemi orientali si è dimostrata decisamente più efficace di quelli occidentali. Con tutto ciò che ne consegue in termini di messa in discussione dei principi delle libertà individuali e del rispetto dei diritti umani. Ma qui entriamo nell’annosa distinzione fra individualismo e collettivismo.

Né siamo in grado di prevedere quanto radicale sarà il cambiamento a cui saranno sottoposte le società. Il compito della politica dovrebbe essere quello di guidare il più possibile questo processo per correggerne il percorso e ridurre al minimo i costi sociali.

Leggo su autorevolissimi documenti una serie di principi a cui i governi dovrebbero attenersi in questa difficile fase. Senza tanti giri di parole mi riferisco al documento del G30 firmato anche dall’ex Presidente della BCE, Mario Draghi.

Non posso non condividerne l’analisi e gran parte delle indicazioni. Mi soffermo però su un aspetto. Una questione da sempre aperta e che fa del caso italiano una particolarità a livello europeo e non solo: le PMI. Non si tratta di rivendicare un sistema industriale che nelle PMI trova la sua peculiarità, quanto di verificare, alla luce della crisi e del lungo processo di rivoluzione che sta iniziando, le reali debolezze e fragilità. E individuarne le cause per correggerle.

Privare l’Italia di grandi aziende è un vulnus che si deve molto più a politiche industriali sbagliate, o all’assenza di esse, e a regole sulla concorrenza coercitive imposte dalla UE, che hanno contribuito tutte a smantellare grandi gruppi e intere filiere produttive, non tanto ad una mancata crescita delle piccole aziende.

Siamo il Paese del risparmio privato e siamo il Paese dei piccoli imprenditori: uomini che mettono in gioco il proprio capitale e quello familiare. È un modello da accantonare? Non ne sono sicuro. È un modello che ha dimostrato resistenza, o resilienza come oggi si ama dire; adattamento, creatività ed inventiva. Non è difficile comprendere che, quando nelle mani si ha la propria vita, i propri risparmi e l’eredità dei propri figli, si metta il massimo nella propria impresa. È difficile immaginare lo stesso livello di engagement nei grandi manager che gestiscono pro tempore i capitali degli azionisti.

Sono modelli diversi, ma non alternativi. Anzi, un buon tessuto industriale deve essere composto da  entità capaci di contrapporre alle avversità strategie diverse e metterle a sistema per la tenuta complessiva. Non a caso la Francia, che le sue grandi aziende le ha protette meglio di noi, nel suo France Relance dedica ben 25 dei 100 mld previsti per il Recovery Fund.

Lo abbiamo visto in questa crisi: finora ha vinto chi ha saputo convertire il proprio business. Rapidamente, senza inerzia o resistenze di sorta. E l’agilità resta una caratteristica del piccolo. Se la solidità è la forza del grande, altrettanto i complessi assetti organizzativi ne sono la debolezza. Strutture che molto spesso producono vere e proprie burocrazie private, del peso di quelle pubbliche che con tanta difficoltà cerchiamo da anni di semplificare. Solidità dunque molto spesso fa rima con rigidità e mai come oggi abbiamo necessità di un sistema flessibile in grado di accompagnare la società nel percorso di cambiamento e adattamento ad una nuova realtà.

Tutt’altro discorso è una doverosa e legittima critica alla politica economica del governo Conte che si è limitato ad elargire, poco e male, solo sussidi, spesso finiti laddove non hanno consentito di distribuire benefici ad una sufficiente fetta della popolazione né a salvaguardare quel tessuto imprenditoriale su cui ora dovremmo fare affidamento.

La politica dovrebbe recuperare il suo ruolo di guida, ma il vero attore di questo processo sarà la società: il complesso del tessuto economico e sociale. Alla politica spetta la capacità di visione. E non intendo tirarmi indietro. Anzi provo ad immaginare insieme a voi nelle righe successive uno dei possibili scenari del prossimo futuro.

La nuova deurbanizzazione.

Lo abbiamo già detto, la convivenza con il virus non sarà breve ed è immaginabile che un insieme di fattori portino ad assistere ad una nuova deurbanizzazione. Un allontanamento da città sature e congestionate verso la ricerca di dimensioni sociali più vivibili e accessibili economicamente, complici i sistemi digitali che consentono per molte professioni di annullare il fattore spazio.

La sfida della deurbanizzazione degli anni 80/90 è stata il pendolarismo. E non l’abbiamo vinta. Nelle grandi aree industriali del Nord il sistema pubblico dei trasporti ha drammaticamente fallito la scommessa dell’ammodernamento e dell’adeguamento dei propri mezzi alla rimodulazione del tessuto sociale. Questo vuol dire, da parte delle istituzioni, la necessità di accelerare nella risoluzione di un problema strutturale italiano: i gap territoriali, in primis nella distribuzione dei servizi essenziali, fra cui una rete di assistenza sanitaria adeguata ma anche una adeguata connessione alle reti digitali.

Se solo lo Smart working entrasse a far parte delle fattispecie regolate dal contratto nazionale del lavoro, sarebbe imprescindibile consentire a tutte le aziende e a tutti i lavoratori la possibilità di accedervi. Senza più aree bianche o progetti di diffusione dettato dal mercato: la connessione digitale deve essere assunta come infrastruttura essenziale e universale. Ciò non solo ribalta completamente il processo di sviluppo della rete, aprendo al coinvolgimento negli investimenti dei soggetti che più usufruiscono dell’infrastruttura, dagli OTT ai circuiti di pagamenti digitali; ma costringe anche a superare il concetto stretto delle Smart cities, immaginando una diffusione più capillare sul territorio di piattaforme logistico/digitali, in cui prevedere per esempio stazioni di coworking accanto ai terminali di trasporto intermodale.

Si tratta solo di uno dei temi che potrebbe far parte del processo di trasformazione e della definizione della nuova normalità, che la politica, che ha l’obbligo di contemperare sia l’aspetto sociale che economico, dovrebbe essere in grado di anticipare e accompagnare. Ma una cosa mi sento di escluderla. Non è accettabile mettere in conto oggi il costo sociale di una trasformazione che preveda l’azzeramento e la riconversione di tutte quelle realtà che non rispettino i canoni dimensionali e di presunta solidità.

Piccolo non è bello ma Too big to fail ha fallito. Come sempre, nello zainetto di strumenti che l’esperienza aiuta a riempire, è importante trovare la conoscenza delle realtà peculiari e territoriali e la capacità di adattare ad esse i modelli teorici.