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Paradossi sanitari

Emergenza prorogata, anti-influenzali introvabili: ma da oggi il cambio di sesso lo paga la mutua

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Lasciate ogni speranza voi che entrate in farmacia alla ricerca di un vaccino anti-influenzale, non foss’altro che per evitare l’incubo della quarantena ai primi accenni di febbre stagionale. Di dosi ne arriveranno in media dodici per esercizio, sicché basteranno a malapena per i congiunti del farmacista.

Se invece siete nati uomini ma vi sentite donne, o viceversa, state tranquilli: da oggi a voi ci pensa la mutua. Cioè i contribuenti.

Per carità, nessuna condizione è da discriminare. E molte utopie (talvolta tragiche) sono nate sull’assunto che lo Stato possa e debba farsi carico di tutto. Poiché tuttavia nel mondo reale la coperta pubblica è stretta e le esigenze da soddisfare sono tante, l’essenza del compito delle istituzioni è proprio la definizione degli indirizzi e delle priorità.

Quali siano oggi le priorità di chi siede in cabina di comando ce lo dice la Gazzetta ufficiale. Da un lato lo scivolamento verso uno stato di emergenza permanente, sinistro presagio di nuove restrizioni fondate su numeri e scenari sul cui rigore scientifico e statistico non è così peregrino chiedere chiarezza (ne parleremo prossimamente). Dall’altro la decisione dell’Aifa, l’agenzia del farmaco, di porre totalmente a carico del Servizio sanitario nazionale “i medicinali usati nella terapia ormonale per la virilizzazione di uomini transgender o la femminilizzazione di donne transgender” (così recitano le notizie di stampa ufficiali).

Un primo passo, a dire il vero, era stato compiuto al tempo del governo Conte uno, quando era stato stabilito che ad essere passata dalla mutua fosse la triptorelina, il farmaco che blocca la pubertà dei ragazzini indecisi sulla propria identità sessuale (che nulla c’entra con l’omosessualità, anzi). Adesso il quadro è completo, e mentre gli italiani sono alla disperata caccia di una dose di vaccino contro l’influenza per scongiurare la sostanziale paralisi che deriverebbe da una febbre di massa in era Covid, mentre – per dire – i miopi continuano a pagarsi gli occhiali e i sudditi della nuova sanitocrazia le mascherine, per la “disforia di genere” provvederanno integralmente le casse del Servizio sanitario nazionale, cioè i cittadini italiani.

La notizia era stata tenuta un po’ in sordina, forse perché anche la più sfrenata furia ideologica non cancella la consapevolezza del fatto che in alcuni momenti di crisi la portata simbolica di certe scelte suona più che mai come una presa in giro, sicché meglio agire col “favore delle tenebre” che suonare la fanfara. A portare la decisione dell’Aifa alla ribalta ci ha pensato Elly Schlein, attivista lgbt e vicepresidente della Regione Emilia Romagna che in questi stessi giorni ha assunto un provvedimento analogo.

Mentre insomma il governo e alcune regioni politicamente omologhe sembrano avanzare ad ampie falcate verso nuove restrizioni (De Luca minaccia già un imminente lockdown ed è di queste ore la notizia secondo la quale Zingaretti vorrebbe imporre l’uso delle mascherine all’aria aperta), la marcia del post-umano non si ferma, la decostruzione dell’identità sessuale conquista spazio giorno dopo giorno, il gender è vivo e lotta insieme a noi (o meglio contro di noi).

Tutto sommato, ben venga l’entusiasmo della Schlein. Lo avevano fatto in sordina. E invece che le cose si sappiano è un primo passo per aprire gli occhi.

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