Energia: il programma alternativo dell’Europa

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Energia: il programma alternativo dell’Europa

24 Marzo 2007

«Abbiamo spalancato la porta su una nuova dimensione della cooperazione europea». Con queste parole un’esultante Angela Merkel ha annunciato l’accordo sul taglio delle emissioni e il ricorso vincolante alle fonti alternative, approvato dal Consiglio Europeo conclusosi a Bruxelles qualche giorno fa. L’entusiasmo della Merkel – condiviso da Manuel Barroso non è stato smentito nemmeno dalla Francia di Chirac e dalla scettica Gran Bretagna di Blair. Entrambi hanno lodato la Merkel per la sua ferrea determinazione. Blair ha definito il programma un ‘risultato storico’ per l’Europa. Per una volta, dunque, tutti d’accordo – ambientalisti inclusi –  a fare dell’Europa il leader nella guida delle fonti rinnovabili. Se la nuova sfida da vincere nel XXI secolo è lo sviluppo sostenibile, l’Europa è oggi nelle condizioni di guidare una nuova rivoluzione industriale, provocando un effetto domino tra gli otto grandi della terra che si riuniranno a Heligendamm a giugno. Nuove fonti energetiche significa inoltre creare un nuovo mercato del lavoro. Un passo importante quindi soprattutto per un paese come la Germania, altamente industrializzato ma povero di materie prime che con un export da sei miliardi di euro (che secondo le stime salirà a 15 nel 2010) è il numero uno mondiale delle energie rinnovabili.

Coniugando interessi nazionali alla vocazione europeista, la Merkel incassa così a metà mandato un primo obiettivo credibile e ambizioso contro il riscaldamento globale e l’indipendenza energetica, che in parte archivia la brutta figura europea Edf-Gaz de France o Endesa. Per la prima volta, la difesa dell’ambiente ha assunto il primo posto all’interno dell’agenda politica europea, scalzando altri temi, quali ad esempio, fisco, immigrazione e difesa. I 27 capi di Governo dell’Unione, riuniti nel Consiglio europeo, hanno posto le basi per una politica energetico-ambientale comune approvando il piano presentato dalla Commissione e contenuto in 17 proposte. Articolato in tre grandi capitoli, il piano ha impegnato l’Europa entro il 2020 a tagliare del 20% rispetto al 1990 le emissioni di anidride carbonica, lasciando uno spiraglio aperto sul 30% qualora l’impegno europeo fosse condiviso da altri attori internazionali, quali Stati Uniti, Russia, Cina e India. Entro la stessa data anche l’impiego di energie rinnovabili dovrà aumentare dal 7% al 20%. Attualmente la fonte rinnovabile più diffusa è quella idroelettrica, meno sviluppate sono l’eolica, biomasse e geotermica. Bruxelles dovrà inoltre stimolare la costruzione e l’operatività entro il 2015 di almeno dodici centrali a carburante fossile in grado di generare potenza energetica da rivendere sul mercato. Fuori dall’accordo resta ancora il capitolo dell’energia nucleare. Nonostante le pressioni della Francia, la Merkel ha sottolineato che l’energia nucleare non può essere ritenuta una fonte rinnovabile.

Il negoziato concluso grazie al principio della flessibilità, strumento politico che ha consentito di superare le differenze profonde presenti negli Stati membri, tiene conto di due principi ulteriori. Da un lato quello del cosiddetto ‘punto di partenza’ del mix energetico, vale a dire la presenza o meno delle fonti rinnovabili, dall’altro quello delle ‘circostanze nazionali’.  I criteri di giudizio saranno fissati in una serie di proposte che Bruxelles presenterà in autunno. Ogni sistema sarà valutato singolarmente e il 20% sarà raggiunto in modo diverso, caso per caso. L’adeguata attenzione ai differenti punti di partenza e potenziali nazionali ha facilitato la negoziazione dei paesi dell’Est meno sviluppati che contestavano gli obiettivi ambiziosi ritenuti una minaccia per il proprio sviluppo dato i loro costi. I costi dell’operazione saranno in parte coperti attraverso i fondi strutturali europei e ripartiti tra gli Stati membri.

La Costituzione che non c’è

Al fine di superare le tante diffidenze verso la costituzione Europea, la Merkel ha deciso di non utilizzare il termine ‘costituzione’ per definire il trattato durante la dichiarazione di Berlino che si terrà domani per festeggiare i cinquant’anni compiuti dal trattato di Roma. Accogliendo così la proposta suggerita da quanti ritengono che una soluzione al problema della Costituzione europea sarebbe proprio l’eliminazione del nome Costituzione. Il termine costituzione avrebbe, secondo alcuni, costituito il fattore decisivo per l’esito referendario di Francia e Olanda nel maggio 2005. Da parte francese, il candidato dell’Ump, Sarkozy ha proposto di snellire il trattato eliminando la parte III della Costituzione e di ridurre la parte II dei diritti fondamentali. La candidata socialista Royal vuole invece un documento da sottoporre nuovamente al voto popolare. Diversa è la situazione per gli Stati membri che hanno già approvato il trattato e per quelli chiamati tra poco ad approvarlo. Ma l’ultima parola spetta alla Merkel che dichiara al quotidiano conservatore Frankfurter Allgemeine Zeitung ‘a Berlino la speranza non è ancora morta’, facendo quasi il verso ad un antico detto sportivo: la palla è rotonda e il gioco dura novanta minuti!