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Il caso

Erdogan ci intralcia e Di Maio vuole farlo entrare nell’UE

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Başbakan Recep Tayyip Erdoğan, AK Parti Genişletilmiş İl Başkanları Toplantısı'na katıldı. Başbakan Erdoğan, partilileri ''Rabia'' işareti yaparak selamladı. (Evrim Aydın - Anadolu Ajansı)

La politica internazionale, da almeno otto anni, vede nel Mediterraneo uno dei principali terreni di scontro. Tutto ebbe inizio con le famigerate “rivolte arabe” che, invece di far approdare una ventata democrazia nei paesi nordafricani, hanno contribuito a rendere tutta l’area una fucina di instabilità politica. Per non parlare di quanto accaduto successivamente in Siria, dove una guerra civile ha provocato non solo un numero enorme di morti ma anche l’impossibilità per milioni di persone di poter restare nel proprio paese, costringendole così ad emigrare verso l’Europa. In questo caos geopolitico, colui che ha giocato le sue carte in maniera maggiormente spregiudicata è stato il Presidente turco Erdogan. Dopo essere riuscito a scampare ad un colpo di Stato, il leader del governo di Ankara ha “ingranato” un’altra marcia riuscendo a ergersi come uomo forte di tutta l’area mediterranea attraverso una politica discretamente interventista che gli ha dapprima permesso di spartirsi ciò che resta della Siria con Vladimir Putin (per non parlare dei miliardi chiesti all’UE per bloccare i profughi diretti verso il centro Europa) e, in seguito, di inserirsi pesantemente nella questione libica.

Ed è proprio in quest’ultima circostanza che le politiche espansioniste del “sultano” turco si incrociano con i destini dell’Italia. L’influenza geopolitica esercitata dal nostro paese sulla Libia è ancora abbastanza pesante e non solo grazie ai buoni uffici dell’ENI, ma anche per una rete di rapporti tessuti in era coloniale che non sono mai realmente cessati del tutto. Negli ultimi tempi chi punta a terremotare queste relazioni è proprio la Turchia che, rivendicando l’esistenza di un fantomatico “corridoio ottomano”, ha intenzione di appropriarsi non solo di una forte influenza politica in quelle zone ma, soprattutto, brama l’accesso alle risorse petrolifere ed energetiche libiche. Tutto ciò avviene nel momento in cui la Turchia ha già messo in discussione l’assegnazione a Italia e Francia – fatta da Cipro – di un giacimento di gas scoperto a Nord est dell’isola dell’Egeo: visto che l’isola comprende anche un’area gestita dal governo turco, Erdogan pretende che quelle trivellazioni vengano svolte dalle aziende di Ankara.

In questa cornice per nulla edificante, si è tenuta la visita del ministro Di Maio in Turchia, dove a riceverlo è stato il suo omologo Çavuşoğlu. Durante la conferenza stampa post incontro, quest’ultimo ha rilasciato una dichiarazione che ha lasciato interdetti molti presenti: “l’Italia è stata sempre la nazione che ha maggiormente sostenuto il nostro ingresso nell’UE e non ho dubbi che continuerà ad essere così. Abbiamo discusso anche di questo con il ministro Di Maio”.

Ora: molti sanno che la politica estera dei Cinque Stelle prevede un totale disimpegno dai teatri che ci hanno visto storicamente impegnati, ma arrivare a fraternizzare con Erdogan nel momento in cui i suoi rapporti con le altre cancellerie europee sono ai minimi termini rappresenta un autogol di enormi proporzioni che rischia seriamente di ripercuotersi anche sull’operato di importanti nostre aziende (ENI e SNAM, ad esempio), le quali potrebbero dover essere costrette a perdere importanti commissioni nel caso in cui l’insistenza turca a non poter operare più in zone come Libia e Cipro si facesse più forte.

Insomma, anche la nostra politica estera sembra condannata ad essere coinvolta dal concetto che ha sempre mosso l’azione politica grillina: la “decrescita felice”.

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