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Erdogan gioca la carta dell’Europa per affermare l’identità islamica

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Tra i commenti seguiti al barbaro assassinio dei tre cristiani di Malatya, le dichiarazioni più sorprendenti sono certamente quelle del rappresentante vaticano ad Ankara Antonio Lucibello, riportate da “La Stampa” del 19 aprile, secondo cui in Turchia “il clima non è preoccupante”, non c’è alcuna ostilità verso i cristiani e la strage è solo frutto del “fanatismo di qualcuno”. La parola “Islam” è accuratamente invitata, mentre non manca da parte del nunzio il sostegno all’aspirazione di Erdogan di portare, quanto prima, la Turchia in Europa. Eppure si tratta di una “mattanza di cristiani” di matrice islamica, come scrive Renato Farina su “Libero”, che giunge dopo l’uccisione di don Andrea Santoro e del giornalista armeno Hrant Drink e che pone nuovamente sul tappeto il problema  dell’adesione della Turchia all’Unione Europea.

E’ vero che, dopo la prima guerra mondiale, sulle rovine dell’Impero ottomano si è instaurata una Repubblica di impronta fortemente laicista, guidata dal generale Mustafa Kemal, che nel 1934 ha ricevuto il titolo di Ataturk, “padre dei turchi”. Da allora, il processo di secolarizzazione del paese avviato da Ataturk ha preso il nome di kemalismo ed è continuato, dopo la sua morte, sotto il pugno di ferro dei militari. E’ anche vero però che, partire dagli anni Settanta, sotto l’influsso dei Fratelli Musulmani, ha avuto inizio un processo di re-islamizzazione della Turchia, culminato nel 2002 con l’ascesa al governo di Recep Tayyp Erdogan. Oggi, l’interesse di Erdogan sembra proprio quello di servirsi dell’Unione Europea per poter smantellare il potere dei militari e permettere alla Turchia di ritrovare la sua identità islamica, cancellata da Ataturk.

L’Unione Europea richiede, come condizione per l’entrata della Turchia, il suo allineamento ai “criteri di Copenaghen” e agli “standard democratici”  occidentali; ma la ragione per cui oggi la Turchia non è un Paese totalmente islamico è proprio il fatto che l’esercito si fa garante del suo secolarismo. Nella Turchia odierna, l’unico freno alla islamizzazione è venuto dalla nomenklatura militare, fedele all’eredità kemalista.  Se la coercizione dell’esercito viene meno, cade l’unico argine contro il fondamentalismo. I fautori dell’entrata della Turchia nell’Unione Europea sostengono  che la Turchia sarebbe un alleato naturale dell’Occidente contro l’islamismo. Ma nella misura in cui la Turchia si democratizza è destinata ad abbandonare il secolarismo. L’Unione Europea avrebbe tra i suoi Stati membri un paese pienamente islamico, proprio grazie al rispetto delle regole democratiche, che in Turchia porterebbero rapidamente al potere il fondamentalismo. E’ questo il gioco di Erdogan? La sua candidatura alla presidenza della Repubblica sembra, come osserva Daniel Pipes sul “Corriere della Sera”, un passo in questa direzione.

Quel che è certo è che, con o senza Erdogan, la Turchia postkemalista si affermerebbe come il paese leader del mondo islamico all’interno dell’Unione Europea, dove giocherebbe un ruolo da protagonista. Il Progetto di Trattato costituzionale attribuisce infatti agli Stati europei un peso politico proporzionale a quello demografico. Nel 2015 la Turchia, con 90 milioni di abitanti, sarebbe il paese più popolato dell’Unione Europea e quello che avrebbe il maggior numero di parlamentari. Attorno alla Turchia si coagulerebbero i musulmani, non solo turchi, di tutta Europa. E’ facile immaginare la creazione di un partito transnazionale islamico che potrebbe affermarsi come il primo partito europeo e pretendere la guida del Vecchio Continente.

Intanto la Turchia di oggi non solo si rivela incapace di proteggere le sue minoranze religiose, ma di fatto le sopprime, perché se il massacro di Malatya costituisce un episodio fin qui estremo, l’isolamento, l’intimidazione politica e psicologica, la persecuzione religiosa incruenta, costituiscono l’esperienza quotidiana dei cristiani in Turchia.

 

 

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