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A 125 anni dalla nascita

Ernst Junger: così classico, così attuale

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125 anni fa, il 29 marzo 1895 – ad Heidelberg – nasceva Ernst Jünger, soldato dei reparti d’assalto, scrittore, filosofo e protagonista del secolo più crudele. Quello stesso XX secolo che – per dirla con le parole di Alain de Benoist – non gli ha voluto «tributare il Premio Nobel» e che quindi «non ha ritenuto necessario onorare in tal modo un autore che si è invece contraddistinto, traversandolo da cima a fondo, spiritualmente e fisicamente e che salendo più in alto, ha visto più lontano».

Ma ormai sono altri i parametri che segnano la sua forza: non stupisce e non fa più notizia l’influenza di questo grande autore tedesco ed europeo che Quirino Principe ha definito «l’eroe decorato, dotato del particolare eroismo intellettuale che sa e vuole schivare la mentitrice dialettica tra “tipo reazionario” e “tipo rivoluzionario”, sospinto dal suo destino individuale verso la forma dell’Anarca, e destinato a essere, anche in una guerra futura, il più disarmato degli eroi».

Si susseguono le nuove edizioni, le ristampe, le traduzioni, i convegni e i saggi critici, con una frequenza e un’assiduità indicative di un successo destinato a perdurare.

La sua opera è divenuta il banco di prova di riflessione filosofica per studiosi e intellettuali provenienti da esperienze culturali assai diverse, oltre che per i molti che intendono, in modo vario, dare una “traduzione politica” o quantomeno “metapolitica” agli orientamenti jüngeriani.

Ernst Jünger è l’uomo che vede per ben due volte la cometa di Halley, che attraversa due guerre mondiali, che osserva il passaggio dall’aristocratica ruralità degli Junker prussiani all’avvento dell’era della tecnica, con tutta la sua capacità mobilitante, ti cui anticipa i pregi e gli inevitabili rischi.

Siamo di fronte a un coerente sviluppo teoretico ed estetico (sempre Quirino Principe ha sostenuto che nel pensiero jüngeriano l’estetica è «rettamente intesa come “la filosofia dei sensi intelligenti”»).

Jünger non solo come vero e proprio cervello speculativo ma come asse centrale rispetto alle dinamiche e ai temi più significativi della Rivoluzione conservatrice.

Proprio i quattordici anni della Repubblica di Weimar rappresentano una fase in grado di lasciare un segno decisivo sul suo percorso politico e culturale: il giovane ufficiale del fronte, decorato con la croce di guerra Pour le Mérite, si trasforma in un attento osservatore e spietato critico delle relazioni politiche ed economiche dominanti.

Nelle pagine dei suoi saggi brillanti e provocatori, la critica corrosiva dei mali del suo tempo diventa anche la possibilità di dar forma all’alternativa radicale: «il nazionalismo tedesco della declinante era di Weimar è un movimento rivoluzionario, o magari controrivoluzionario, ma non reazionario né restauratore. Esso guarda al futuro, non al passato: è volontà e progetto, non nostalgia».

Parafrasando sempre Principe, appare particolarmente singolare, nella lunghissima esistenza di Jünger su questa terra, il transito attraverso tre fasi connotate da tre condizioni preminenti: la fase dell’agire (negli anni della prima guerra mondiale e negli anni Venti), quella dell’essere (dagli anni Trenta alla fine della seconda guerra mondiale), quella del dire, ossia la lunga parte di esistenza che in seguito gli fu concessa. L’agire gli diede evidenza e gli donò un essere in primissimo piano, l’essere lo salvò dalla sua libera e ardimentosa divergenza dalla realtà del nazionalsocialismo e dei suoi misfatti prima e durante la guerra. Fu il dire che investì lo scrittore con il maggior pericolo: quello della morte civile.

Per chi volesse approfondire – nel mare magnum della saggistica dedicata a questo autore – consiglio Ernst Jünger. Un altro destino tedesco di Dominique Venner (L’Arco e la Corte) con la prefazione di Michele De Feudis.

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