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Esiste una minaccia Le Pen?

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Uno spettro si aggira per la Francia: Jean Marie Le Pen. Riuscirà il leader del Fronte Nazionale (FN), partito dell’estrema destra francese, ad approdare al secondo turno delle elezioni presidenziali, come già successo nel 2002? Come mai, allorché in diversi paesi europei, a cominciare dall’Italia, l’estrema destra è diventata una forza di governo, quella francese rimane ai margini del potere politico, pur godendo di un consenso sempre più vasto presso l’elettorato?

Proprio la comparazione con il caso italiano è interessante: quando nacque nel 1972, l’FN guardava all’MSI, del quale riprese persino l’insegna, la fiamma tricolore. Quasi inesistente fino ai primi anni Ottanta (meno di 100.000 voti alle politiche del 1981), il Fronte Nazionale cominciò a crescere elettoralmente fino a raggiungere circa il 10% dei suffragi alla fine del decennio. Dopo le presidenziali dell’1988, quando Le Pen raccolse più di quattro milioni e mezzo di voti (il 15% delle schede), il movimento si organizzò per diventare un vero e proprio partito politico articolato. La scissione del 1989, il cui principale artefice, Bruno Mégret, sottrasse al FN più della metà dei quadri indebolendo la formazione alle consultazioni elettorali successive, non ebbe però effetti disastrosi sul lungo termine, tant’è  che, nell’aprile del 2002, Le Pen passò al secondo turno delle presidenziali, raccogliendo più di 5,5 milioni di suffragi (http://www.conseil-constitutionnel.fr/dossier/presidentielles). Al primo turno, però, aveva guadagnato solo 276.000 voti rispetto al 1995. La sua vittoria era stato più il risultato che la causa della disfatta di Jospin. Un’elevata astensione (28% al primo turno) e una ridistribuzione del voto verso i piccoli candidati, soprattutto di estrema destra (20%) e estrema sinistra (13%), erano stati il riflesso di vari elementi, quali la disaffezione da parte degli elettori della classe politica in generale, la difficoltà a distinguere le responsabilità di Chirac e di Jospin dopo cinque anni di coabitazione, la delusione del governo Jospin, la centralità assunta dal tema dell’insicurezza sin dal 2001 e i suoi riflessi sui temi dell’integrazione.

Dopo cinque anni tutti si chiedono se lo scenario del 21 aprile 2002 si riproporrà. Le Pen ne è convinto o, quanto meno, afferma di esserlo. Ha ricevuto il sostegno di Bruno Mégret, reduce dal deludente risultato personale del 2002 (2,34% dei voti al primo turno). Alcuni fattori contribuiscono a favorire la sua candidatura: la delusione nei confronti della classe politica è ancora alta e permane un clima di insicurezza. Inoltre, vi è una netta attenuazione dei toni estremisti dei suoi discorsi, variabile la cui influenza è però molto difficile da valutare. Secondo un recente sondaggio, il 26% dei francesi si dichiarano d’accordo con le idee di Le Pen, la percentuale più alta dal 2000 (se si esclude il 28% del maggio 2002). A guardar bene, lo stesso sondaggio mette in evidenza come i francesi siano sempre meno sensibili ai temi centrali della dottrina frontista, quali la « preferenza nazionale » e l’insicurezza (solo il 18% degli interrogati ritiene che un francese debba avere la precedenza rispetto ad un immigrato nel mercato del lavoro in confronto al 45% nell’1991; il 50% è d’accordo per dare più poteri alla polizia nel 2007, a fronte del 64% nel 2000 e del 76% nel 2002). La “de-demonizzazione” dell’FN voluta da Marine Le Pen, figlia del leader, ha suscitato ampia adesione alle idee della destra tradizionale, senza che ciò si traduca necessariamente sul piano elettorale. La Francia non si è “lepenizzata”, come vorrebbe Marine, ma il suo sforzo per trasformare l’FN da partito antisistema in partito di governo, una svolta che ricorda quella del 1994 di Alleanza Nazionale, sta portando i suoi frutti a livello di immagine (si parla di “rivoluzione dolce” per il programma del partito e il manifesto elettorale è costruito intorno alla figura di una ragazza nera). Il principale ostacolo sembra rimanere, in questa prospettiva, la figura di suo padre.

Questo basterà? Al contrario del 2002, la delusione nei confronti della classe politica si accompagna ad un maggior interesse per la campagna elettorale e ad una maggiore differenziazione tra i candidati. Inoltre, la sinistra e, in minor modo la destra, si sta mobilitando per evitare la dispersione dei voti tra i numerosi candidati. In definitiva,un rapido calcolo, sulla scorta dei sondaggi sulle intenzioni di voto (da considerare però con molta cautela) permette di affermare che per passare al secondo turno Le Pen (che gode del 12 al 17% delle intenzioni di voto a seconda dei sondaggi) avrebbe bisogno, al giorno d’oggi, di un crollo di Nicolas Sarkozy (che si aggira attorno al 33%). Tale possibilità, che risulta abbastanza remota (“Sarko” dovrebbe perdere circa 15 punti percentuali), dipende essenzialmente dalla presenza di un altro candidato dell’UMP. L’incertezza rimane totale sulle intenzioni di Chirac (nonostante l’impopolarità che lo perseguita da ormai tre anni): il Presidente in carica non si è recato al congresso che ha investito Nicolas Sarkozy candidato ufficiale dell’UMP lo scorso weekend e si mostra ostentatamente vago su una sua ricandidatura.

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