Essere contro le tasse in America vuol dire anche essere contro l’aborto
24 Febbraio 2011
Altro giro (in realtà la prima era un bufala), altro regalo (da parte de l’Occidentale). La settimana scorsa è stato stupefacente scrivere per dimostrare (come se certe cose andassero dimostrate a fatica invece che venire semplicemente lette) che i Repubblicani dei “Tea Party” eletti alla Camera federale del 112° Congresso NON hanno mandato alla malora il “Patriot Act”. Che resta un fatto, anche se a molta Destra non piace, anche se era così sin dai tempi di George W. Bush jr., anche se lo abbiamo scritto e anche certi nostri lettori non se ne sono accorti (vedere certi commenti).
Ora è quindi bello scrivere che se anche i media non li incoronano reginetti della notizia, i Repubblicani se ne fanno una ragione e bocciano quel che la loro coscienza di personale politico eletto da una certa constituency con un mandato preciso impone loro di fare. Per esempio bloccare i finanziamenti pubblici, cioè le tasse dei contribuenti, al più grande abortificio industriale del mondo che ha la casamadre proprio negli Stati Uniti d’America, ovvero la Planned Parenthood, quella che da sempre indugia pure in cosucce tipo la sterilizzazione forzata di migliaia di donne e la contraccezione aggressiva imposta alle moltitudini. È successo venerdì 18 alla Camera federale, quando è stato approvato un emendamento, promosso dal deputato Repubblicano Michael Richard “Mike” Pence, dell’Indiana. Come ai bei tempi della presidenza di Bush jr. Dice Pence che votando così si è «preso posizione verso quei milioni di cittadini che credono che le tasse non dovrebbero essere utilizzare per finanziare iniziative, come il Planned Parenthood, che favoriscono gli aborti». E dire c’è ancora in giro gente che dice che i “Tea Party” sono “solo” una protesta fiscale…
Che lo sia, lo è: ma cosa sia davvero questa rivolta contro lo strapotere del fisco ingiusto lo hanno ben capito persino i vescovi cattolici che ora appoggiano apertamente il progetto di legge “No Taxpayer Funding for Abortion Act H.R.3”, il quale gode del sostengo di ben 173 deputati Repubblicani. Se quella legge dovesse passare, vieterebbe in modo permanente il finanziamento federale (tasse) di qualsiasi aborto americano. E così la capirebbero (vedi sempre certi commenti) anche quei nostri lettori che tirano in ballo il cattolicesimo quando il sottoscritto (persino il sottoscritto) non lo fa, che commentano prima ancora di leggere, che se leggono lo fanno solo con i paraocchi (e che non sanno che il capo dei cattolici durante la Guerra cosiddetta Civile americana, il beato papa Pio IX, solidarizzò con l’ingiustamente-preventivamente-incarcerato-senza-due-process presidente della Confederazione sudista Jefferson Davis ‒ poi liberato sempre senza processo né condanna poiché non si sapeva bene di che imputarlo ‒ dicendogli che entrambi stavano patendo l’aggressione da parte delle medesime forze sovversive. Parlando di sé, il pontefice parlava del ‒ si può scrivere? ‒ bandito Giuseppe Garibaldi. Ma forse questo è elitismo…).
Marco Respinti è presidente del Columbia Institute [www.columbiaimstitute.it] e Direttore del Centro Studi Russell Kirk [www.russellkirk.eu]
