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“Europa, dove eravamo rimasti?”. Intervista a Giuseppe Sacco

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Una sorta di eri dicebamus. Dove eravamo arrivati con l’Europa prima della crisi del covid-19? Facciamo il punto col professor Giuseppe Sacco. Già ordinario di “Politica Economica Internazionale” e di “Movimenti di Popolazione e Relazioni Internazionali” presso la Facoltà di Scienze Politiche della Luiss Guido Carli, ha insegnato a SciencesPo a Parigi ed è stato storico collaboratore di Commentaire, la rivista fondata da Raymond Aron; inoltre ha diretto diverse testate di argomento internazionale ed è stato consulente di oltre 50 Paesi.

V.G. Professor Sacco, vorrei partire subito dalla Brexit, che mi pare la principale mossa strategica dai tempi della caduta Muro di Berlino.

G.S. Nell’ultimo trentennio, a partire dalla caduta del muro di Berlino, si sono indubbiamente verificati fatti importanti. Basta pensare alla frantumazione dell’Unione Sovietica, all’entanglement degli Stati Uniti in guerre che durano da quasi vent’anni, e soprattutto alla trasformazione politica ed economica della Cina. E questa conferma la previsione di Napoleone: “quando la Cina si sveglierà, il mondo tremerà”. Infatti Pechino è ormai diventata una potenza della quale gli Stati Uniti cominciano seriamente a preoccuparsi, tanto che si è parlato di Trappola di Tucidide e di Nuova Guerra Fredda.

Indubbiamente, tra questi eventi, anche l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea è un accadimento di grande momento. Però non capisco bene perché lei parli di “mossa strategica”, né  il senso che lei dà a questa parola. Io, in verità, nella Brexit, così come si è verificata, di strategico ci vedo ben poco. E poi mossa strategica di chi? Di Cameron? Di quel Cameron che ha indetto il referendum, non solo perché non voleva la Brexit, ma voleva che si smettesse anche di parlarne?

 

E che razza di strategia sarebbe quella di indire un referendum per perderlo, doversi dimettere e abbandonare la carriera politica? Tutti sanno che il referendum voleva essere una mossa tattica per scrollarsi di dosso l’area euro-scettica del Partito conservatore. Solo che – essendo un tipico prodotto dell’eterna tabe britannica, per cui si diventa premier grazie ai quarti di nobiltà dei propri antenati – Cameron non aveva il polso dell’elettorato, i suoi calcoli erano sbagliati e ha perso. Così, è finito in pensione che non aveva neanche 50 anni e adesso dirige una fondazione di ricerca sull’Alzheimer.

 

V.G. Davvero la ritiene casuale? A me pare che questo incidente sia stato invitato.

 

G.S. Invitato da chi? Una “mossa strategica” di chi? Perché un evento possa essere considerato frutto di una strategia, dovrebbe avere un’altra natura e un tutt’altro svolgimento. Quello che è accaduto con la Brexit non si presta a interpretazioni: è un fatto. Cameron pensava di eliminare l’ala euroscettica e continuare la sua linea politica precedente, sottovalutando l’animus del Paese.

 

Comunque non è stato il solo a sbagliarsi. Se si analizza bene il risultato elettorale, si nota facilmente che le zone del Regno Unito in cui i voti per il leave arrivano all’80%, sono aree come quella di Sunderland. E per quale motivo gli operai di Sunderland hanno votato perché il Regno Unito  abbandonasse l’Unione Europea? Perché quella era stata in passato una zona di importanti cantieri navali, che hanno chiuso e creato una città di disoccupati. Ha presente il film The Full Monthy? La scena in cui uno dei protagonisti, disperato, dice alla moglie “tu non sai che fatica è stare tutto il giorno senza fare niente!”. Bene, quello avrebbe potuto essere un ex arsenalotto di Sunderland. Quegli operai erano furiosi con l’Unione Europea, perché le imputavano la chiusura dei cantieri.

 

Ma dove era passata in realtà l’attività dei cantieri? Alla Corea del Sud. L’Unione Europea non c’entrava gran che, se non nella misura – molto più generale ed indiretta – in cui è diventata un corridoio di passaggio verso la globalizzazione.

 

V.G.  Lei non è un estimatore dell’Unione Europea, o di questa Unione Europea?

 

G.S.  L’Unione Europea è un grande ideale, e non vedo come qualcuno possa non coltivare la speranza che un giorno esso si realizzi. Però, concretamente, abbiamo solo questa UE, che a quell’ideale è molto inferiore. Quindi, per forza di cose, mi lascia scontento. Anche perché vediamo ogni giorno i risultati sempre più deludenti nella sua azione.

 

V.G. Professore, lei mi fa sorridere, ma ritiene che possa migliorare o no?

 

G.S. Mi lasci dire che invidio il suo sorriso, in una situazione come questa. Io invece sono piuttosto preoccupato. Ma so anche, per esperienza, che con la buona volontà tutto è migliorabile, e per questo cerco di dare carattere costruttivo alla mia critica. Perciò, per parecchi anni ho diretto una rivista, l’European Journal of International Affairs, la cui linea politico-editoriale partiva dal presupposto che, se i principali esperti europei avessero guardato ai problemi mondiali esterni all’Europa, probabilmente avrebbero scoperto che gli interessi dei loro Paesi, di tutti i membri della UE, coincidevano largamente. Si cercava insomma di dare all’Europa una visione coordinata della realtà internazionale.

 

Poi, alcuni anni fa, ho persino tentato di dare un suggerimento di tipo istituzionale per rilanciare la UE, attraverso una riforma assai innovativa  del sistema con cui viene eletto il Parlamento europeo. L’ho pubblicato sulla rivista decisamente europeista,  Commentaire, fondata da Raymond Aron, in Francia, che mi sembrava il Paese più predisposto a prestarvi attenzione e più interessato a reagire positivamente. Ho avuto grandi lodi, ma nessun risultato, perché ai vertici di Bruxelles c’è solo una massa di burocrati, che hanno capito come le istituzioni comunitarie siano una sinecura che rende bene, le considera proprio domaine réservé, e non solo vuole che nulla cambi, ma non tollera neanche che qualcun altro, qualcuno che non sia dei loro, se ne occupi.

 

Comunque, se sono sempre stato un europeista, è anche perché ho sempre ritenuto che se l’Europa fallisse, l’Italia ne uscirebbe tra i Paesi più danneggiati. Ho sempre sostenuto che il nostro Paese non ha alternative alla collaborazione europea, e quindi  ho sempre condannato i “capricci mediterranei” dell’Italia.

 

V.G. Cosa teme per l’Italia ?

 

G.S. Non vorrei, che col fallimento della UE, fallisse anche la stessa idea di un destino comune dei suoi popoli e che ci si ritrovasse – tutti noi europei – a vivere in un pugno di piccoli Stati rissosi, dominati da gente come i membri della Corte tedesca di Karlsruhe, che sembrano non aver imparato niente dalla storia.

 

Personalmente, poi, non vorrei venirmi a trovare nella condizione psicologica che constatai in una conversazione con un grande e caro amico jugoslavo, mentre il suo paese andava in pezzi.  Quel mio amico era stato numero due dei partigiani jugoslavi contro i nazisti, e poi braccio destro e presunto successore di Tito fino al 1954, quando la sua critica della “nuova classe” di burocrati che si era impadronita del suo Paese, cioè di quella che – in tutto il blocco dell’Est – si chiamerà poi la nomenklatura, lo fece cadere in disgrazia e finire in galera.

 

In uno dei momenti più tristi della guerra civile jugoslava, questo amico, Milovan Gilas, si lasciò sfuggire un’amara constatazione: “la verità è che noi Serbi – disse proprio così, noi Serbi, lui che era nato in Montenegro – dobbiamo prendere atto che possiamo trovare un fondamento comune solo con i bulgari e con i macedoni”. Mi fece una pena terribile; aveva creduto di avere una patria moderna, di appartenere ad una nazione che potesse trovare un suo posto ed una sua dignità tra le nazioni europee, così come aveva svolto un ruolo importante tra i Paesi non allineati durante la Guerra Fredda,  e ora doveva prendere atto di una ben più misera realtà.

 

Gilas visse quegli anni con grande dignità, ma anche con molta sofferenza. Era stato un convinto jugoslavista, un sostenitore dell’unità nazionale degli slavi del sud. E per questo mi considerava una specie di correligionario, perché jugoslavista sono sempre stato anch’io, che cercai addirittura di fare qualcosa di assai concreto, lanciandomi in un’avventura anche piuttosto audace per aiutarne la causa – ma ovviamente dall’esterno, da non jugoslavo. Lo facevo da italiano, perché una Jugoslavia unita, e quindi necessariamente tollerante e pacifica, sarebbe nell’interesse dell’Italia, ed anche dell’Europa. Ma anche perché il jugoslavismo, come il kemalismo, come il riformismo degli Scià kajar, come in nazionalismo laico del Partito indiano del Congresso, è uno di quei movimenti che traggono ispirazione dal nostro Risorgimento.

 

Erano – le parole di Milovan Gilas – parole che segnavano la constatazione di aver visto la morte della propria patria, una patria per la quale egli aveva combattuto tutta la sua vita, con tutte le sue forze. Per difenderla; se non addirittura per crearla. E questo significava anche la presa d’atto che gli slavi del sud non riuscivano ad essere europei. Sotto i suoi occhi, sotto i nostri occhi, la Jugoslavia cominciava un cammino all’indietro, tornava ad essere un mosaico di ex-wilayet dell’Impero turco e di entità tribali satelliti della Germania, come prima lo erano stati dell’Austria.

 

V.G.  Quindi lei è europeista……

 

G.S  L’Europa è soprattutto un’identità culturale e in questa identità, la nostra posizione, quella dell’Italia, è una posizione di vantaggio, perché gran parte di quell’identità comune siamo stati noi a donarla a tutti gli altri. Nei secoli, noi abbiamo avuto una grande funzione civilizzatrice ed unificatrice. Non è mica un caso se, per sfruttarne il valore simbolico, tedeschi e francesi si sono scomodati fino a Roma per firmare i Trattati istitutivi. E non è stato mica a caso sei i governanti della Quatrième république si indispettirono tanto da rifiutare che le istituzioni comunitarie avessero sede a Parigi.  Uno scatto di mauvaise humeur di cui amaramente e silenziosamente si pentono ogni volta che gli capita di notare quel che ci ha guadagnato Bruxelles…..

 

Purtroppo però, vedo profilarsi per l’Europa – e per l’Italia – qualcosa di simile al terribile scenario che tanto faceva soffrire il mio povero amico Gilas. Lui aveva visto e denunciato prima di ogni altro, “la nuova classe”, la degenerazione burocratica della Jugoslavia socialista. Così come anche Spinelli finì per denunciare la corruzione burocratica della CEE.

 

Non vedo come qualcuno della mia generazione possa non essere stato europeista, ma ho assistito con sdegno e allarme l’emergere di questa prepotente burocrazia brussellese. Una burocrazia che ha spesso perso ogni contatto persino col Paese di origine, e di cui è un po’ simbolo anche l’attuale, raffinata Presidente della Commissione, von der Leyen, figlia di un alto funzionario, e cresciuta nel “serraglio” apatride della CEE/UE. Che però non si trova solo a Bruxelles, ma anche nelle succursali dei Paesi membri, e non solo nelle rappresentanze, ma in tutte le strutture parassitarie, pseudo-culturali e del cosiddetto “Terzo Settore” che profittano delle elargizioni di Bruxelles. E’ nata così, in tutta Europa, una rete di “europeisti” che considerano l’Europa squisitamente “affar loro” e che cercano di scoraggiare e di allontanare qualsiasi giornalista o scrittore che voglia occuparsene. Considerano solo loro stessi come aventi titolo a parlare ed ad occuparsi di Europa. E ne vediamo i risultati.

 

V.G.  ……ma ipercritico della Unione Europea.

 

G.S.  La UE, in questo momento forse fatidico, non sembra ormai più altro che una costruzione sopravvissuta a sé stessa, e promana quell’odore umidiccio, muffoso, che Stefan Zweig trovava caratteristico degli uffici pubblici dell’agonizzante impero austriaco, quella sottile puzza di morto che gli stessi austriaci avvertivano nel loro fatiscente Impero, e chiamavano ärarische Geruch, “odore erariale”,  “diesen Geruch von überheizten, überfüllten, nie recht gelüfteten Zimmern, der sich einem zuerst an die Kleider und dann an die Seele hängte”, come ha scritto Zwaig ne IL MONDO DI IERI. Quella puzza di ambienti troppo riscaldati, troppo affollati, mal aerati, che dapprima impregna i tuoi vestiti, e poi la tua anima…

 

L’UE mi appare insomma, ormai da tempo, come una costruzione che una sfida particolarmente dura, uno shock esogeno, poteva far crollare da un momento all’altro.

 

In passato, quando ho scritto queste cose, non potevo immaginare la terribile pandemia da cui siamo ora investiti. Pensavo ad una sfida diversa, come una crisi finanziaria che travolga l’Euro o una invasione migratoria come quella in atto in Italia da qualche anno. Ma ora, mi pare che la pandemia sia un fattore distruttivo ancora più potente di quanto avessi immaginato e non ne gioisco affatto, perché non mi aspetto nessuna palingenesi dalla devastazione in atto.

 

V.G.  Ma è solo colpa dei burocrati?

 

G.S. No. Per carità! No! Non c’è solo l’avido assalto dei burocrati. Ci sono anche dei fattori politici. C’è soprattutto la trasformazione della Germania nella potenza che si è impadronita di tutte le spoglie della Terza guerra mondiale, che l’Occidente ha vinto senza combattere. Ha talmente sbilanciato l’Unione al suo interno da tramutarla in un guscio vuoto, all’interno del quale ciascuno ha per anni cercato di arraffare quello che poteva in una logica di “prendi i soldi e scappa”. Lo testimoniano non solo l’accaparramento di quante più posizioni fosse possibile da parte dell’Inghilterra, ma anche il caso della Spagna, che ha mandato a Bruxelles un commando di funzionari che sembravano operare ancora nella logica delle istituzioni nazionaliste. E perfino quello della Polonia, i cui leaders, come dicono i Cinesi “chi xi mang dong”, mangiano ad ovest e sognano ad est.

 

E’ stato del resto per tentare di reagire a questa deriva burocratica che Altiero Spinelli, negli anni settanta, da Commissario Europeo, aveva cercato di dare alla CEE una politica scientifica ed industriale   e si candidò al Parlamento Europeo come indipendente nelle liste del PCI, pur non essendo comunista, al contrario…

 

V.G.  Ma quando Spinelli decise si candidarsi come deputato nel PCI, questo si presentava come un partito “euro-comunista”.

 

G.S.  Spinelli non era più comunista da decenni. Anzi era diventato anti-comunista nel 1937, quando aveva cominciato a sapere di ciò che accadeva nell’Urss; e lo seppe mentre era in galera come antifascista. Ebbe il coraggio di rompere col Partito di molti dei suoi stessi compagni di galera, e se li mise contro, mentre già aveva contro tutta la struttura carceraria, persino il cappellano, cui urlò di non essere neppure battezzato. Il che peraltro era la pura verità; io lo conoscevo bene. Ho anche un non piccolo debito di gratitudine con lui. E mi si è dimostrato amico, anche se il mio europeismo era leggermente diverso dal suo.

 

Eppure Spinelli accettò la candidatura, come indipendente nella lista del PCI, al Parlamento di Strasburgo, dove ha seduto per dieci anni. E lo fece, dichiaratamente, con il proposito di combattere quella che era diventata “l’Europa dei burocrati”. Altiero era furibondo, aveva intuito prima di ogni altro quanto il fatto che l’Europa era stata consegnata in mano agli squallidi funzionari di Bruxelles fosse distruttivo per quella che era la sua missione, la sua ragione di vita.

 

 

V.G. Torniamo sulla Brexit. Quanto la “cattiva condotta” dell’Europa ha influito su questo processo?

 

G.S. Per tornare alla Brexit, io la ho contraddetta quando lei ha ipotizzato che dietro la Brexit ci fosse un disegno strategico. Però le cose cambiano se si parla di una strategia dell’Inghilterra su un arco temporale assai più lungo di quello della semplice premiership di Cameron. E qui si potrebbe anche darle ragione.  Nel 1963 quando era premier il conservatore Macmillan, e poi ancora nel 1967 con il laburista Harold Wilson, la Gran Bretagna ha chiesto formalmente di entrare nella CEE. In entrambe le occasioni si scontrò con il veto del Generale de Gaulle, che però perse il potere nel 1969.

 

Dopo la caduta di De Gaulle, nel corso dei tardi anni ‘70 e ancor più ai tempi della Thatcher, quando il Regno Unito era ormai parte della Comunità, l’azione degli Inglesi, all’interno della Comunità, fu finalizzata ad impedire che essa diventasse ciò che gli Europeisti della prima ora, gli Europeisti veri, erano convinti o almeno si illudevano di poter costruire, cioè un nuovo soggetto politico forte ed unito, sia economicamente che politicamente.

 

Infatti, nessuno come la Signora Thatcher ha premuto così tanto per far entrare in Europa quanti più Paesi problematici si potesse immaginare. Più i Paesi membri erano numerosi, più erano piccoli, più erano litigiosi, più diventava impossibile costruire qualsiasi cosa in comune. Durante la premiership della Thatcher, l’Europa faceva venire in mente una bella donna che stesse preparando la maionese che piace tanto a suo marito, mentre un ex-amante geloso continuava a aggiungere olio, per guastare il rapporto coniugale.

 

V.G. Si tentava di far impazzire la maionese !

 

G.S. Esattamente. Questa era, con la sola parziale eccezione del periodo Wilson, la strategia dell’Inghilterra nei confronti della CEE. Del resto, Il Regno Unito, dopo che si era dapprima rifiutato di farne parte, aveva addirittura creato un’entità rivale, l’EFTA, l’European Free Trade Association, in un tentativo di fare una zona di libero scambio, che avrebbe dovuto fare concorrenza alla Comunità europea.

 

Quando tutto ciò si è rivelato fallimentare e il Mercato Comune a Sei ha invece visto un vero boom, gli Inglesi si sono decisi a chiedere di entrare. Inizialmente bloccati dall’opposizione di De Gaulle, gli Inglesi negli anni ‘70 sono entrati con l’obiettivo di sabotare. Forse qualcuno già si immaginava che, quando tutti i danni possibili fossero stati fatti, essi sarebbero usciti sbattendo la porta.  Un disegno strategico c’era, dunque ed era quello anti-europeista formulato circa 60 anni fa. Perché – vede – le grandi strategie sono azioni che si prolungano nel tempo e che poi prendono vita autonoma lungo la storia.

 

V.G. Gli inglesi hanno sempre guardato oltre l’Europa, mentre l’Europa è sempre stata molto autoreferenziale.

 

G.S.  Questa mi sembra un’affermazione un po’ audace, visto che l’Impero russo, le cui origini sono a Kiev, ha esplorato e conquistato non solo tutta la Siberia, oltre gli Urali, fino all’attuale Vladivostok, ma ha conquistato anche l’Alaska e si è spinto fino all’attuale Oregon, per non parlare dell’Asia Centrale dal Gobi fino al Caspio.

 

E poi come pensare che l’Italia sia stata autoreferenziale? Basta – senza dover tirare in ballo Marco Polo – pensare che Venezia ha sempre rifornito l’Europa intera di sete che venivano dalla Cina, e di spezie che venivano dalle Molucche, nell’estremo Est.

 

E come considerare autoreferenziali i Portoghesi – che discendono da Genova più di quanto gli ignoranti italiani di oggi non immaginino? Dal loro piccolo paese, essi hanno circumnavigato l’Africa, spazzato via il controllo commerciale arabo dell’Oceano indiano, stabilito basi in India, Cina, Giappone sino allo Stretto di Timor, tra Indonesia ed Australia, risalito tutta la costa orientale dell’Africa, stabilito un’alleanza con Claudio III, Imperatore d’Etiopia e insegnato ai suoi soldati come produrre la polvere pirica e l’uso delle armi da fuoco. Ed hanno infine, nel 1509, sbaragliato Turchi e Arabi alla battaglia navale di Diu, davanti all’attuale Pakistan.

 

E sull’altro fronte, quello atlantico, come considerare autoreferenziali gli Spagnoli, cui si debbono non solo le navi che consentirono al genovese Colombo di raggiungere un nuovo mondo, e non le Indie, come intuì il fiorentino Amerigo Vespucci? Ci sarà pure una ragione se l’America prese da lui il suo nome, e non da qualche pirata britannico!

 

E non doveva essere tanto autoreferenziale uno spagnolo, Cortés, che con duecento uomini sconfisse l’esercito di Montezuma, creò un nuovo paese, il Messico, abbastanza influente da estendere il suo controllo economico fino un arcipelago con più di ottomila isole, quello delle Filippine, a ridosso della Cina.

 

Così come una ragione ci deve essere stata se lo stesso Papa finì per benedire il Trattato di Tordesillas, che divideva il mondo intero tra due potenze marittime, nessuna delle quali era l’Inghilterra, bensì la Spagna e il Portogallo.

 

V.G.  Ma allora lei nega la diversità tra l’Europa continentale e le isole britanniche?

 

G.S.  Niente affatto! Un elemento di diversità c’è, anche se aveva più valore nei secoli passati che oggi. Si tratta di un elemento di contrapposizione geo-strategica che oggi – da quando esistono gli aerei, i missili e i satelliti – è andato perdendo d’importanza, ma ha avuto grande valore ancora nella Seconda guerra mondiale.

 

E’ per questo elemento geo-strategico che l’Inghilterra è sempre stata contraria all’emergere di una potenza sulla sponda Est della Manica, e comunque ad un forte centro di potere nel sub-continente. Una potenza significativa, al di là della Manica, metteva in discussione ed eliminava il vantaggio difensivo derivante all’Inghilterra dalla sua natura insulare. Per questo gli inglesi hanno sempre cercato di evitare che si creasse una potenza predominante a livello europeo, sia che questa potenza fosse la Francia oppure la Germania.

 

Guardiamo a quell’aborto storico che è il Belgio e chiediamoci perché esiste un Paese così. Il Belgio è lì, nella posizione in cui è e con l’incoerenza e la fragilità interna che lo contraddistinguono, per evitare che ci possa essere un Paese decente, con un minimo di identità culturale, al di là della Manica, elemento cruciale per mantenere impotente l’area immediatamente prospiciente all’Inghilterra.

 

Per questo motivo, Londra è sempre stata nemica della Francia monarchica e – in maniera massima – anche di quella napoleonica. Infatti, nella storia moderna noi troviamo l’Inghilterra sempre alleata con i Paesi germanici, ad est della Francia, in funzione antifrancese.

 

Ma se passiamo poi alla storia contemporanea, quando questo scenario si esaurisce definitivamente, cioè a partire dal 1870-71, dopo la sconfitta di Sedan e la proclamazione dell’Impero Germanico, vediamo che la minaccia di una potenza continentale dominante prende una forma diversa; la Francia appare in posizione di debolezza crescente fino ai primi del ventesimo secolo, quando Londra e Parigi effettuano quello che si potrebbe chiamare un capovolgimento delle alleanze strategiche e stringono uno storico accordo, l’Entente cordiale, in funzione anti-germanica.

 

Non può quindi sorprendere che l’avvìo, dopo la Seconda guerra mondiale, di un processo di unificazione europea metta in allarme il Regno Unito e faccia nascere il disegno strategico a cui abbiamo accennato.

 

V.G. L’Inghilterra a questo punto si trova ufficialmente fuori dall’Europa, dove guarda? Quale è il suo vero disegno? Si vuole ricostituire, asia-centrica o restare atlantica?

 

G.S. Dell’Inghilterra, è stato detto e ridetto fino alla noia, che a partire dal 1945, ha perso un Impero e non ha trovato un ruolo. Oggi è ancora alla ricerca di questo ruolo, non sa dove va. Sa però quello che non vuole. Ovvero, non vuole un forte centro di potere al di là della Manica. D’altra parte, era proprio questo che l’Unione Europea rischiava di creare, uno spazio politicamente abbastanza omogeneo, economicamente e politicamente, da comportarsi come un soggetto internazionale unitario.

 

V.G.  Torniamo per un momento a Spinelli e sul perché egli era europeista.

 

G.S.  Spinelli, verso la fine della guerra, era diventato pacifista. Ricordo benissimo, perché mi colpì molto vivamente un’occasione in cui parlammo di quello che un giorno sarebbe potuto accadere con il consolidamento della Comunità Europea. Era inevitabile, avevo detto, che a quel punto, l’Europa Unita avrebbe rivendicato la Germania dell’est e l’Ungheria, di cui non si poteva negare l’appartenenza culturale all’Europa centro-occidentale e forse anche dell’Austria.

 

Spinelli ebbe una reazione che mi sorprese, – “No! … per carità”–  disse. – “Questo non deve poter accadere. Per questo è importante che la varietà delle sue componenti faccia dell’Europa unita un soggetto politico debole, e quindi, pacifico.”-

 

Queste sue parole mi ricordarono, per un canto la reazione che aveva avuto un collega americano durante un dibattito a Salisburgo in cui avevo esposto lo stesso concetto: “l’Europa di cui parli potrebbe essere un mostro!”, si era lasciato scappare. E d’altro canto mi fece pensare che stesse in fondo riprendendo – ma immiserendolo tremendamente – un concetto di Mercurino Gattinara.

 

V.G.  Chi era Mercurino Gattinara?

 

G.S.  Mercurino Arborio di Gattinara era – comme son nom l’indique – un piemontese, che per quasi tredici anni (dal 1517 al 1530) fu il Grande Cancelliere di Carlo V, il quale da un lato aveva ereditato la Spagna, con le sue dipendenze americane, e dall’altro l’Impero austriaco. In pratica fu lo statista che portò l’Impero unico europeo al suo apogeo, gestì l’entità politica più simile all’Europa unita che ci sia mai stata nella storia.

 

La politica estera di Mercurino Gattinara era dunque animata da un grande ideale, ma che veniva perseguito con altrettanto grande realismo, con un approccio che potremmo quasi definire contemporaneo, per come erano tenuti presenti gli interessi delle differenti componenti europee dell’Impero; componenti di cui proprio la diversità facevano dell’insieme una potenza pacifica per definizione.

 

Riteneva infatti Gattinara che, se si fossero concentrati gli sforzi contro i Mori al di là dello stretto di Gibilterra, con l’idea di estendere la reconquista anti-islamica al nord Africa – come spingeva a fare la componente ispanica – sulle frontiere dell’Ungheria, si sarebbe creata una situazione di ostilità insostenibile, poiché quella parte dell’Impero aveva i Turchi “sul collo”. Né si poteva essere troppo ostili, o troppo favorevoli, agli interessi commerciali del nord-est italiano con l’Oriente, altrimenti si sarebbe provocata la risposta contraria dei loro concorrenti, ovvero i Paesi Bassi.

 

L’Impero doveva insomma bilanciare le spinte degli interessi economico politici contrastanti delle varie componenti e dei loro gruppi di pressione e ciò, avrebbe impedito politiche estere troppo  avventate e avventure militari. A meno che, ovviamente, queste non fossero dirette contro il nemico dello stesso concetto di Impero, la Francia, pays de Royauté per eccellenza, contro il quale Gattinara tendeva ad appoggiare l’Inghilterra.

 

Quando si ha un grande impero – diremmo oggi – si deve tenere sempre conto, in politica estera, di tutte le sue componenti, che sono sempre divergenti, e ciò porta a politiche di moderazione e di pace. Se allo studio della storia fosse data qualche attenzione e alla politica una qualche parvenza di razionalità, gli europeisti dovrebbero guardare con maggior interesse a quelli che sono stati i problemi e le scelte dell’unico precedente esempio di unità europea, che è stato l’Impero di Carlo V.

 

Per questo Altiero Spinelli mi ricordava Mercurino Gattinara, perché – tenendo ovviamente conto del fatto che la mia conversazione con Spinelli aveva luogo quasi mezzo millennio più tardi – con la sua costante preoccupazione per la pace, ragionava un po’ come lui. Spinelli, guardando a cosa era accaduto con la Germania in una fase storica che da Bismarck arriva fino ad Hitler, aveva visto con i propri occhi cosa potesse significare l’ambizione di dominio fondata sul mito della nazione e della razza. Apprezzava perciò la complessità dell’Europa, una complessità  che le rendeva di fatto impossibile diventare – come aveva detto il mio collega americano – “un mostro”.

 

V.G. – Parliamo degli altri europeisti. Di coloro che hanno fatto l’Europa sul serio. Perché Adenauer era europeista? Forse perché era cattolico?

 

G.S.  Questa è una domanda a cui più volte si è dato risposta, sottolineando alcune caratteristiche che univano Adenauer agli altri due padri dell’Europa unita: De Gasperi e Schuman. Di questi ultimi due si sottolineava anzitutto come fossero uomini che venivano da zone di confine. De Gasperi veniva dal Trentino, che faceva parte dell’Impero austriaco. Era stato anche Deputato a Vienna e da giovane era stato in prigione per aver fatto parte di gruppi studenteschi che chiedevano la creazione di una Facoltà di Legge di lingua italiana. Schuman invece era nato in Lussemburgo, dove il padre, cittadino francese, si era trasferito quando la sconfitta della Francia nella guerra del 1870 aveva fatto di lui un suddito del Kaiser. Entrambi erano dunque molto consapevoli delle conseguenze negative cui, in zone assai particolari e sensibili, poteva portare l’organizzazione politica dell’Europa fondata sul principio di nazionalità. Ed entrambi erano cattolici, appartenenti a Paesi in cui i cattolici si sentivano discriminati.

 

Adenauer veniva dalla Renania, che è una grande realtà cattolica, cosi come la Baviera e i Cattolici in Germania non hanno mai dimenticato il Kultur Kampf, la persecuzione messa in atto, tra il 1867 e il 1887, da Bismark e dai protestanti prussiani.

 

Analogamente in Francia, i Cattolici, si sentono ancora oggi una minoranza oppressa, soprattutto a partire dalla legge sulla laicità del 1905, che spinse molti religiosi a rifugiarsi in Italia, dove peraltro, almeno fino al 1912, la condizione politica di costoro era stata caratterizzata dal fatto di essere storicamente senza voce, non solo per l’egemonia massonica e successivamente per  la dittatura fascista, ma anche per il non expedit vaticano del 1874, che impediva loro di andare a votare.

 

Per constatare come in Francia i cattolici siano tuttora marginalizzati, basta vedere come è stato facile distruggere il cattolico François Fillon, che a sorpresa nel 2016  era arrivato largamente in testa al primo turno delle primarie della destra, una novità che non a caso era stata accolta favorevolmente al di là del Reno.

 

Nel quadro dell’Europa a Sei, invece, non solo i Cattolici avrebbero costituito la maggioranza della popolazione, ma avrebbero avuto una possibilità di collaborare tra loro; possibilità cui i loro nemici, giacobini, liberal-fascisti e militaristi prussiani, non disponevano, perché erano troppo diversi tra di loro.

 

Era per questo che alcuni anti-europeisti parlavano di “Europa Vaticana”: compariva qui un altro degli elementi fatti per non piacere agli Inglesi, per i quali doversi acconciare a chiedere di entrare nella CEE rimase sempre fatto a malincuore. E fu, in un certo senso anche una sconfitta culturale.

 

Questo lo si vide bene negli anni successivi, quando, al Parlamento europeo, si pose il problema del gruppo in cui inquadrare gli eletti del Partito Conservatore inglese. Era difficile assimilarli ai popolari, anche se un tempo il loro partito era chiamato the Church Party (ma della Chiesa anglicana!). Paradossalmente, si osservò allora, gli unici con cui i conservatori, in quell’Assemblea, avevano qualcosa in comune, sembravano quelli che li avevano ostinatamente tenuti fuori della CEE: i gollisti. Perché entrambi erano europeisti assai riluttanti.

 

 

V.G. Perché i comunisti si dicono così fortemente europeisti?

 

G.S.  I comunisti fortemente europeisti?! Lei davvero ama il paradosso ! Immagino piuttosto che lei si riferisca agli ex-comunisti del PD. E allora la risposta è assai semplice: possono atteggiarsi ad europeisti perché non sono più comunisti! IL PD, infatti, con il comunismo – giusto o sbagliato che fosse, crimine o utopia che lo si voglia considerare – non ha assolutamente più nulla a che fare. I comunisti veri sono sempre stati anti-europeisti, e anche giustamente, dal loro punto di vista.

 

Certo, negli anni ‘50 era facile mettere i comunisti in difficoltà facendo notare che, quando essi accusavano i Trattati europei di consacrare e rafforzare la divisione postbellica dell’Europa, tacevano sul fatto che questa divisione era in realtà già stata resa irreversibile al momento in cui i Paesi occupati dall’Armata Rossa avevano dovuto rifiutare l’aiuto economico americano che era stato loro offerto.

 

D’altro canto, era francamente comprensibile che essi si opponessero alla CED, alla Comunità Europea di Difesa, cioè alla creazione di un esercito europeo che avrebbe dovuto veder la luce prima ancora che esistesse qualsiasi organo politico in grado di indicare come e dove andare a combattere e contro chi. In queste condizioni, era chiaro che la CED non potesse essere altro che un esercito di ausiliari al servizio degli americani. Infatti fu bocciata dall’Assemblea Nazionale francese, anche se questa era in maggioranza anticomunista.

 

Comunque, CED a parte, era chiaro che molti di coloro che spingevano per qualche forma d’unità europea lo facevano solo in funzione anti-sovietica, cioè anticomunista; per rafforzare il pilastro europeo dello schieramento filo-americano.

 

Perciò, coerentemente, i comunisti italiani hanno votato contro tutti i Trattati europei, anche se oggi i loro pretesi eredi tendono a nasconderlo falsificando addirittura i documenti. Basta vedere la raccolta L’Europa in Parlamento 1948-1979, curata da un ex-vicesegretario della Camera che si è prestato a censurare due discorsi, ferocemente antieuropei, pronunciati da quel molto importante esponente del PCI, che era Pietro Ingrao.

 

V.G. Adenuaer rifiuta infatti la mano che viene tesa da Stalin per riunificare la Germania, rendendola neutrale.

 

G.S. Indubbiamente. Anche perché quella che gli veniva offerta era una torta avvelenata dal fatto che essa avrebbe comportato una neutralità della Germani tra Est e Ovest, che avrebbe di fatto dissolto il pilastro europeo della Nato.

 

Non a caso, in seguito, Adenauer rifiutò anche la mano tesa da De Gaulle e la sua idea di un’alleanza franco-tedesca che avrebbe dovuto garantire la difesa atomica della Germania, per rendere l’Europa certamente non neutrale tra Est e Ovest, come cercava di renderla Stalin, ma meno dipendente dagli americani. Adenauer rifiutò perché De Gaulle disponeva, certo, dell’arma atomica, ma questa era infinitamente meno potente di quelle dei sovietici e degli americani. Eppure, la “teoria del grilletto”, che era dietro la proposta di De Gaulle, non era priva di una sua logica.

 

Secondo questa teoria, l’uso dell’atomica da parte francese conto l’Urss (o anche, per assurda ipotesi, contro gli USA), avrebbe indubbiamente innescato una risposta molto più distruttiva e questa avrebbe portato alla “vetrificazione” della Francia, alla sua totale distruzione. Ma avrebbe comunque generato un conflitto nucleare generalizzato, anche perché la Francia, pur completamente distrutta, avrebbe ancora potuto infliggere un secondo colpo, con missili nucleari lanciati da sottomarini a propulsione atomica, permanentemente in navigazione e abbastanza lontano dall’Esagono da sopravvivere, almeno per un po’, alla fine. Avere in mano il “grilletto” di un tale conflitto, sarebbe quindi bastato alla Francia per esercitare un forte potere di dissuasione contro un attacco sovietico, anche di tipo convenzionale, alla Germania. Ma Adenauer preferì “andare sul sicuro” ed affidare agli Stati Uniti la propria protezione atomica.

 

V.G.  Adenauer aveva ben compreso quali fossero le debolezze e dove stava la forza.

 

G.S.  Adenauer in realtà era anche consapevole della forza che veniva alla Germania dalla sua posizione strategica e dal fatto che essa era indispensabile per unire l’Europa in funzione anti-sovietica. E qui viene in luce un altro e determinante aspetto dell’europeismo: l’aspetto più forte, che é poi – sia detto a proposito della sua precedente affermazione – l’aspetto che spingeva i comunisti italiani ad essere implacabilmente anti-europeisti. Adenauer era infatti il garante del cambiamento di casacca che venne operato nell’esercito tedesco, il quale fino al giorno prima aveva combattuto contro gli americani e contro gli inglesi e che, con gli stessi uomini, con la stessa disciplina, con gli stessi ufficiali, si trasformava in un alleato degli anglosassoni.

 

Adenauer poté garantire questo capovolgimento delle alleanze perché non era mai stato nazista. Era anzi restato in galera fino all’ultimo giorno del nazismo. Era probabilmente l’unica personalità politica in grado di riconvertire la Germania occidentale – cioè una Germania a maggioranza cattolica e amputata della Prussia, che ne costituiva la componente più protestante e più militaristica – in una entità politica culturalmente più o meno europea e politicamente più o meno occidentale, in grado di schierare l’esercito tedesco a protezione dell’Europa occidentale, che altrimenti sarebbe stata indifendibile da un attacco proveniente da Est senza far ricorso immediato alle armi atomiche. Senza la Germania, non ci sarebbe stato nemmeno lo spazio di manovra per schierare le truppe. Non c’era profondità strategica su questo piccolo capo d’Asia, che è l’Europa Occidentale, per poter essere tatticamente efficaci, per resistere abbastanza a lungo da consentire agli americani di intervenire.

 

Non bisogna infatti farsi ingannare dalle apparenze: le forze americane schierate in Europa, a protezione da un attacco sovietico, sarebbero state insufficienti. Non era neanche chiaro, a quei tempi – e lo rimase fino alla Presidenza Kennedy – quali condizioni sul terreno e quanto tempo, sarebbero stati necessari agli Stati Uniti perché intraprendessero il grande sforzo contro l’URSS necessario per salvare la parte continentale, Inghilterra esclusa, dell’Europa occidentale. E tutti, si ricordavano bene del fatto che gli Stati Uniti non avevano mai dichiarato guerra, né nella prima, né nella seconda Guerra mondiale, ma avevano atteso di essere direttamente attaccati per decidersi ad entrarvi.

 

 

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1 COMMENT

  1. Ottima intervista.
    All’inizio sulla Brexit dice una cosa giusta che non vedo ricordata spesso: la responsabilità è tutta di Cameron

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