Europa e Usa devono capire che ridurre il deficit non fa affondare un governo

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Europa e Usa devono capire che ridurre il deficit non fa affondare un governo

Europa e Usa devono capire che ridurre il deficit non fa affondare un governo

25 Ottobre 2011

“It’s the economy stupid” – con tale slogan ed il messaggio dietro a tale slogan, Bill Clinton vinse le elezioni del 1992 contro il presidente Bush, fresco delle vittorie nella Guerra Fredda e in Iraq. Da allora tutte le elezioni americane, ma non solo, anche quelle Europee, si sono combattute su questioni domestiche ed economiche. Di rado e solo dopo eventi eccezionali come l’11 Settembre o gli attentati di Madrid nel 2004, l’economia non è stata al centro di tutte le campagne elettorali. Potremmo definire questa la prima legge elettorale del Ventunesimo secolo.

A sentir parlare giornalisti, opinionisti, esperti e gli stessi politici, si potrebbe poi definire la seconda legge elettorale: tagli alla spesa pubblica fanno perdere elezioni, elargire benefici (attraverso politiche fiscali e monetary espansive) fanno vincere elezioni. Seguendo la tradizionale teoria Keynesiana poi, tagli alla spesa riducono la crescita economica e quindi riducono ancora di più le possibilità di rielezione per il governo che introduce tali politiche.

Il corollario per i giorni d’oggi quindi è che chi cerca di riconsolidare il debito pubblico attraverso tagli alla spesa pubblica non solo danneggia i prospetti di crescita del proprio paese, ma danneggia i propri prospetti di rielezione. Quindi a meno di crisi esterne che forzano la mano – “e’ la globalizzazione, Bruxelles, il FMI, … (inserire il cattivo di turno)” – è meglio tappare i buchi, rappezzare la barca e continuare a dar da mangiare alla ‘bestia’ (i.e. crescere il ruolo dello stato).

Tale ortodossia è però criticata da un numero sempre più crescente di esperti, analisti, economisti e qualche volta politici coraggiosi che, dati alla mano, provano il contrario e suggeriscono idee diverse. Uno di questi è un economista italiano, Alberto Alesina, che negli ultimi due anni ha pubblicato due ricerche tanto importanti quanto poco notate dai ‘mainstream media’.

Alesina, in un paper pubblicato nell’ottobre 2010 assieme a Dorian Carloni e Giampaolo Lecce, afferma che l’evidenza empirica (basata su analisi dei paesi dell’OCSE) non suggerisce che chi reduce il deficit pubblico perde sistematicamente le elezioni. Anzi, ci sarebbe più evidenza che governi con una politica fiscale espansiva tendono a perdere più elezioni che quelli con una politica fiscale conservatrice.

In un paper pubblicato nel 2009 Alesina e Silvia Ardagna avevano inoltre trovato evidenza che, in episodi di stimolo fiscale (politiche economiche espansive), politiche basate su tagli alle tasse incrementano crescita economica più che politiche basate su incrementi della spesa; ed in episodi di consolidamento fiscale (politche economiche di contrazione), politiche basate sui tagli alla spesa portano più benefici in termini di crescita e riduzione del debito pubblico che politiche basate su incrementi delle tasse. Secondo Alesina, infatti, “aggiustamenti dal lato della spesa strutturale (cioè non tagli una tantum) sono gli unici che consentono una stabilizzazione e riduzioni durature del rapporto tra debito e Pil. Aumenti di imposte, invece, non fanno che rincorrere la spesa con i suoi incrementi automatici”. In aggiunta, “gli effetti recessivi di tagli alla spesa sono inferiori a quelli di aumenti di imposte”.

Tale risultato sembrerebbe quindi contraddire l’ortodossia keynesiana molto in voga al giorno d’oggi. Non c’è da soprendersi però: l’esempio americano degli ultimi tre anni (si veda ‘Obamanomics’) è un classico esempio del fallimento delle politiche Keynesiane. Anche la Royal Swedish Academy (di certo non un bastione del libero mercato o del monetarismo ‘Friedmaniano’) sembra essersene accorta, avendo accordato il Premio Nobel quest’anno a due economisti che hanno contribuito molto alla critica del Keynesianismo in passato: Thomas J. Sargent e Christopher A. Sims.

Tutto ciò quindi porta ad una conclusione estremamente rilevante per i politici impegnati al momento in difficili decisioni sul futuro del loro paese e dell’Europa. Ridurre il deficit e il debito pubblico non è necessariamente un colpo di grazia per il governo o garanzia di una futura sconfitta elettorale. Tutt’altro, potrebbe servire a dimostrare la forza di un esecutivo solido e di cui ci si puo’ fidare. E se c’è da ridurre il debito, tagli alla spesa portano più successi che incrementi alle tasse.

Paesi come Gran Bretagna, Irlanda, Spagna e Portogallo hanno capito la lezione e si stanno muovendo faticosamente in tale direzione. Di sicuro, affronteranno un paio d’anni difficili ma il messaggio che stanno dando è di aver capito la gravità della situazione e di aver assimilato la lezione. Ne usciranno rafforzati. Riuscirà il resto d’Europa (e gli Stati Uniti) a seguire la stessa strada? Speriamo, per il bene dell’economia mondiale e di quella italiana, di sì.