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Europa vuol rivedere relazioni con Egitto ma Al Sisi si sente al sicuro

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L’Unione europea con Lady Ashton e gli Usa di Obama adesso fanno pressioni su Al Sisi. Ma il giro di telefonate tra Merkel, Hollande e Letta, le minacce più o meno velate di interrompere gli aiuti milionari di Ue e Stati Uniti all’Egitto, il vertice a Bruxelles, in realtà toccano solo di striscio l’uomo forte del Cairo. Come mai? Il colpo di stato del generale Al Sisi non è dipeso soltanto dal malgoverno e dalla crescente islamizzazione dell’Egitto dei Fratelli musulmani, ma anche dalla decisione di fermare l’invio annunciato da Morsi di quattromila soldati a combattere con i ribelli siriani. Questo spiega la durezza della repressione dei generali egiziani, il rifiuto della mediazione americana e il sostegno mondo arabo. Occorre rendersi conto che in Medio Oriente la decisione di non fare cadere la Siria in mano ai ribelli è  considerata una scelta obbligata.

A dispetto del mantra che riduce tutti i conflitti a lotta tra sciti e sunniti, la Siria era difesa, fino al golpe di Al Sisi, dagli Hezbollah, dall’Iran scita, e, perfino da una parte della Jihad sunnita, perché si teme che lo scontro sunniti-sciti venga usato dagli occidentali per polarizzare il Medio Oriente, farlo sprofondare nel caos, smembrarlo e ridisegnarlo con l’intervento della Nato, come nei Balcani. Questo schieramento ha l’appoggio della Russia e della Cina, a cui si può aggiungere l’India, che subisce il terrorismo jihadista, pilotato dai servizi segreti pakistani. Il golpe di Al Sisi, un musulmano con la moglie con il velo, è sostenuto anche da Arabia saudita, Giordania, Qatar e Israele, che non si fidano più degli Stati Uniti dopo la caduta di Mubarak.

Gli Stati Uniti, che hanno appoggiato il golpe con Kerry e lo hanno condannato con McCain, rivelano lo stato confusionale della politica estera americana, con Obama che fa pure smentire la sua presenza nella situation room nel maggio 2011 durante l’uccisione di bin Laden, mentre erano in corso le primavere arabe. Mentre ci si preparava a far fuori bin Laden, il nemico numero uno degli Stati Uniti, il capo del terrorismo islamico che voleva distruggere l’Occidente, Obama si era già alleato con i Fratelli musulmani per cacciare Mubarak, che aveva aiutato gli Stati Uniti nella guerra contro il terrorismo. Forse si è esagerato col motto di Chicago “tieni stretti gli amici, ma soprattutto i nemici”, comunque ai generali egiziani non è piaciuto, non si fidano più degli americani. “Ci avete voltato le spalle, ci avete abbandonato”, hanno detto a Washington.

Dopo la caduta di Morsi e le dimissioni di El Baradei gli Stati Uniti non hanno più interlocutori in Egitto, un paese con cui non possono rompere i rapporti facilmente, perché in Medio Oriente è uno dei pochi, come ricorda il New York Times del 17 agosto, a concedere lo spazio aereo automatico agli aerei americani. Il discorso del re dell’Arabia saudita  che ha invitato gli arabi a sostenere al Sisi, seguito dal re di Giordania, due alleati storici degli Stati Uniti, non lasciano a Obama molte opzioni.

All’inizio della guerra in Iraq ebbe molta fortuna il libro di Christopher Catherwood sulla follia di Churchill, che come segretario delle colonie negli anni Venti, avrebbe creato una serie di nazioni artificiali come l’Iraq, la Siria, il Libano, l’Arabia saudita, la Giordania, la Palestina e gli Stati del Golfo. Nazioni inventate, nate dalla spartizione di Gran Bretagna e Francia dell’impero ottomano. Per eliminare i problemi nati da  tutte queste nazioni artificiali, la soluzione è la ricostruzione di un nuovo impero ottomano, sotto la tutela della Nato. Le nazioni inventate dovevano cadere come birilli per l’effetto domino della caduta di Baghdad. Però l’Iraq diventò un inferno per Bush, una guerra persa.

Il sospetto che l’America di Obama abbia ripreso il disegno di Bush con le Arab Spring deve essere piuttosto diffuso nel mondo arabo: l’islam non era più il terrorismo, il nemico dell’Occidente, scendeva nelle piazze del Medio Oriente a lottare per la democrazia, i diritti umani e destabilizzava le società arabe, polarizzandole. Le primavere arabe hanno prodotto dovunque partiti islamici che alimentano rivolte e guerre civili come in Libia e  in Siria. La fine della Siria travolgerebbe il Libano, la Giordania, Israele e la Palestina. Si capisce dunque perché il mondo arabo stia dalla parte di al Sisi e come la politica estera degli Stati Uniti in Medio Oriente abbia infilato un disastro dopo l’altro, con molta spocchia, e senza rendersi conto di essere ormai un impero in declino.
 

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