Fabio Granata, finiano doc, guarda a Miccichè e pensa a una corrente del Sud

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Fabio Granata, finiano doc, guarda a Miccichè e pensa a una corrente del Sud

29 Luglio 2009

Obiettivi e strategie del progetto Pdl-Sicilia,  punti di contatto e distanze dal movimento di Miccichè, questione meridionale,  analisi su struttura e mission del partito nazionale. Fabio Granata, parlamentare siciliano e finiano doc, argomenta le ragioni e “la necessità” di una nuova iniziativa politica che muove dal Sud e si innesta nel dibattito sul Mezzogiorno. Ma che, al tempo stesso, è destinata ad aprire un nuovo fronte di dibattito (e di polemica) dentro il Pdl. A cominciare dall’intenzione di costituire un gruppo del Pdl-Sicilia nel parlamento dell’Isola; una mossa che suona come un atto di sfiducia nei confronti dei coordinatori regionali Castiglione (ex Fi) e Nania (ex An).

Onorevole Granata perché il Pdl-Sicilia?

Sgomberiamo subito il campo. Non è un’iniziativa contro ma per il Pdl, noi ci muoviamo entro i confini del partito nel quale abbiamo scelto liberamente di militare, nato dall’intuizione politica di Berlusconi e Fini. Vogliamo dar vita a un laboratorio politico che partendo dalla Sicilia, regione a statuto speciale, declini il primo esempio concreto di una politica del Pdl legata al territorio e di un’idea di sviluppo diversa che passa anzitutto da una rivoluzione culturale e politica.  Dunque, nessun intento rivendicazionista di tipo economico per alimentare un nuovo assistenzialismo ma un “pensiero” diverso della Sicilia.

Sì ma voi pensate ad uno statuto autonomo rispetto al Pdl nazionale e dunque all’elezione del coordinatore regionale e dei vertici locali del partito. Non le sembra una contraddizione?

Noi chiediamo uno statuto speciale che ci consenta di eleggere direttamente il coordinatore regionale e il gruppo dirigente e rappresenti il primo modello di come un grande partito con un’indispensabile spinta e visione nazionale, possa essere in grado di competere coi movimenti del territorio e, per quanto riguarda la Sicilia con l’Mpa di Lombardo, ma senza appiattirsi su di loro. I punti cardine della nostra proposta sono la legalità e la trasparenza, la sostenibilità dello sviluppo, la qualificazione della spesa, la capacità di programmazione dei fondi comunitari.  Tutto ciò passa da una classe dirigente adeguata e responsabile che non si limita a dire che è tutta colpa del governo centrale ma è pronta a giocare la partita per il rilancio della Sicilia.

Il vostro progetto vale anche per il resto del Meridione. E con la stessa logica del Pdl-Sicilia potrebbe nascere quello della Campania, della Puglia o della Calabria, con quali risultati se non quello per il quale ogni regione si fa il suo partito su misura?

C’è una differenza sostanziale: la Sicilia è l’unica regione  italiana che ha un parlamento. Se il Pdl vuole declinare una politica anche di tipo federale può iniziare proprio dalla Sicilia. Ma il ragionamento può essere esteso anche al resto del Meridione.  Noi partiamo dal laboratorio politico della Sicilia.

Si spieghi meglio

Il Pdl è un grande partito nato dalla sintesi di culture diverse impegnato a ricercare coesione politica e culturale nelle varie realtà d’Italia tenendo ben salda la barra dell’unità e della visione nazionale. Secondo noi può farlo partendo dalla valorizzazione dei territori e delle loro peculiarità, operando così un vero radicamento in ogni area geografica del paese.

Come valuta il progetto di Miccichè?

Abbiamo posizioni distinte ma non distanti. Non condividiamo l’ipotesi di un partito al di fuori del Pdl ma a Miccichè va dato il merito di aver posto la questione, non più rinviabile ed evidentissima, di un equilibrio politico tra nord e sud del paese nell’azione di governo, riportando al centro del dibattito la questione meridionale che non è “più soldi al sud” ma un nuovo progetto per il Mezzogiorno. Con Miccichè c’è un dialogo. Non siamo distanti ma distinti sul taglio del progetto. Non ci piace l’idea di un piano Marshall per la Sicilia perché la Sicilia non è bombardata, tantomeno è un paese dell’Africa sub-sahariana, bensì una terra ricca di potenzialità che devono essere adeguatamente valorizzate e sviluppate. Oltretutto  quella di un piano Marshall  è una formula che di per sé dà l’idea di uno sviluppo etero-diretto e centralista. Ciò che serve, invece, è uno sviluppo decentrato all’interno di una forte visione nazionale.

C’è chi sostiene che il Pdl-Sicilia rappresenti anche un’operazione politica per “blindare” il movimentismo degli uomini di Miccichè evitando il rischio di una scissione. Lei cosa risponde?

Diciamo che si profila anche come operazione tendente a riallacciare un dialogo con esponenti del Pdl che legittimamente stanno ponendo la centralità della questione meridionale nell’azione di governo, coinvolgendoli in un progetto innovativo per il Sud e sollecitandoli a farlo nell’alveo del partito nazionale. Del resto, c’è un dato oggettivo: alle politiche 2008 in Sicilia ha ottenuto oltre il 50 per cento dei consensi e questo è un dato che non può non influenzare la politica del Pdl a livello nazionale. Per questo dovrebbero lasciarci fare…

Che segnali ha ricevuto dai vertici nazionali del Pdl?

Ci sono segnali di attenzione. Il presidente Fini guarda con simpatia la nostra iniziativa e con Cicchitto e Bocchino ragioniamo, c’è un dialogo. Certo, c’è pure qualche chiusura astiosa ma noi non siamo mossi da alcuna velleità di poltrone perché siamo tutti gratificati dai ruoli che ricopriamo. Il nostro intento è quello di fare della Sicilia un laboratorio politico-culturale che rilanci l’azione del Pdl per il Meridione, ovviamente supportando l’azione del governo Berlusconi.

Secondo lei tutto questo movimentismo, manifestato in forme e formule diverse, segnala un deficit di azione politica del partito rispetto al Mezzogiorno?

Il Pdl è un grande partito nato quattro mesi fa e come tale deve completare e consolidare il suo radicamento territoriale. Certo però che da comitato elettorale ora il partito deve essere in grado di assumere un’iniziativa politica efficace e incisiva nella varie aree geografiche del paese, tessere relazioni con il mondo della cultura, dell’imprenditoria, della solidarietà, sui grandi temi che in questi anni hanno fortemente modificato  la nostra società. Questo contributo di metodo in una declinazione federale è ciò che intendiamo portare nel dibattito sulla questione meridionale, tenendo presente che in Italia col federalismo si accentuerà l’attenzione alle peculiarità dei territori e su questo la politica è chiamata a ragionare e confrontarsi.

Il prossimo passo del Pdl-Sicilia?

Sarà la costituzione del gruppo parlamentare all’interno dell’Ars siciliana che, auspichiamo possa accogliere e coinvolgere tutti i parlamentari del Pdl in una logica inclusiva, non esclusiva. Già adesso noi e i parlamentari che fanno riferimento a Miccichè rappresentiamo la maggioranza dei deputati siciliani eletti nell’Ars. E con i numeri che abbiamo potremmo sfiduciare l’attuale capogruppo, ma non è questo il nostro intento.

Non teme uno stop da via dell’Umiltà?

Dai segnali che abbiamo non c’è via dell’Umiltà che tenga, il parlamento siciliano ha una propria autonomia statutaria ed è quella la sede nella quale vogliamo portare il nostro progetto e rafforzare l’azione del Pdl.

Ma questo, di fatto, è un atto di sfiducia nei confronti dei coordinatori siciliani Castiglione e Nania.

Anzitutto è una questione di prospettiva e non c’è nulla di personale nei confronti di Castiglione e Nania. Penso in particolare a Nania che proviene da An e ne è stato un autorevolissimo dirigente. Il nostro non è un progetto contro di loro ma aperto a tutti quelli che si vogliono far carico di un processo di rinascita della Sicilia e che per esperienza, formazione e storia politica possono dare un contributo importante. Non abbiamo condiviso la logica delle nomine calate dall’alto e sganciate dalle dinamiche del territorio. Detto questo, non abbiamo alcuna preclusione nei loro confronti.

Come giudica l’organigramma del Pdl?

La formula dei tre triumviri non convince molti all’interno del Pdl perché rischia di essere fragile e alla fine denota la mancanza di governo del partito. Tuttavia, ci siamo dati questa regola al congresso fondativo. Gestire la fase successiva alla transizione non è facile ed è comprensibile che ci sia un ritardo che ritengo anche fisiologico. Senza dubbio, serve un’assunzione di responsabilità forte che abbia chiari i punti di decisione ma anche di discussione perché quando si prendono decisioni calate dall’alto non aprendo al confronto e alla discussione si mette in atto una strategia che poi non porta a nulla.

Come vede il futuro del Pdl?

Un grande partito nazionale, a mio avviso, ha bisogno di un coordinamento unico che non può essere incarnato dalla figura del premier che ha altri ruoli e incarichi. Un coordinamento unico che può essere supportato nei suoi compiti dall’attuale organismo dei Cento, capace di esprimere un’azione politica più forte. Credo sia questo l’unico modo per governare un partito così grande nato dall’unione di culture diverse e che non ragiona più in termini di appartenenze e provenienze, ma esprime una pluralità di visioni sui grandi temi  dei nostri tempi, sulle nuove sfide, le nuove emergenze  e su queste ragiona e si confronta. E’ stato anche per questo che Fini ha deciso di sciogliere An. E’ anche per questo che dall’intuizione di Berlusconi e Fini è nato il Pdl.

Nel Pdl si nota un certo attivismo, trasversale, verso la ricomposizione delle correnti. Qual è la sua opinione?

Non lo vedo come un fatto negativo e mi pare fisiologico in un partito nazionale di queste dimensioni. Alemanno sta con Sacconi forse perché condividono un’idea comune di economia sociale di mercato; anche noi finiani portiamo avanti proposte su questioni quali l’immigrazione, la cittadinanza o i temi della biopolitica; altri esponenti del Pdl hanno visioni comuni su altre tematiche ma tutto questo con l’obiettivo di alimentare il dibattito interno al Pdl. A mio avviso, su queste basi, è un bene che le cosiddette correnti ci siano.