FabLab, il paper sulla immigrazione

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FabLab, il paper sulla immigrazione

FabLab, il paper sulla immigrazione

03 Dicembre 2013

Nei prossimi giorni pubblicheremo i documenti elaborati dalle fondazioni promotrici di FabLab, il laboratorio per il nuovo centrodestra che si è svolto sabato 30 novembre a Milano. Queste le aree tematiche oggetto del confronto: Welfare e Lavoro, Europa e Politica Estera, Riforma dello Stato e della Giustizia, Immigrazione e Identità. Partiamo dal tema immigrazione.

Il nostro modello di integrazione. L’evoluzione della presenza di migranti nel nostro Paese, è stata caratterizzata da alcune tendenze che rendono originale il nostro modello di integrazione rispetto ad altri Paesi europei.

1)    La presenza dei migranti regolarmente residenti è aumentata in poco più di venti anni di  12 volte rispetto al momento in cui fu adottato il Testo Unico dell’Immigrazione (Legge Turco-Napolitano del 1998), raggiungendo la stima di 4,4 milioni di residenti (7,4% della popolazione residente). Di questi, 2,4 milioni sono occupati nel mercato del lavoro italiano, e circa 880.000 sono minori iscritti nelle scuole italiane, metà dei quali nati in Italia. Una crescita della presenza migrante così repentina si è verificata solo in Spagna, dove però la recente crisi economica ha determinato una forte riduzione delle presenze. L’Italia, con l’8% di cittadini stranieri regolarmente presenti, è diventato il terzo Paese in Europa per numero di presenze. A ciò si aggiunga che nel 2012 sono nati in Italia quasi 80.000 bambini stranieri, vale a dire circa il 15% di tutte le nascite.

2)    A tale incremento hanno concorso, in modo significativo, numerose comunità nazionali, caratterizzate da forti diversità culturali: fra le collettività non comunitarie sono da evidenziarsi quella marocchina, albanese, cinese, filippina, indiana e moldava. Questa evidenza rende il caso italiano differente rispetto a Paesi come il Regno Unito o la Francia, che hanno condiviso con le comunità straniere accolte la lingua, la tradizione amministrativa, e un approccio culturale complessivo; ma lo rende differente anche da Paesi come la Germania o l’Olanda che hanno accolto nel corso del ‘900 un consistente numero di migranti provenienti da Paesi europei, fra i quali figurava l’Italia. È evidente come questa diversità abbia determinato processi di integrazione molto più complessi, che riguardano anche i rapporti di convivenza all’interno delle stesse comunità di stranieri. Nonostante ciò, i principali indicatori di integrazione degli stranieri in Italia, rilevati dagli osservatori internazionali, non si discostano da quelli della media dei grandi Paesi UE.

3)    La presenza nel mercato del lavoro dei migranti (10,5% sul totale degli occupati) assume un rilievo fondamentale: nei settori dei servizi alla persona, dell’edilizia, dell’agricoltura, del manifatturiero e del turismo superano il 30%, così come nelle mansioni a bassa e media qualificazione e nelle fasce giovani di età. Il numero degli occupati è aumentato anche nel periodo di crisi: a fronte di un calo occupazionale di 1,7 milioni di italiani è aumentato di 850 mila unità (di cui 500 mila tra colf e badanti). Nel corso dell’ultimo anno questo trend in crescita si è esaurito e, nel contempo, è aumentato considerevolmente il numero degli stranieri disoccupati e in cerca di lavoro (520 mila, pari al 18% della popolazione attiva di riferimento). Il reddito medio da lavoro degli stranieri è diminuito del 20% negli ultimi tre anni, invertendo lo storico trend positivo, ed è cresciuto sensibilmente il numero delle famiglie povere e in difficoltà.

4)    È in atto un cambio di fase: lo scenario per i prossimi anni sarà caratterizzato da una ampia disponibilità di offerta di lavoro proveniente da migranti in cerca di lavoro, da manodopera a bassa qualificazione, da milioni di disoccupati giovani e donne che dovranno prendere in considerazione la possibilità di lavorare in settori e mansioni sinora trascurati, da anziani che perdono il lavoro. La domanda di lavoro, invece, sconterà gli effetti di trascinamento della crisi economica e le conseguenze dell’allungamento dell’età pensionabile che, nel breve periodo, ridurranno la richiesta di lavoratori a bassa e media qualificazione.

Inoltre, deve essere tenuto in considerazione il fatto che il 40% dei rapporti di lavoro attivati su base annuale viene coperto da migranti neocomunitari che operano in regime di libera circolazione, con caratteristiche di  mobilità circolare gestita anche per brevi periodi, tendente al rientro nei Paesi di origine. Essi rappresentano, per il sistema produttivo, una sorta di offerta di lavoro sempre disponibile e altamente flessibile.

Scenari di breve e medio periodo e implicazioni per le politiche dell’immigrazione nel mercato del lavoro
La possibilità che si manifestino tensioni all’interno del mercato del lavoro, sia fra lavoratori migranti, sia fra questi ultimi e gli italiani, sono estremamente elevate, con problematiche che si rifletteranno inevitabilmente in ambito politico.

Questo scenario impone di prendere atto del definitivo superamento della stagione dei flussi programmati annuali per l’ingresso di manodopera generica e poco qualificata, e di farsi carico, seriamente, dei problemi degli immigrati lungo soggiornanti, soprattutto quelli di origine extracomunitaria, con familiari a carico, in un quadro di compatibilità rispetto all’entità della disoccupazione dei cittadini italiani.

Dal punto di vista economico i lavoratori stranieri presidiano, anche nella prospettiva della futura dinamica delle professioni, intere aree fondamentali del sistema produttivo italiano e il 10% della promozione di nuove imprese. Sul versante sociale i minori stranieri rappresentano il 20% della futura popolazione attiva. Sul piano geopolitico l’Italia è potenzialmente avvantaggiata nelle relazioni internazionali, anche economiche, dalla presenza di uno straordinario numero di testimonial positivi rappresentato dalle comunità di origine straniera.

Le implicazioni politiche. I flussi migratori, nell’era della globalizzazione, sono diventati più complessi. Convivono, al loro interno, dinamiche che hanno diverse motivazioni e che richiedono risposte articolate:

–    È in forte accelerazione la formazione di un mercato del lavoro europeo che già comprende i Paesi neocomunitari e si estenderà gradualmente ai nuovi Paesi UE, in particolare dell’area balcanica. È una migrazione circolare che non genera prospettive di insediamento stabile, con popolazioni che parteciperanno alla costruzione della causa comune europea.
–    L’aumento del numero dei Paesi emergenti che registrano elevati livelli di sviluppo interno e, non di rado, diventano investitori internazionali sono, nel contempo, Paesi di emigrazione e di accoglienza di migranti e partecipano, con grande dinamismo, alla formazione del nuovo mercato del lavoro internazionale.
–    La permanenza di componenti di flussi di migranti non “programmabili”: i richiedenti protezione internazionale e i ricongiungimenti familiari.
L’aerea Mediterranea è attraversata da queste tre dinamiche migratorie che richiedono risposte nazionali e internazionali diversificate, anche sulla base dell’oggettiva capacità da parte dei singoli Stati di affrontare tali sfide.

Gli orientamenti politici

1)    Prendere atto della necessità di modificare la legislazione italiana in materia di regolazione degli ingressi per motivi di lavoro e di superare il modello dei decreti annuali di programmazione delle quote d’ingresso, per pervenire a forme più selettive d’ingesso strettamente legate alla domanda di lavoro di medio-alta qualificazione non soddisfatta nel mercato interno, privilegiando i percorsi formativi e di tirocinio convertibili in permessi di soggiorno per motivi di lavoro.
Questa politica deve essere strettamente collegata alle opportunità di attrazione degli investimenti internazionali e delle risorse umane qualificate.

2)    Sviluppare una nuova stagione di accordi bilaterali con i Paesi di origine dell’immigrazione, confermando gli impegni per le azioni di contrasto verso l’immigrazione irregolare, ma aperti a sviluppare forme di migrazione circolare qualificata in condizioni di reciproca apertura. Il nostro Paese ha la necessità di aprire spazi ai giovani italiani, per fare esperienza di lavoro in ambito internazionale affiancati dal sistema delle imprese, mobilitando in tal senso le Università e gli intermediari del mercato del lavoro autorizzati.

3)    La politica degli ingressi delle persone richiedenti protezione internazionale deve essere condivisa in modo sempre più stretto a livello europeo sia in termini di controlli delle frontiere, sia in termini di distribuzione nella UE. Il nostro Paese, sul tema della protezione internazionale, non può esimersi dall’effettuare controlli rigorosi e in tempi rapidi sui requisiti effettivi delle richieste di protezione internazionale, e deve gestire con criteri di distribuzione solidale tra territori l’accoglienza dei richiedenti/titolari di protezione.

Sulle politiche di integrazione. Il consolidamento della presenza degli stranieri avviene soprattutto attraverso i ricongiungimenti familiari, e con i percorsi di inserimento scolastico e lavorativo delle seconde generazioni. È la formazione dei nuclei familiari a determinare il salto di qualità nelle scelte e nei comportamenti dei migranti, così come nelle strategie pubbliche per l’integrazione.

I punti di forza del modello italiano di integrazione sono rappresentati dalla qualità delle relazioni che caratterizzano le nostre Comunità locali, fortemente permeate dalle radici cristiano solidaristiche della nostra tradizione, che mettono al centro anzitutto le persone, nel pieno rispetto degli orientamenti culturali e religiosi delle stesse.

Queste relazioni hanno dato luogo a forme organizzate e sussidiarie di intervento che, non di rado, hanno rimediato nei fatti alle lacune dell’intervento pubblico. In generale la qualità, e la quantità, dei diritti goduti degli stranieri in Italia nell’ambito lavorativo, nell’accesso ai servizi e alle prestazioni pubbliche, non sono affatto inferiori a quelli degli altri Paesi europei.

Sembrerà paradossale, ma l’esperienza maturata dall’Italia, nell’integrare un notevole e diversificato numero di comunità straniere con un approccio comunitario, rende il nostro modello più attrezzato nell’affrontare le nuove dinamiche delle migrazioni, nella fase della globalizzazione economica, e che hanno messo in seria difficoltà i modelli tradizionali dei Paesi europei ex coloniali e, in particolare, il modello assimilazionista francese e quello multiculturale anglosassone.

Le misure per il futuro

1)    Nei prossimi anni saranno decisivi, ai fini della integrazione, la capacità di assicurare politiche attive del lavoro per il reinserimento dei disoccupati migranti lungo soggiornati e gli interventi rivolti all’inserimento socio-scolastico e lavorativo delle seconde generazioni.

2)    L’ipotesi di attribuire la cittadinanza per il solo fatto di essere nato in Italia è profondamente sbagliata. La cittadinanza, soprattutto per i minori, non può prescindere dal compimento di un ciclo scolastico (scuola media inferiore) nel nostro paese e dalle condizioni di integrazione dei genitori, pena la diffusione di strategie opportunistiche d’ingresso e di interventi che distorcono il ruolo dei diversi attori del nucleo familiare.

Il numero delle richieste di cittadinanza aumenta naturalmente in conseguenza del consolidarsi delle presenze di migranti lungo soggiornanti e delle loro famiglie. Ciò non toglie la possibilità di introdurre misure normative premiali che accelerino l’accesso alla cittadinanza sulla base di buoni comportamenti in campo civile, economico, sociale.

3)    Con riferimento alle proposte di consentire l’accesso al voto amministrativo da parte degli stranieri, devono essere fatti gli opportuni distinguo. La natura delle comunità di origine degli stranieri è estremamente diversificata. I neocomunitari partecipano alla vita politica e amministrativa sulla base delle regole europee. Altre comunità hanno la tendenza ad estraniarsi dalla vita politica e civile delle comunità locali e ad organizzare forme di presenza e rappresentanza autoreferenziali. Il tema della partecipazione alla vita politica e sociale, analogamente a quello dell’integrazione, deve essere considerato come un processo circolare basato sulla reciprocità dei comportamenti tra italiani e stranieri.
L’esperienza storica, soprattutto nelle politiche di regolazione dei flussi d’ingresso, per la parità di genere e per i minori, dimostra che l’applicazione delle medesime regole riscontra risposte diverse degli stranieri in ragione delle nazionalità e delle culture di appartenenza.

Pertanto diventa necessario migliorare la qualità della partecipazione della rappresentanza associativa degli stranieri alla vita politica e sociale delle nostre Comunità locali con modalità flessibili ed articolate.