Facciamo tanto gli “Italians” da non capire la crisi della Gran Bretagna
04 Luglio 2011
di Daniela Coli
Leggendo la cronaca della Stampa su Napolitano a Oxford, dove festeggia l’ottantaseiesimo compleanno, si finisce col chiedersi se viviamo nell’estate 2011 o in quella del 1946. “L’Italia non è in bilico, non è sull’orlo del burrone – così avrebbe detto Napolitano – non ci nascondiamo le difficoltà, certo, però il nostro Paese merita la fiducia dei suoi partner e amici europei, anche per la sua grande storia e quello che abbiamo espresso nell’arte, negli studi, nell’economia”. Computer, orologio, calendario confermano che siamo nel 2011, però rimane il dubbio che il nostro presidente abbia confuso il Pembroke College con la conferenza di Parigi del ’46 e creda di essere un nuovo De Gasperi. Tra l’altro, non abbiamo riperso la Seconda Guerra mondiale.
La visita di Napolitano in Inghilterra è privata, nessun giornale brit ne ha parlato, da noi la Stampa ha messo in risalto il discorso del presidente della Fiat John Elkann, sponsor di una cattedra di italianistica a Oxford, e le lodi di Napolitano a Denis Mack Smith. Al novantunenne storico inglese il presidente a cui sta tanto a cuore il Risorgimento avrebbe chiesto di scrivere un libro sulla spedizione dei Mille e la proposta è curiosa, perché Mack Smith ha trattato a pesci in faccia i Savoia, Cavour e Garibaldi. Né si comprende l’entusiasmo della Stampa per le parole di Mack Smith per Napolitano – “ un grande uomo, nel pieno della tradizione cavouriana” – perché il Conte è considerato un giocatore d’azzardo dall’inglese. La Storia d’Italia di Mack Smith, del 1959, è scorrevole, di facile lettura e piena di quella spocchia british che piace ai soliti Italians. Rosario Romeo fu l’unico ad avere il coraggio di imbastire una polemica con Mack Smith e disse che era il Montanelli di Oxford.
Sergio Romano ha osservato che in Romeo prevaleva l’invidia dello storico accademico, però Mack Smith è un accademico e ha costruito tutta la sua fortuna in Italia, mentre Montanelli non è mai stato preso in considerazione nelle nostre università ed era considerato un fascista fino alla lite con Berlusconi per il Giornale. Romeo stimava invece Montanelli, collaborò al Giornale negli anni ’70, quando era poco elegante non essere di sinistra, e rifiutò di scrivere sul Corriere di Ottone, perché non ne condivideva la linea, come Montanelli. Il giudizio negativo di Romeo su Mack Smith, però, non riguardava soltanto Cavour e il Risorgimento, né era solo una questione di stile storiografico, era un giudizio politico sull’Italia. Cosa dire di un paese di storici, dove per pubblicare una storia d’Italia si ricorre a un inglese, mentre non esiste neppure una storia dell’Inghilterra moderna e contemporanea scritta da un italiano, al contrario di quanto accade in Francia e in Germania? Chissà se il presidente della Repubblica, animatore di questo surreale centocinquantesimo anniversario del Regno d’Italia, si è mai posto il problema.
I nostri venerati maestri e i soliti Italians hanno un tale zelo nei confronti della Gran Bretagna da non rendersi neppure conto che oggi il paese della regina Elisabetta sta attraversando una crisi nera. Licenzia in un botto 600mila statali, porta le tasse universitarie a 9mila euro, chiude 400 biblioteche in Oxfordshire, non ha più soldi per la difesa. Il Telegraph e il Guardian descrivono il declino della difesa inglese: non ha più bombe per la Libia e fa anche meno raid dei francesi, perché ha meno aerei. Il 28 giugno Bill Emmott, il fighetto dell’Economist passato alla Stampa, spiega che l’economia britannica è debole, la disoccupazione alta, i tagli nel settore pubblico grossi, ma gli inglesi non faranno scioperi come con la Thatcher perché capiscono la gravità della situazione. E perché – aggiungiamo – i giornali inglesi non sono pieni dei venerati maestri e dei soliti Italians che un giorno protestano perché il governo non taglia le tasse e un altro strillano perché i giovani non trovano lavori adatti al titolo di studio e sono precari, signora mia!
Emmott spiega che il governo Tory non ha diminuito le aliquote sul reddito imposte dai laburisti, pur detestandole, perché non può tagliare posti di lavoro e aumentare le tasse universitarie, senza dimostrare che anche i più fortunati stanno pagando. Lo stesso vale per chi chiede la testa di Tremonti perché non apre la borsa, mentre è solo una politica di rigore che ci salva dalla speculazione internazionale e da un futuro stile Grecia.
Ed Miliband non è andato sui tetti come Bersani, né ha incitato gli studenti ad assaltare il parlamento contro il ministro Gelmini, che non ha aumentato le tasse universitarie a 9-12mila euro, ma ha fatto una timidissima riforma del sistema di reclutamento dei docenti. In Gran Bretagna e a Londra ci sono state manifestazioni degli studenti, ce ne saranno altre, ma la stampa inglese scrive che sì, gli studenti, sfonderanno qualche vetrina, faranno casino, ma non bloccheranno l’economia, né la normale routine lavorativa. Emmott ripete sulla Stampa le stesse cose; aggiunge che agli inglesi non stanno simpatici gli insegnanti e quindi se ne fottono, per usare il verbo dell’Economist, dello sciopero di scuole e università. Gli inglesi usano con sarcasmo il termine “intellettuale”, lo considerano una faccenda francese e italiana ed è difficile trovare sulla stampa inglese scrittori e accademici, magari pure deputati e senatori, che intervengano nella polemica politica del giorno e poi vengano eletti in parlamento.
Noi invece abbiamo Claudio Magris, scrittore, accademico e senatore, a dissertare sul Corriere su quanto sia sublime la parola merda sulle labbra di Cambronne e quanto volgare su quelle delle Santanché. Il 10 agosto 2010 i lettori del Corriere hanno appreso dall’ineffabile Magris che nell’estate 2010 Victor Hugo, defunto nel 1885, avrebbe considerato maleducata la Santanché. Senza scomodare Victor Hugo, è proprio quando leggiamo il Corriere e Repubblica che ci sentiamo davvero nella merda, come diceva il povero Berselli, e non perché non è caduto il capitalismo, alla cui fine Edmondo ha mai creduto, ma perché paghiamo pure le tasse per finanziare i quotidiani. E se cominciassimo la rivoluzione liberale invocata adesso da tutta la sinistra new patriot eliminando il finanziamento dei giornali, che tanto grava sul nostro debito pubblico?
