l'Occidentale Puglia

Fallito il multikulti, serve un confronto tra diverse culture basato sul rispetto

L’occasione della presentazione del libro «L’Inganno – Vittime del multiculturalismo» di Souad Sbai organizzata dall’Associazione Magna Carta Puglia presso l’Hotel Sheraton di Bari è stata ancora una volta la prova dell’impegno profuso da Magna Carta nel promuovere il dialogo in quel Cortile dei Gentili che nell’ultimo libro del sen. Gaetano Quagliariello è richiamato più volte.

Ad una platea occidentale, ormai assuefatta al refrain del multiculturalismo e del dialogo a tutti i costi, avranno sicuramente destato stupore, ma anche suscitato riflessioni, le parole di chiusura alla serata pronunciate dall’On. Souad Sbai: « Se volete il dialogo, prego, non vi obbligo a seguire il mio punto di vista ma noi non abbiamo più il tempo, né la voglia,  per discutere con persone che non vogliono ascoltare». Stupore destato ancor di più se si considera che ha pronunciarle non è un qualche esponente politico notoriamente avvezzo a tali esternazioni, ma una donna nata in Marocco e, anche se naturalizzata italiana già nel 1981,  inevitabilmente plasmata dalla cultura islamica.

Però è necessario fare un passo indietro e rilevare come a tale conclusione l’on. Sbai approdi a seguito dell’analisi sulla situazione delle donne islamiche in Occidente, esposta nel suo libro. Si, perché la cosa sorprendente della testimonianza dell’autrice è proprio il fatto che paradossalmente le donne islamiche siano più tutelate in determinati Paesi d’origine, quali ad esempio il Marocco, che si sono aperti alla cultura occidentale grazie all’adozione del modello interculturale, che in Italia, dove spesso sono ostaggio di famiglie chiuse ed intransigenti, fomentate da imam integralisti e fuori da ogni controllo che propugnano la violenza quale ideale.

Infatti, se non si può condividere lo scontro tra religioni – sebbene ci sia chi oggi pensa che siamo allo scontro di civiltà – non si deve nemmeno cedere all’ideologia del dialogo, bensì al confronto, o se si vuole, ad una naturale concorrenza tra esperienze che, come le religioni, intendono proporsi all’uomo per rendere più facile la via a Dio e meno difficile la vita nel mondo. Così ad esempio il cristianesimo cattolico propone il “dialogo della salvezza” come lo ha attuato Cristo che ha incontrato tutti, uomini e donne, poveri e ricchi, intelligenti e ignoranti, giudei, romani e greci, annunciando che Dio è amore verso tutti e chiede altrettanto verso di lui e l’intera umanità. Difficilmente si negherebbe che questa sia la verità verso la quale tutti, che lo sappiano o meno sono i qualche modo orientati.

Allora non può che essere condivisibile quanto affermato dall’allora Cardinale Joseph Ratzinger nel libro «Fede, verità e tolleranza. Il Cristianesimo e le altre religioni del mondo» edito da Cantagalli, nel quale invita ad avere uno sguardo realistico e non ottimistico alle religioni. Sicuramente risulta difficile restare indifferenti, dinanzi ad una dichiarazione di questo tenore: «la tradizione è come un semaforo: se passi con il rosso sai quello che ti aspetta» (commento di un rappresentante della comunità pakistana di Brescia sull’assassinio di Hina - affermazione riprodotta in una intervista al Tg5 il 14.08.2006), ma non sembra possa esservi altra possibilità che il dialogo.

Per dialogare tra arabi ed europei, ancorché tra cristiani e musulmani, è necessario stabilire un linguaggio comune, intendersi sull’esperienza elementare. Il professor don Nicola Bux, Consultore Vaticano ed esperto al Sinodo sul Medio Oriente, a tal proposito nel corso della presentazione del libro della Sbai sottolinea il ruolo della Chiesa Cattolica, la quale propone a livello globale che il dialogo abbia come punto di partenza la natura umana, come linguaggio la ragione e come protagonisti gli uomini, religiosi e non, perché le religioni sono sistemi in sé conclusi. La ragione sta alla base della fede, perché è un rapporto con la realtà, perché è vita. Solo queste nuove basi di dialogo – continua il Professor Bux - possono portarci da una immaginaria comunione nella fede a una vera comunione nella vita.

La Chiesa cattolica deve essere di aiuto alla libertà di tutti gli uomini, non solo dei cristiani, discutendo, per esempio, del modello più adeguato per l’integrazione. Ci si chiede: bisogna partire dal dato culturale e antropologico consolidato da secoli qui da noi o prescinderne? Secondo non pochi studiosi valido è il primo caso, perché una cultura, pur conservando le sue caratteristiche è capace di integrare elementi di altre culture che siano compatibili con essa, recependoli e amalgamandoli onde arricchirsi e non impoverirsi o addirittura annullarsi. Un po’ come dovrebbe avvenire nel matrimonio tra uomo e donna. È il modello dell’identità arricchita. A tanto potrebbe obiettarsi: ma se tra noi c’è il “vuoto” di identità, come lo riempiremo? È già un altro discorso.

Fallito il multiculturalismo, come sostiene Souad Sbai nel libro, a questo punto rimane l’affascinante distinzione che Ratzinger fa tra inculturazione ed interculturalità: mentre non può esserci la prima, perché postula l’universalità di ogni cultura, il che non è, a meno che riconosca l’universale comune verità dell’essere uomo, è possibile invece l’interculturalità ovvero l’incontro tra le culture nel rispetto vicendevole.

In conclusione, pare ora più che mai palese la necessità di privilegiare, di ritenere oggetto primario e prioritario del dialogo i diritti umani, e soprattutto il diritto più fondamentale di tutti, quello alla libertà da ogni costrizione meramente umana in materia di coscienza e religione. Ciò varrebbe in modo particolare, anche se certamente non solo, per il dialogo con i musulmani, ma anche con gli ebrei di Israele. In paesi a maggioranza “islamica” è ancora non di rado negata la legittimità della presenza, e della testimonianza, all’interno della comunità nazionale, dei credenti in Cristo. Così pure, in Israele, non è ancora sufficientemente compreso da tutti, che si possa essere nello stesso tempo un membro leale della Nazione e un Credente in Cristo Gesù. Non per caso, infatti, nei trattati storici, rispettivamente con Israele (1993) e con la Palestina (2000), la Santa Sede ha voluto mettere al primo posto l’obbligo di osservare la libertà di religione e di coscienza. È vero che essi sono trattati “politici”, di stampo concordatario, e non direttamente documenti di dialogo interreligioso, ma anche all’epoca non c’era chi non vi intravedeva il profondo significato anche per i rapporti più propriamente interreligiosi.

In tal modo si comprende bene perché Benedetto XVI a Colonia, nel primo viaggio in Germania nel 2005, abbia definito «ardua e affascinante» la strada del dialogo, dinanzi ai rappresentanti musulmani tedeschi: se accade l’incontro tra uomini che amano la verità, si diventa amici in vista della meta comune rappresentata dal destino ultimo.

In conclusione di grande interesse risultano le riflessioni del sen. Quagliariello che individua nell’Occidente il colpevole della confusione che, se protratta, porterebbe addirittura lo stesso al declino. Egli prosegue sostenendo che le culture sono il “cascame” delle religioni, un risultato di queste. Infatti almeno le religioni rivelate hanno una loro intrinseca durezza, i dogmi, e non possono compromettersi con altre religioni; mentre le culture sono per loro natura mobili ed anzi si ibridano tra loro. Ma ciò che si vuole applicare da un po’ di tempo è l’esatto contrario: cioè si cerca di ibridare le religioni, mentre attraverso il multiculturalismo si propugna una intangibilità delle culture.

Si palesa così il vero problema che è quello, per l’Occidente, di competere con le altre culture e di avere un giusto orgoglio della propria cultura, della propria civiltà. Infatti - prosegue Quagliariello - oggi si cerca l’identità non nella tradizione ed in ciò che essa ha sedimentato, ma in diritti, e ci sia permesso aggiungere a volte in presunti tali, che generano nuovi diritti ed ampliano lo spazio della libertà di autodeterminarsi.

Allora solo attraverso una ritrovata coscienza di noi stessi potremo affrontare la sfida del dialogo con l’uguale consapevolezza identitaria che pervadeva San Francesco nell’andare incontro al Sultano.
       

 

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1 COMMENT

  1. Identità fondamentale
    Bellissimo l’ultimo richiamo a San Francesco. E coraggiosa anche la critica alle violenze sioniste nei confronti dei cristiani, che per motivi politico-storici poco spesso vengono ricordate. Io posso dire di essere stato uno di quelli abbindolato dal multiculturalismo come ideale astratto. Dopo averlo calato nella realtà, conoscendo immigrati, culture diverse e le famose società multietniche posso dire di essere approdato al più schietto identitarismo. A quelli che non lo condivido consiglio di fare un viaggio nella realtà invece di chiudersi nei salotti a fantasticare. E’ il miglior antidoto.

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