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Famiglia reale e famiglia legale. Dopo Firenze il divario aumenta

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Da un punto di vista strettamente politico, la Conferenza sulla Famiglia che si è chiusa ieri dopo tre giorni di interventi e tavole rotonde, doveva servire alla maggioranza di centrosinistra per riallacciare i rapporti con la Chiesa e con il popolo del Family Day. A Rosy Bindi era stato affidato questo compito, senza tuttavia rinnegare i Dico ed infatti questo ha fatto il ministro nel suo lungo intervento di apertura della Conferenza: sì alla famiglia e contemporaneamente orgogliosa rivendicazione della bontà  del progetto di legge sui diritti di chi convive. Ma la Conferenza non era stata provocata dal Family Day? E il Family Day non era stato provocato dal rifiuto dei Dico?
Mentre giovedì scorso si apriva a Firenze la Conferenza sulla famiglia, nella sala del Sinodo in Vaticano il papa Benedetto XVI salutava con un denso discorso i vescovi italiani, riuniti per la loro 57ma Assemblea generale. Anch’ egli ha parlato del Family Day, definendolo una grande festa di popolo, nel mentre parlava della chiesa italiana come una chiesa – pure essa – di popolo, nonostante la secolarizzazione e il relativismo crescenti. Sembra tornare alla contrapposizione tra paese reale e paese legale. La Conferenza di Firenze sembra essere stata la risposta del paese legale – istituzioni, nomenclatura, apparati, intellettuali – al paese reale e al suo bisogno di famiglia. Ad avvalorare questa sensazione è la constatazione che mentre il paese reale ha un’ idea di famiglia, ha una cultura teorico-pratica della famiglia, sa, insomma, cosa intende quando parla di famiglia, la Conferenza, invece, sembra non avere espresso idee altrettanto chiare e non è riuscita ad esprimersi con decisione. La polemica assenza di alcuni ministri, le sottili distinzioni della Bindi che si è detta per la famiglia ma anche per i Dico e l’esclusione del Movimento per la vita dalla partecipazione alla Conferenza, hanno confermato che in questa maggioranza manca una precisa cultura della famiglia. 
La Conferenza si è molto diffusa  tra aliquote fiscali e servizi sociali, tra agevolazioni per i mutui-casa per le giovani coppie e le tariffe per gli asili nido, tra la flessibilità del lavoro che non permette di mettere su famiglia e gli indici di invecchiamento della popolazione. Cose importanti, anzi importantissime, che però non compensano da sole la mancanza di una visione culturale sulla famiglia, anzi la presuppongono. E’ qui che la distanza tra le proposte della Chiesa e del Family Day da un lato e le riposte della Conferenza si fa particolarmente evidente e, con essa, la difficoltà del centrosinistra di raggiungere l’obiettivo di ricucire i rapporti con la Chiesa italiana e il popolo del 12 maggio.
In molti discorsi recenti Benedetto XVI ha denunciato le distorsioni, le derisioni, la messa in ridicolo della famiglia e del matrimonio da parte dei media e l’esaltazione continua di modelli diversi ed opposti. Ha in altre parole posto il problema culturale della famiglia, che si promuove sì abbassando le tariffe degli asili nido, ma soprattutto credendoci ed educando ad essa le nuove generazioni. In quale scuola pubblica si promuove educativamente la famiglia? In quale programma televisivo si parla di famiglia in positivo, mostrandone il valore umanizzante. Eppure i modelli culturali di famiglia sono molto importanti.  Se ci si sposa di meno, sempre più tardi e se non si fanno figli non è prima di tutto per motivi economici o strutturali ma culturali; tanto è vero che gli indici di nuzialità e di natalità sono maggiori nelle aree del paese meno sviluppate e ove i servizi sociali sono inferiori o meno efficienti. 
Se quello della famiglia è soprattutto un problema culturale, come nascondere l’importanza fondamentale del suo rapporto con la vita? Anche questo è un punto di notevole differenziazione tra le posizioni della Chiesa e quelle emerse dalla Conferenza. Già l’esclusione del Movimento per la vita, come dicevamo, la dice lunga. Come negare che uno degli elementi culturali che maggiormente indeboliscono la famiglia sia la chiusura verso la vita di cui l’aborto è l’aspetto maggiormente drammatico? La Conferenza di Firenze ha deciso di non dare spazio a questo problema. Non se ne è nemmeno parlato, eppure è il nodo culturale decisivo. Se la famiglia è fatta per accogliere la vita e per trasmetterla, assolve per ciò stesso un ruolo pubblico primario; se essa viene invece separata da questo compito fondamentale si apre la strada alla sua privatizzazione. I figli, nel primo caso, saranno visti anche come un bene pubblico e si favorirà la procreazione prima di tutto proponendola come un modello culturale attraente e poi incentivandola economicamente, nel secondo caso invece i figli saranno visti come un fatto privato, né la cultura né la politica se ne interesseranno, e verranno valorizzati altri modelli: dalla vita singole alla contrapposizione carriera-famiglia..
Infine, un ultimo tema divide la Chiesa e l’impostazione che il governo ha dato alla Conferenza. Per la Chiesa la famiglia deve essere valorizzata come soggetto sussidiario, per il governo essa deve ancora essere il terminale di politiche sociali familiarmente deresponsabilizzanti. E qui si innesca il grande argomento della libertà di educazione, altro grande tema escluso quasi completamente dalla Conferenza di Firenze.
Il ministro Bindy tendeva a recuperare il deficit di immagine perduta dalla maggioranza dopo il Family Day, ma non partendo da una visione chiara e condivisa di famiglia, il governo ha dovuto volutamente trascurare proprio i nodi più impegnativi: quale cultura della famiglia, il rapporto tra famiglia e vita, la libertà di educazione. Per questo, alla fine, i rapporti non sono stati ricuciti


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