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Fare uso del proprio intelletto: quella lezione sempre attuale di Kant

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Quando nel 1784 Immanuel Kant – il filosofo di provincia che dalla sua Konigsberg illuminò il mondo – pubblicò sugli Atti dell’Accademia delle Scienze di Berlino quel celebre scritto dal titolo magistrale Risposta alla domanda Che cos’è l’Illuminismo, probabilmente, non avrebbe mai immaginato che quelle parole sarebbero state più attuali che mai anche nel XXI secolo. Pensava, forse, che sarebbero divenute cosa acquista ed invece, eccoci qua, più bisognosi di allora di ascoltare quelle parole cariche di un significato profondo ed umano. Kant ravvisava all’epoca la necessità di affermare limpidamente quelli che egli considerava i principi, il motore pulsante dell’Illuminismo, un messaggio morale vibrante della volontà di fare uso del proprio intelletto, di guardare al mondo con lenti critiche, diverse, rifiutando la vulgata dell’opinione diffusa.  Rivolgendosi ad una platea di pensatori del XVIII secolo, uomini di cultura, cercava di delineare la sua idea di atteggiamento critico, che dovrebbe essere propria di ogni uomo. Per Kant “L’Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro”: neanche il più fine degli editoriali potrebbe cogliere cosi limpidamente l’essenza fragile della nostra epoca.  Eppure oggi apparentemente viviamo in una epoca in cui le parole di Kant dovrebbero essere assodate, ma, al contrario, appaiono oltremodo distanti. 

Infatti, oggi, la delega ad altri sembra essere il motto della società contemporanea: deleghiamo ad altri una sintesi dei nostri pensieri, aspettiamo che altri ci indichino quale via seguire e preferiamo leggere autori che ci dicano come pensare. Crediamo che il verbo unico sia la scienza e che altri –  i tecnici – debbano governare, perché apparentemente più competenti. Viviamo nell’epoca degli influencer, individui privi di qualsiasi qualifica accademica, ma, allo stesso tempo, capaci di incidere nelle nostre vite, influenzando – appunto – milioni di persone nelle loro scelte. Ci affidiamo agli altri escludendo dalle nostre vite il pensiero e l’uso dell’intelletto, per chiederci essenzialmente ragione del tutto, dalla piccole cose quotidiane fino alle grandi domande dell’esistenza, perché tanto c’è chi lo fa per noi. Dunque, scegliamo di dar sfogo – come scrisse Kant – alla nostra pigrizia, rimanendo eterni bambini, volutamente inconsapevoli delle proprie vite. Kant, però, sapeva bene che la capacità dell’uomo di servirsi del proprio intelletto e di essere autonomo faceva da viatico ad un passo ulteriore che è la comprensione degli altri: forse i tempi grami in cui viviamo ci hanno insegnato il valore della comunità, mostrandoci che l’inesorabilità del destino accomuna tutti senza distinzione di sorta. 

Non resta che sperare che tutto quello che stiamo vivendo ci porti a cogliere appieno le parole di questo immenso pensatore, che ha irradiato la sua epoca e che continua ad irradiare la nostra. 

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