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Farsi sentire da Teheran

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E adesso, cosa farà l'America? No, la domanda non circola frenetica per le strade di Teheran, dopo la vittoria di un falco conservatore alle 'elezioni' per la presidenza della Repubblica islamica iraniana. Il tarlo non attanaglia le menti degli ayatollah. Al contrario: lo stesso neo-presidente ha tenuto a enfatizzare, subito dopo la sua proclamazione ufficiale, che gli Stati Uniti sono unimportant, irrilevanti. Che l'Iran non ne ha bisogno. A chiedersi come farà l'America con questa nuova gatta da pelare, invece, è proprio l'Europa.

Già, come se la neo-deriva estremista del potere iraniano; la conferma della volontà dei teocrati di Teheran di dotarsi della tecnologia nucleare, e quindi della bomba; l'emergere della potenza iraniana come fattore destabilizzante del Medio Oriente, della transizione irachena, delle prospettive di pace tra israeliani e palestinesi, della normalizzazione del Libano; come se l'enigma iraniano, gravido di incubi geopolitici, insomma, non fosse altro che una grana in più sull'agenda politica di Washington. E l'Europa potesse accomodarsi in prima fila sul grande schermo della politica internazionale, a lambiccarsi - più con curiosità che con angoscia - su quale sarà la prossima mossa dell'alleato nei guai.

E sarà un caso, d'altronde, se Ahmadinedjad, il falco populista che intende far piazza pulita delle aperture riformistiche - certo timide, incoerenti e a volte solo di facciata, ma questo, è proprio il caso di dire, passa il convento - del suo predecessore Khatami, mentre dichiara ostilità all'America, ammicca a Bruxelles? Noi crediamo non lo sia.

È piuttosto il risultato della politica ambigua e debole che l'Europa ha avuto in Medio Oriente in questi anni cruciali. Quella stessa politica che l'ha resa irrilevante nel conflitto israelo-palestinese; che ne ha denunciato la miopia riguardo all'Iraq; che ne ha palesato l'incoerenza, e quindi l'inefficacia, nei confronti delle formazioni terroriste islamiche.

È la solita velleità del contrappeso, dell'alternativa a Washington. Come se, appunto, i nemici dell'America possano essere nostri amici. E come se un meridiano immaginario dividesse l'Occidente in due: la sponda minacciata a ovest di Ellis Island, e quella miracolosamente al sicuro, a oriente delle spiagge di Normandia. L'Iran, invece, si profila come il prossimo grande banco di prova per l'alleanza occidentale. L'Iran - da anni gli analisti lo ripetono - è la chiave. Il futuro del Medio Oriente passa per Teheran.

Quale debba essere la risposta occidentale all'evoluzione della politica iraniana può essere discusso. Se il negoziato sia preferibile agli ultimatum deve essere oggetto di analisi approfondita e di decisoni ponderate. Il messaggio che l'Occidente vorrà dare agli ayatollah va costruito congiuntamente da Europa e Stati Uniti, attraverso il confronto delle posizioni e delle idee. Ma la voce che se ne farà latrice, questa volta, sia una. Bruxelles, da sola, non avrebbe abbastanza fiato per farsi sentire a Teheran.

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