Fatto il nucleare bisogna spiegarlo agli italiani
10 Marzo 2009
Il rischio di non avere il consenso necessario tra gli italiani è sottostimato. Come mostrano i dati di una indagine svolta dalla Fondazione Milano Energy Lab su un campione di 1.500 persone, se è vero che il 76 per cento degli intervistati dice di essere poco o per niente informato sull’energia nucleare, nello stesso tempo il 56 per cento afferma di essere molto o abbastanza favorevole al suo utilizzo. E’ un dato contraddittorio, suggerisce il professore, "c’è il rischio che, quando si partirà effettivamente con la costruzione di un sito, possa esserci un immediato dietrofront delle popolazioni coinvolte".
Serve "un programma di comunicazione del governo". Una campagna di comunicazione pubblica che dovrà mettere in rilievo il problema della sicurezza degli approvvigionamenti energetici – in un contesto, quello dell’Italia, in cui la domanda di energia è destinato ad aumentare nei prossimi decenni. Questo fabbisogno non sarà colmato solo con le risorse attuali o seguendo la chimera delle fonti rinnovabili. "Il nostro Paese va a gas e questo è insostenibile sul lungo periodo".
Sicurezza vuol dire pensare al problema della gestione dei rifiuti radioattivi, che è un altro capitolo decisivo di questa campagna d’informazione. "Oggettivamente il sistema di gestione e smaltimento delle scorie è uno dei più sicuri – dice convinto Beccarello – ma questo non viene spiegato chiaramente, mentre è un tema che va affrontato con grande laicità".
Opportunità, quindi. E’ necessario trasmettere all’opinione pubblica che il nucleare è una tecnologia in grado di far ripartire l’indotto economico. Le centrali porteranno un incremento di risorse umane e a una valorizzazione delle competenze già esistenti che potrebbero favorire il mondo della ricerca scientifica italiana: "L’anno scorso – racconta Beccarello – il corso di ingegneria nucleare del Politecnico di Milano è stato un successo. Il numero degli iscritti si è praticamente triplicato".
Tutti gli altri interventi del seminario hanno ruotato attorno al tema della comunicazione con le comunità locali, per scacciare lo spettro dell’effetto NIMBY (Not In My Backyard, "Non nel mio cortile di casa"). Il professor Nicolò Zanon, ordinario di diritto costituzionale all’Università di Milano, ha evidenziato i rischi che si nascondono nel solleticare "l’inconscio collettivo" degli italiani sul tema del nucleare. Ci sono comunità che – dai rifiuti di Napoli alle grandi opere – manifestano spesso con una ostilità incontrollata, e aggressiva, la loro opposizione verso scelte calate dall’alto e con un decisionismo che a volte appare equivoco.
Massimo Romano è l’amministratore delegato di Sogin,
Se c’è trasparenza, “i risultati sono straordinari – aggiunge Romano – i territori condividono e sostengono i nostri progetti”. Va quindi ricostruito un "presidio di competenze" per non lasciare in mano altrui i saperi accumulati negli anni dall’Italia. Serve un grande investimento in capitale umano, visto che sono sempre meno i tecnici adatti allo scopo. Nel nostro Paese ci sono almeno un centinaio di persone che sanno il fatto loro, e non sono poche, ma sono pochissime se le caliamo nel contesto della globalizzazione. L’obiettivo è di non ripetere l’errore della fuga di cervelli.
Per l’economista Salvatore Rebecchini, uno dei componenti dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, va rinverdito e potenziato soprattutto il capitale umano della pubblica amministrazione. L’Agenzia per l’Energia Nucleare, per esempio. E’ un ente utile o potrebbe complicare la situazione? Dobbiamo risparmiare sul capitale umano destinato all’Agenzia oppure investire in esso? Certo l’Agenzia non potrà andare avanti a costo zero o semplicemente pagando un tot di personale.
Dell’importanza di far cogliere agli italiani l’opportunità rappresentata dal nucleare, e dei rischi di una cattiva comunicazione, ha parlato anche Raffaele Perna, capo di gabinetto del ministero per i Rapporti col Parlamento. Il nucleare è un comparto diverso da altri pezzi del nostro sistema industriale, "bisogna cercare di capire che si tratta di una sindrome a carattere psicologico e tranquillizzare le popolazioni locali". Il segreto? "Coinvolgere gli enti locali per evitare che si venga a creare quella distanza abissale tra le multinazionali senza volto che gestiscono le centrali e la gente comune che deve viverci accanto".
C’è quindi un ulteriore dimensione del dibattito che coinvolge le spinte centralistiche a quelle federaliste, e che potrebbe provocare delle frizioni tra Stato e Regioni, governo ed enti locali. "Se pensiamo che il Titolo V è riformabile per domattina – ribatte Romano – e ricentralizzassimo il sistema, non risolveremmo il problema".
Durante il seminario si è parlato anche di semplificare le procedure amministrative e della sfida che i diversi attori dovranno giocare per conquistarsi i pochi siti a disposizione, ma anche di “modello consortile”, antitrust e Unione Europea. Giorgio Calì, che per l’Occidentale cura il dossier Italia nucleare, ha spostato l’attenzione sul problema di come attrarre investimenti esteri nel nostro Paese. Ci sono molti paesi che richiedono tecnologia nucleare ma pochi operatori in grado di offrirla con i tempi e i requisiti giusti. Per Calì la dimensione comunicativa è secondaria rispetto al fatto di rendere l’Italia più attraente e competitiva sul mercato.
Probabilmente questo non accadrà mai se nel nostro Paese continueremo a vedere cassonetti bruciati e scene di guerriglia urbana ogni santa volta che bisogna scavare un tunnel o risolvere il problema dell’approvvigionamento energetico. Ecco perché Magna Carta ha deciso di affrontare un argomento così attuale in modo concreto, come ha spiegato il presidente della Fondazione, Francesco Valli, nella sua introduzione. "Fatta l’Italia bisogna fare gli italiani" disse il marchese Massimo d’Azeglio riassumendo con una celebre battuta l’eterna frammentazione ideologica della penisola. Oggi possiamo dire che fatto il nucleare bisogna farlo capire agli italiani.
