Feltri chiude il “caso Boffo” e Boffo chiude il “caso Feltri”

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Feltri chiude il “caso Boffo” e Boffo chiude il “caso Feltri”

04 Dicembre 2009

Non è facile far dire a Vittorio Feltri: “mi sono sbagliato”. Anzi, a ben pensarci, è una delle cose più difficili che mi venga in mente. Così se il direttore de il Giornale ha deciso di ammettere le sue colpe per la vicenda Boffo, vuol dire che gli errori in cui è incappato erano così abbaglianti da non poterli ignorare.

Che l’ammissione gli sia costata cara si intuisce facilmente dal modo contorto e aggrovigliato con cui è apparsa oggi su il Giornale. Un boxino in fondo alla prima pagina dal titolo criptico: “Boffo: ho avuto modo di vedere”. Chi? Che cosa? Di prim’acchitto non si capisce. Infatti il boxino – senza la firma del direttore – contiene una lettera che Feltri usa a pretesto per aprire e subito richiudere il caso Boffo. Dalla prima pagina si viene poi rimandati a pagina 40 ma c’è un errore, il seguito dell’articolo si trova a pagina 48 (insomma se uno non sa che c’è non lo trova) e dopo l’ultima riga il direttore appone solo le sue iniziali, VF.

Nel testo Feltri fa capire di aver avuto modo di vedere le carte processuali e di essersi reso conto che i fatti accertati non corrispondono in alcun modo alle accuse che il Giornale aveva lanciato contro Dino Boffo in prima pagina lo scorso 28 agosto. Si trattava infatti di una montatura costruita sulla base di  quella che oggi Feltri chiama “una nota” ricevuta da un “informatore attendibile e insospettabile”.

Peccato che allora quella “nota” venne fatta passare tutta intera come un documento del Tribunale di Terni e non – come apparve chiaro già all’indomani dello scoop – per una bufala anonima già cestinata da molte altre redazioni.

Feltri aveva dunque molto da farsi perdonare, soprattutto nel metodo. Il Giornale si vantò all’epoca di presentare un’inchiesta giornalistica impeccabile, con fonti solide e non con “chiacchiere raccolte in portineria” come invece erano quelle scagliate contro Berlusconi. “Carta canta” diceva Feltri per dimostrare che il Giornale non faceva altro che pubblicare notizie facendo il suo mestiere più e meglio degli altri.

Ora Boffo deve aver dimostrato a Feltri, oltre ogni ragionevole dubbio, che quelle carte erano false e che ciò che di vero c’era nella sua vicenda giudiziaria (che Boffo ha tutto il diritto a non mettere alla pubblica berlina) non ha niente a che fare con le accuse rivoltegli dal Giornale.

Rispondendo a Eva Cambra, l’autrice della presunta lettera in prima pagina, Feltri minimizza l’accaduto.  Si stupisce che da “una piccola cosa” ne sia venuta fuori “una grande” e dice di non comprendere il “putiferio” che seguì alle rivelazioni del giornale. Eppure riguardando i titoli del Giornale di quei giorni era evidente quello che ne sarebbe seguito e che non sarebbe stata una “piccola cosa”. Soprattutto non per Boffo.

E’ bene ricordare come il Giornale presentò i fatti, senza l’ombra di un condizionale o di un dubbio. Ecco come era costruita la prima pagina del 28 agosto: occhiello: Incidente sessuale del direttore di Avvenire; titolo a tutta pagina: Supermoralista condannato per molestie; sommario: Dino Boffo, alla guida del giornale dei vescovi italiani e impegnato nell’accesa campagna di stampa contri i peccati del premier, intimidiva la moglie dell’uomo con il quale aveva una relazione.

Pochi giorni dopo la dose era rincarata per rispondere alla stupefatta e disperata autodifesa di Boffo. Titolo del 2 settembre: Il direttore di Avvenire ha mentito. Sommario: Boffo e i suoi difensori d’ufficio ci insultano e ci accusano di ogni nefandezza. Ora emerge la verità: a differenza di quello che racconta, per i giudici fu lui a telefonare e a molestare una donna anche alludendo ai rapporti sessuali.

In realtà la “verità emerge” solo oggi a pagina 48 del giornale sotto la firma VF: “In quelle carte – dice il direttore – Dino Boffo non risulta implicato in vicende omosessuali, tantomeno si parla di omosessuale attenzionato (dalla polizia). Questa è la verità. Oggi Boffo sarebbe ancora ai vertici dell’Avvenire”. Così Feltri chiude il caso Boffo.

Il direttore del Giornale oggi ha compiuto un bel gesto e gli va riconosciuto. Con chi si scusa e riconosce gli errori non si può che compiacersi. Ci premeva però restituire a Boffo, alla sua uscita di scena e al suo successivo silenzio un briciolo di memoria in più. Anche lui in fondo deve chiudere il caso Feltri.