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Fenomeni migratori: il caso di Brescia

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Pubblichiamo la premessa del paper “Immigrazione, sicurezza e mercato del lavoro. Il caso di Brescia”, commissionato dalla Fondazione Magna Carta e che verrà presentato lunedì 16 aprile a Brescia nel corso del convegno “Immigrazione. Condizioni e limiti di una risorsa”.

Il tema di questa ricerca è l’immigrazione. Ci si soffermerà, per quanto concerne il fenomeno nelle sue dimensioni attuali, sugli aspetti economici ad essa legati, nonché seguendo gli importanti risvolti politici, sociali ed economici che essa comporta. Oggetto della ricerca sarà in particolare, per quanto riguarda il caso italiano, la provincia di Brescia, perché questa si presenta come una specifica area geografica rappresentativa di quanto l’immigrazione, in tutti i suoi aspetti, sia divenuta un fenomeno, per la sua entità, non più derogabile.

Il fenomeno immigratorio assumeva una certa rilevanza in Europa intorno agli anni Cinquanta nei paesi continentali e nordici ed era tutto basato sulla variabile economica dell’importazione di manodopera. Un’importazione prevalentemente di tipo non qualificato, e di conseguenza a basso costo, che veniva incontro alle esigenze di un modello economico sviluppato che tendeva (e tuttora tende) a circoscrivere i lavoratori locali nei mercati primari del lavoro e a riservare i cosiddetti “cattivi lavori” (bad jobs) alla forza lavoro dequalificata straniera. Se la determinante precipua era allora la variabile economica, l’assunto di base si fondava sulla volontà politica che fosse possibile controllare l’entità e il ritmo dei flussi in ingresso. A livello micro era l’impresa a determinare i suoi fabbisogni di personale mentre a livello macro, di politica generale, era lo Stato a regolare tali flussi in entrata mediante apposite cornici normative. Fino agli anni Settanta perdurava, quindi, una politica immigratoria, dei principali Stati occidentali, tesa a importare manodopera cosicché l’entità degli ingressi non era che il riflesso della domanda di lavoro degli imprenditori e l’indicatore dell’intensità del ciclo economico.

La crisi petrolifera del 1973, e la recessione economica che ne derivava, faceva però registrare un punto di svolta nel campo delle politiche migratorie. Il singolo immigrato, di fronte alla recessione e a prospettive concrete di ritorno in patria, rispetto a quanto ritenevano sia le imprese sia i governi centrali, palesava un comportamento inaspettato. Pensava difatti a consolidare la propria posizione, non solo economica, nel paese di arrivo (ad esempio, chiamava presso di sé la propria famiglia). In buona sostanza, egli era consapevole che una volta rientrato in patria sarebbe stato sicuramente molto difficile tornare di nuovo nel paese che lo aveva ospitato: la crisi economica aveva, difatti, determinato una sensibile riduzione dei permessi di soggiorno. A livello generale, il ricongiungimento familiare, che ne costituiva il primo effetto visibile, comportava come conseguenza immediata un aumento della componente femminile, una diminuzione dei tassi di attività e un ringiovanimento della popolazione straniera1. Il reclutamento di lavoratori stranieri si trasformava, perciò, in una tipica immigrazione di insediamento. L’entrata temporanea di un lavoratore si mutava in un piccolo insediamento familiare. Ogni paese si trovava improvvisamente messo di fronte alla «divergenza tra i costi privati dell’immigrazione dei lavoratori, essenzialmente a carico delle imprese, e i costi sociali dell’immigrazione familiare, a carico della collettività». Lo spiazzamento dell’opinione pubblica, dei politici e dei decisori pubblici non poteva essere più negata. «Per non aver messo in conto sin dall’inizio l’eventualità di un insediamento definito degli immigrati, i paesi europei si confrontano ormai coi problemi dell’integrazione dei lavoratori e delle loro famiglie».

Secondo stime del Dossier Caritas sull’immigrazione 2005, gli stranieri regolarmente soggiornanti in Italia sono circa 2 milioni e 800 mila, vale a dire più o meno lo stesso numero di quelli presenti in Spagna e nel Regno Unito. Il Paese è, dunque, numericamente dietro solo alla Germania (7,3 milioni) e alla Francia (3,5 milioni); mentre con la Spagna condivide la posizione di Stato membro dell’Unione Europea con i ritmi di incremento più elevati. «L’incidenza media sulla popolazione è del 4.8% e i motivi del soggiorno confermano un netto desiderio di inserimento stabile. L’immigrazione, essendo un indicatore del dinamismo occupazionale del paese, è più concentrata nel nord (59% della presenza immigrata), è mediamente presente nel centro (27%) e si riduce nel Mezzogiorno (14%)».

Ciò detto, il fenomeno migratorio è da sempre oggetto di interpretazioni e valutazioni assai discordanti. La migrazione di popolazioni provenienti da paesi in via di sviluppo, perlopiù verso gli Stati occidentali, è fortemente influenzata da numerosi fattori non solo economici ma anche sociali e culturali: le pressioni demografiche, le persecuzioni politiche, gli squilibri del sistema produttivo ed, infine, le variabili ambientali e culturali. Questi fattori costituiscono, difatti, le principali cause della pressione migratoria; variabili che difficilmente si presentano isolate, ma che invece nella loro perdurante complessità si mostrano strettamente interrelate. L’Italia, come la maggior parte dei paesi, e non solo quelli economicamente sviluppati, è stata da sempre interessata dai flussi migratori. La differenza con il passato è che da esportatrice di persone è divenuta, negli ultimi venticinque anni, una delle principali importatrici di immigrati. In generale, quindi, appare del tutto condivisibile l’affermazione di Eugene M. Kulischer quando scrive che «il movimento migratorio è allo stesso tempo perpetuo, parziale e universale. Non si ferma mai e investe ogni popolo (… e sebbene) in un dato momento metta in moto solo una piccola parte di ciascuna popolazione… in realtà non vi è mai un momento di immobilità per alcun popolo, perché nessuna migrazione rimane isolata».

Nel circoscrivere l’oggetto d’indagine bisogna inoltre tenere conto della complessità di effettuare rigorose analisi comparative, di natura statistica, permanendo differenti metodologie di rilevazione. I metodi di raccolta dei dati ufficialmente disponibili infatti non sono sempre omogenei, in alcuni casi escludono i clandestini, definiscono in modi diversi i gruppi stranieri (ad esempio in Germania, sia gli immigrati che i loro discendenti sono considerati stranieri mentre ciò non avviene in Francia e nel Regno Unito). Infine, le rilevazioni possono essere state svolte in periodi diversi rendendo di fatto i dati non comparabili tra loro.

Dal punto di vista delle discipline interessate alla tematica, è da rilevare che il tema è per sua natura interdisciplinare e interseca i confini di diverse scienze. «L’affronto dei processi migratori si riferisce a fatti sociali globali estremamente complessi in quanto rappresentano l’esito dell’incontro, spesso sinergico, di molteplici fattori che coinvolgono frequentemente almeno quelli di ordine sociale, culturale, economico e psicologico». Ovvero, detto in altri termini, essi coinvolgono la tematica della «mobilità umana nello spazio e il mutamento generato da questa nelle relazioni sociali, nei modelli socioculturali di vita e nell’ambiente umano, cioè nella società globale in quanto rete di relazioni».

L’ottica con la quale, qui, si è deciso di affrontare il tema è necessariamente tesa a gettar luce su alcuni aspetti e a non approfondire adeguatamente altri, solo per ovvi motivi di spazio. Si è, perciò, consapevoli che il quadro generale è molto più vasto, complesso ed articolato di quello tratteggiato nelle pagine seguenti, ma si è cercato di mettere in evidenza alcuni aspetti spesse volte sottostimati. Alcune omissioni, pertanto, sono state inevitabili ma l’intento di questa prima traccia di discussione è proprio quello di far emergere elementi di analisi per giungere ad un giudizio di sintesi del fenomeno e di mostrare un’angolatura piuttosto peculiare e non sempre adeguatamente sottolineata dalla letteratura in materia.

La prima parte di questa relazione prenderà in esame, dapprima, la realtà dell’impresa con le sue determinanti economiche, nella ricerca di manodopera straniera più o meno qualificata. Si cercherà di individuare quale possa essere il meccanismo che spinge ad avvalersi di personale straniero per l’espletamento di alcune attività economiche. Nel successivo paragrafo è la realtà del singolo immigrante ad essere abbozzata, con il correlato movente economico (analizzando come esso sia, il più delle volte, collegato all’appartenenza a determinati reti gruppali, amicali, parentali e famigliari) che lo spinge ad emigrare in cerca di un’occupazione e di una nuova realtà in cui vivere. Ciò che viene direttamente messo in gioco è il capitale sociale detenuto da queste reti, capaci di offrire un contesto accogliente e non del tutto alieno ai nuovi arrivati. Alla realtà territoriale d’insediamento qui presa in considerazione, la provincia di Brescia, è dedicato il terzo paragrafo, dove si presenteranno alcuni indicatori statistici, relativi a dimensione e struttura, della popolazione immigrata residente nella provincia. Seguiranno, poi, due paragrafi dedicati a possibili percorsi di integrazione economica: qui si è scelto di prendere in esame due indicatori importanti quali il ricorso all’autoimprenditorialità e alla domanda di lavoro delle imprese, in termini di professioni. In questa parte si cercherà anche di descrivere le caratteristiche precipue del mercato del lavoro provinciale e delle favorevoli condizioni, al di là degli ultimi fatti di cronaca, di integrazione delle comunità di lavoratori stranieri presenti nel suo territorio. Infine, le conclusioni serviranno a definire alcuni aspetti significativi rilevati e a impostare un eventuale percorso di approfondimento futuro. La seconda parte di questa relazione si soffermerà sulle conseguenze più strettamente politiche, sociali e culturali legate all’immigrazione, prendendo in particolare sotto esame il caso emblematico della provincia di Brescia.

In generale, le politiche dei paesi, sia d’origine che d’arrivo, sono decisive per quanto concerne l’ampiezza, la durata, la composizione e la direzione dei flussi delle migrazioni internazionali. È vero, difatti, che le regolamentazioni, le restrizioni, i vincoli che un determinato paese può porre all’immigrazione sono in grado di influire direttamente sull’evoluzione dello stesso fenomeno. Nello stesso tempo, bisogna rendersi realisticamente conto che l’efficacia delle politiche governative, messe in atto, anche se rigide, non riescono spesso a contrastare, fino in fondo, l’illegalità diffusa. Come esempio significativo si può citare la regolamentazione adottata nel 1965 dagli Stati Uniti, l’Immigration and Naturalization Services Act10 (segnò il passaggio dal sistema delle quote per nazionalità, in vigore dal 1924, ad uno imperniato sulle preferenze in termini di personale ad elevata qualificazione). Questa provocò, come risultato, un cambiamento nella composizione della popolazione immigrata con un predominio dei non europei influendo, secondo le statistiche elaborate dall’Immigration and Naturalization Service (Ins), sulla società statunitense in termini demografici, culturali ed economici. Gli immigrati europei che, nel periodo 1901-1920, rappresentavano l’88% dell’intera immigrazione infatti si ridussero al 13% nel periodo 1980-1993, mentre crebbero sia gli asiatici, dal 4% al 39%, che i latino-americani (inclusi gli immigrati caraibici), dal 3% al 43%.

Nello stesso tempo, e sempre restando negli Usa, si deve sottolineare come il rigoroso contrasto all’immigrazione illegale non sia mai riuscito ad arrestare del tutto il continuo flusso di clandestini proveniente dal Messico e dai Caraibi, nonostante la quantità di immigrati illegali bloccati alla frontiera e forzatamente rimpatriati12. Ancora oggi la sicurezza dei propri confini costituisce uno dei principali obiettivi dell’Amministrazione Bush (a questo particolare aspetto sarà dedicato un paragrafo della seconda parte della relazione).

Quanto sopra esemplificato serve, pertanto, solo a mostrare la complessa articolazione politica, sociale, economica e culturale della tematica migratoria e dei suoi correlati e svariati effetti sulla società intera. In breve, una seria politica migratoria «si può suddividere analiticamente in un insieme di misure - esplicite o implicite - volte a controllare da un lato gli ingressi e dall’altro il grado di incorporazione degli immigrati nella società ospite».

La tesi che qui si intende sostenere, e che sarà maggiormente approfondita nel secondo e terzo paragrafo della seconda parte, è che uno Stato non può esimersi dal cercare di controllare gli elementi strutturali dei flussi migratori nonostante questo sia un compito piuttosto arduo. Non può rinunciare, in altri termini, a impostare una politica migratoria adeguata ai suoi obiettivi di fondo e, almeno tendenzialmente, efficace. Al fine di mostrare alcuni tentativi significativi esperiti in tal senso da diverse politiche governative in materia, in questo lavoro si farà senz’altro ricorso a citazioni di casi nazionali. Si è tuttavia consapevoli che le modalità con cui ogni singolo paese ha affrontato la pressione migratoria si sono storicamente sostanziate in uno spettro piuttosto ampio di posizioni che vanno da quelle assimilazionistiche (tipiche dell’esperienza francese) a quelle separazionistiche (del modello tedesco e svizzero) tenendo conto anche di quelle multi-culturalistiche (sono da considerare in questo senso, quelle inglese e olandese).

Un secondo fattore che a livello temporale deve essere preso in attenta considerazione è quello dell’integrazione. Anche se il controllo della pressione migratoria da solo non basta a qualificare una realistica e sensata politica governativa e che occuparsi di coloro che si sono stabiliti regolarmente in una determinata nazione da molteplici anni è divenuto, oramai, un problema politico e sociale ineludibile. Infine, un ulteriore elemento a cui prestare attenzione è quello che lega la dimensione territoriale a quella centrale, quella micro a quella macro, la periferia al centro. Ovverosia le due tematiche sopra enunciate (politiche di inflessibile contrasto e di integrazione) devono essere fatte proprie anche dalle realtà politiche e amministrative locali. Ciò, evidentemente, può valere anche nel caso della provincia di Brescia.

Infine, non può essere sottaciuto il ruolo di coordinamento generale svolto dall’Unione Europea: a metà degli anni Ottanta le politiche migratorie dei diversi paesi comunitari subivano una notevole armonizzazione dovuta sia al milione di persone che transitò dai paesi dell’Est verso ovest, subito dopo la caduta del muro di Berlino, sia all’applicazione degli accordi di Schengen. Situazione aggravatasi ancora più dopo l’11 settembre 2001 che ha imposto un controllo più rigoroso sui flussi di persone. Tutto ciò porta verso una crescente integrazione delle varie politiche migratorie nazionali. «Poiché la migrazione in uno qualunque degli Stati membri potrebbe portare ad una migrazione secondaria all’interno della Comunità, si possono prevedere tensioni considerevoli se uno dei dodici paesi dovesse sospettare un altro Stato membro di indebito lassismo nel controllo dei confini esterni. Queste preoccupazioni implicano anche che misure particolari o eccezionali in tema di immigrazione adottate da un solo Stato non possono più essere isolate dagli interessi degli altri Stati membri». L’armonizzazione tende ad avere un diretto influsso, anche se passibile di profonde convergenze e divergenze, su tematiche quali le misure di controllo, le politiche dei visti, le politiche di asilo, la libera circolazione dei cittadini di paesi terzi, l’immigrazione dei lavoratori, le politiche migratorie in senso lato.

In conclusione, l’enumerazione sintetica di alcuni aspetti cruciali è servita solo a fornire l’immagine di una visione complessiva del fenomeno migratorio il quale, se non venisse preso in attenta considerazione dalla classe politica, potrebbe rischiare, nel lungo periodo, di mettere in discussione lo stesso fondamento politico, culturale e sociale su cui si regge l’attuale unità politico-statuale nazionale. In paesi di vecchia immigrazione quali l’Olanda, Il Regno Unito e la Francia, difatti, si è registrata recentemente un’intensificazione delle tensioni sociali che hanno trovato, ad esempio, una pubblica visibilità nelle violente manifestazioni delle periferie parigine.

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