Fermo: per il vescovo Forte le testimonianze non contano, è razzismo
17 Luglio 2016
C’è da restare sconcertati a leggere oggi l’arcivescovo di Chieti, Bruno Forte, nel suo consueto intervento domenicale sul quotidiano di Confindustria. Svolgendo una riflessione su razzismo e accoglienza, fa riferimento ai fatti di Fermo, avallando ancora una volta, buon ultimo fra i commentatori italiani, la versione razzista della faccenda: “L’omicidio di Emmanuel Chidi Nnamdi, il profugo nigeriano ucciso per aver reagito alle offese razziste di un “ultrà” che aveva insultato la sua Sposa, ha fatto puntare i fari dei “media” sul fenomeno sciagurato del razzismo”. Segue sdegnata digressione sul razzismo che ancora alberga “in alcune subculture del nostro paese”, con immancabile citazione dell’ex ministro Kyenge.
Siamo un po’ sconcertati, perché Forte è l’ultimo dei giapponesi a difendere con ostinazione una versione dei fatti in chiave razzista. Sarebbe stato molto più corretto dire che un profugo nigeriano cristiano, scappato dal terrorismo islamico del Boko Haram, è morto in una rissa per aver reagito in modo eccessivo a uno stupido insulto, “scimmie”, diretto a lui, alla sua compagna e a un loro amico, da parte di un balordo, a Fermo. Insulto certamente razzista, ma come sono maschilisti gli insulti contro le donne, o discriminatorie le offese rivolte a disabili, persone obese, e così via. Testimonianze di più persone (e faccio riferimento ai diversi articoli sul tema pubblicati dal Resto del Carlino, fra cui l’ultimo, oggi, a firma Ugo Ruffolo, e molto opportunamente titolato “Fermo, la tragedia e gli stereotipi. Non si piega il diritto all’ideologia”) hanno oramai acclarato che dopo l’epiteto “scimmie” da parte del Mancini, sono stati i nigeriani ad assalirlo, impedendogli di prendere l’autobus, strattonandolo e colpendolo anche con un palo stradale divelto per l’occasione, buttandolo a terra e prendendolo a calci, con tale violenza che alcuni passanti hanno avvertito le forze dell’ordine, segnalando l’aggressione sì, ma da parte dei nigeriani.
La risposta di Mancini è stata un pugno fatale, che ha colpito Nnamdi il quale, cadendo, ha battuto violentemente la testa, ed è morto. Forse questo giustifica il fermano che ha lanciato l’insulto? Assolutamente no. Va però processato come è giusto, cioè per quella che è stata la dinamica degli avvenimenti e per quel che ha fatto, non per qualcosa di diverso. Ma soprattutto è incredibile che Amedeo Mancini sia ancora in cella: accusato di omicidio preterintenzionale, aggravato da odio razziale, è “un soggetto pericoloso: è altamente probabile che, se messo in libertà, gli si ripresenterà l’occasione di molestare e o aggredire altri soggetti extracomunitari”. Questa la motivazione. Cioè in un paese come il nostro, dove spacciatori colti in flagranza di reato vengono immediatamente scarcerati, Mancini viene trattato come se fosse un assassino seriale, e una volta uscito, potesse di nuovo aggredire e uccidere un nero.
Vorremmo chiedere, nell’ordine, all’on. Laura Boldrini e al Ministro Boschi – che hanno presenziato i funerali per sottolineare la condanna dell’“episodio razzista” – a Don Vinicio Albanesi, che si è costituito parte civile e ha detto che “Emmanuel è morto di botte”, e infine a Mons. Bruno Forte, che continua ad avallare una versione dei fatti ormai smentita da tutti i testimoni, se pensano che la permanenza in prigione di Amedeo Mancini prima del processo sia un atto di giustizia, e se corrisponda a quel “rispetto dell’altro” che invocano tanto accoratamente.
