Finalmente Gheddafi incontrerà gli italiani cacciati dalla Libia nel ’70
26 Maggio 2009
Un’ultima casella del complesso quadro di riappacificazione tra Italia e Libia potrebbe essere inserita il 13 giugno quando Gheddafi, in visita a Roma per la prima volta dopo quarant’anni di potere in Libia, potrebbe stringere le mani di alcuni di quei 15 mila italiani da lui espulsi nel 1970. A questa concreta possibilità aveva fatto riferimento pochi giorni fa il Ministro della Difesa La Russa. Oggi la notizia pare confermata. Il Colonnello incontrerà nel luogo e nell’ora che saranno indicati tutti gli italiani espulsi dalla Libia che lo vorranno incontrare.
Dall’incontro sono escluse le varie organizzazioni: vuole essere un ritrovo tra persone. Nella stessa giornata incontrerà anche tutti gli ebrei libici espulsi dalla Libia per ordine dell’allora regnante Idris. Tra gli italiani e gli ebrei di Libia si è già manifestato grande interesse per questo incontro.
La storia degli italiani espulsi dalla Libia ha inizio il 21 luglio del 1970 quando un decreto voluto da Gheddafi sancì la confisca di tutti i beni appartenenti alla nostra comunità. Una comunità che per decenni era stata il motore del paese e ne aveva costruito le infrastrutture era costretta a rientrare precipitosamente in patria. Il colonnello aveva voluto espressamente che la cacciata degli italiani assumesse un valore simbolico e le caratteristiche di una rivalsa storica da iscriversi in un inevitabile processo di decolonizzazione.
I documenti dell’archivio storico del ministero degli Esteri permettono oggi di conoscere alcuni retroscena. Aldo Moro, allora ministro degli Esteri aveva pensato che una mediazione di Nasser, reputato da Gheddafi suo mentore, avrebbe potuto contribuire a mitigare eventuali decisioni ostili dei libici. Solo tardivamente però si rese conto che Italia ed Egitto avevano interessi divergenti. Per Il Cairo un’influenza sulla Libia aveva un significato importante: un paese ricco e poco popoloso avrebbe permesso a migliaia di egiziani di trovare occupazione e all’Egitto di impossessarsi di importanti risorse. Non a caso dopo i provvedimenti sarebbero stati proprio gli egiziani a sostituire gli italiani nei loro lavori. In realtà Nasser non fece alcune passo in favore degli italiani, anzi…
È lo stesso Aldo Moro in un documento dell’agosto 1970, proprio mentre si trovava alle prese con la gestione del forzato rimpatrio della collettività, ad ammettere gli errori compiuti: “è ovvio che, in questa fase, conviene esser molto cauti con l’Egitto, al quale va detto in tutte le lettere che siamo delusi per quello che non ha fatto (sottointendendo quello che ha fatto) relativamente alla Libia. Resta poi il fatto politico di non aver ottenuto altro che la rapida espulsione, e ciò ci mette in difficoltà come per un insuccesso della nostra politica estera”.
Se le responsabilità della politica furono evidenti neppure la diplomazia può dirsi estranea a colpe. I diplomatici italiani non compresero che Gheddafi per rafforzare il proprio potere all’interno del paese avrebbe corso il rischio di compromettere le relazioni con l’Italia il suo maggior partner economico. Gheddafi aveva bisogno di un gesto forte che lo rendesse popolare e insieme lo imponesse come unico leader. Il governo italiano non capì la profondità del rancore e della voglia di riscatto del Colonnello e di buona parte della popolazione libica. I diplomatici sottovalutarono le esplicite minacce dei militari libici.
Un pieno riconoscimento e una completa assunzione di responsabilità, come quella fatta recentemente sulle malefatte del colonialismo, avrebbe forse contribuito a instaurare in tempi brevi un clima differente. Ma in quegli anni “il mito degli italiani brava gente”, una percezione indulgente di se stessi, poi sfatata dai lavori di molti studiosi, tra cui Angelo Del Boca, era ancora radicata in Italia.
La comunità lasciò in Libia beni e proprietà che allora si valutarono attorno ai 200 miliardi di lire. Nel decreto di ratifica del trattato italo-libico è stato disposto un contributo a loro risarcimento, a completamento di quelli erogati già in passato dal governo italiano. Oggi Giovanna Ortu, tenace presidente dell’Airl (Associazione italiana rimpatriati libici) si dichiara disposta a chiudere il capitolo. Anche Gheddafi pare sia pronto a farlo distinguendo finalmente tra le colpe e le responsabilità italiane del colonialismo e quelle di una comunità che più di trent’anni dopo veniva rimandata in Italia perdendo quasi tutti i propri averi e che, pochi facinorosi a parte, non aveva alcuna nostalgia del passato fascista e coloniale.
