Finalmente i giudici hanno capito che la violenza dei figli è colpa dei padri
05 Febbraio 2010
Dal 2001 al 2003 una dodicenne a Milano viene abusata più volte. I violentatori, amici poco più grandi, vengono condannati: due con “la messa alla prova” che estingue il processo, gli altri invece a pene che più tardi verranno sospese. Ma oggi il tribunale civile ha condannato i genitori a pagare un risarcimento economico per la ragazza nella misura di quasi 450.000 euro. La notizia davvero importante è nella motivazione della condanna: i genitori infatti sono stati condannati perché non sono stati in grado di dare “un’educazione dei sentimenti e delle emozioni”, non per essere venuti meno all’obbligo di vigilanza sui figli.
Questa condanna apre uno scenario nuovo, e a mio avviso molto giusto e coerente con i tempi. In molti dei miei articoli sugli atteggiamenti di violenza e aggressività dei ragazzi ho più volte sottolineato l’importanza dell’educazione emotiva, delle abilità pro-sociali che, se non si possiedono, sottendono a tutte le forme di difficoltà relazionali e comportamentali. Per questi ragazzi spesso l’aggressività e la violenza derivano da un vero e proprio analfabetismo emotivo. Come ho detto più volte, sarebbe quindi auspicabile che l’educazione emotiva fosse insegnata nelle scuole. Ma tali abilità e competenze si imparano innanzitutto in famiglia, nella relazione con i genitori. E’ infatti il genitore che dovrebbe insegnare al figlio l’empatia, l’ascolto, la capacità di leggere e capire le proprie ed altrui emozioni. Se ciò non avviene io penso che ci sia stato, un rapporto sciatto e poco attento nei confronti di questi ragazzi.
Gli episodi aggressivi compiuti da ragazzi che, anche per delle banalità, uccidono e aggrediscono sono ormai numerosissimi. Nella maggior parte dei casi, quando viene chiesto loro il motivo di questa aggressività senza senso, le spiegazioni sono sconcertanti e si intuisce l’ assenza del sentire. Questi atteggiamenti fanno impressione e obbligano alla riflessione. Non hanno sensi di colpa, non provano assolutamente nulla nell’assunzione dell’azione e del danno e, di conseguenza, nell’idea della riparazione. La vittima, l’altro, non ha nessun significato, viene disumanizzato e, nei suoi confronti, l’aggressore non sente nessuna emozione, né rimorso, né desiderio di riparare. Le spiegazioni sono per lo più banali: “non so perché l’ho fatto”, oppure “mi annoiavo”; spesso viene data la colpa alla vittima o si chiudono nel silenzio. Questi ragazzi minimizzano le loro azioni e mettono in mostra la totale assenza di emozioni e di sentimenti, liquidando così, come se si trattasse di normale routine, accadimenti che sono vere e proprie tragedie per chi le subisce.
L’attenzione della giurisprudenza deve essere considerata come un passaggio importante che denota una consapevolezza e che ha travalicato gli addetti ai lavori, ponendosi all’attenzione di tutti. Finora il fenomeno veniva trattato come un fatto letto e studiato sui libri, considerato solo da pochi come allarmante. L’emergenza educativa è una realtà non più fluttuante poiché sottolineata solo dagli studiosi del settore e specifica di un ambito, che può rappresentare più o meno l’oggettività dei fatti. Se anche la giurisprudenza si fa carico di questa emergenza e scende in campo con i propri mezzi allora si è meno soli, si può essere complementari, e unendo le diverse competenze, si può sperare di poter vincere questo male.
Allora perché è importante questa sentenza? Perché sancisce una responsabilità, quella educativa. Un onere non più facoltativo e personale perché, se accade qualcosa, ora si può essere condannati. E ciò, per alcuni, fa la differenza. Infatti, non si può pensare di punire solo i giovani, se non si è stati educati al rispetto degli altri è molto difficile che ci si arrivi da soli. Se gli altri sono stati visti sempre come ostacoli ai nostri desideri, o antagonisti da sconfiggere, o insulse presenze con le quali divertirsi, piegandole ai nostri piaceri, allora vuol dire che all’altro non abbiamo dato nessuna dignità. Non abbiamo riconosciuto la sua esistenza.
Se non siamo in grado di arrivare a cogliere questi aspetti è chiaro che deve esserci una legge che tuteli tutti. Sono materie nelle quali probabilmente sarebbe stato auspicabile che la legge non fosse entrata, ma a arrivati a questo punto, in cui, ogni giorno o quasi c’è una notizia che riguarda la violenza giovanile, era assurdo continuare a far finta di niente. E’ importante far capire ai genitori che l’educazione non si può delegare, che il tempo della cura di una relazione di qualità è fondamentale e va ricercato e tutelato, e si è così scellerati da non rendersene conto da soli, le istituzioni devono intervenire.
