Home News Finalmente un film italiano “come Dio comanda”

Sotto le feste

Finalmente un film italiano “come Dio comanda”

0
6

Il film potrà anche essere una sorta di sintesi di dramma shakespeariano, come in diverse occasioni ha spiegato Gabriele Salvatores, dove il re padre, il giovane principe e il “fool” si dibattono in una favola tormentata, e c’è un prima, un durante che si svolge in un bosco in una notte tempestosa, e un dopo. Ma questo "Come Dio Comanda" è soprattutto un pugno nello stomaco tirato senza pietà, con tecnica magistrale e immagini straordinarie, e fortunatamente con poche velleità di analisi sociologica e moralismi sparsi.

Il film con il quale il regista continua il fortunato sodalizio con Niccolò Ammaniti, co-sceneggiando con lui il romanzo torrenziale e controverso che allo scrittore romano lo scorso anno valse il Premio Strega, ancora una volta racconta di padri e figli, come nel precedente Io non ho paura. A quella storia di infanzia derubata della fiducia negli adulti sotto il sole accecante del Sud, contrappone un Fiuli Venezia Giulia cupo, ostile e per niente placido come ci si potrebbe figurare il Nord-Est, dove degli adulti si è costretti a fidarsi malgrado tutto e una pioggia senza tregua non lava le colpe di nessuno, ma schiaccia e condanna.

A parte l’inizio fulminante tal quale quello del libro, del romanzo spogliato degli altri personaggi resta soltanto l’asse centrale, quel nucleo familiare sui generis composto dal lavoratore precario violento, alcolizzato e xenofobo Rino Zena, un Filippo Timi in assoluto stato di grazia, il figlio adolescente Cristiano in sua totale soggezione, schiacciato da questo unico genitore debordante, e il povero operaio Quattro Formaggi (un Elio Germano sempre bravo ma forse convintosi a tal punto di esserlo da sovraccaricare la recitazione di leziosità), che un incidente sul lavoro ha trasformato in un ritardato e che si è creato un suo mondo fanciullesco e ossessivo.  I tre vivono letteralmente ai margini di un’Italia del Nord che là fuori si immagina ricca e produttiva; in case sgarrupate mal riscaldate, sporche, al limite del barbonismo, con solo un impotente operatore sociale a interessarsi ai loro destini. Rino riversa sul figlio quattordicenne tutto un guazzabuglio di convinzioni ideologiche, razzismi e vitalismo scatenato, vorrebbe proteggerlo dal mondo che lui non è riuscito a domare insegnandogli come prenderlo con la forza, e il ragazzo prova disperatamente, con sofferenza, ad assecondare questo padre che ama tanto quanto il genitore ama lui, in maniera assoluta e solidissima. 

Del romanzo è rimasto il registro sempre in bilico fra tragico e grottesco che è poi la cifra originale di Ammaniti, quel senso di ineluttabilità del male contro cui non è possibile alcunché, e il desiderio di scavare nella relazione complessa fra padri e figli, vittime di un mondo senza direzione.  Un mondo di cui anche nel finale assolutorio non è chiara la possibilità di redenzione, mentre chiaro pare il disperato bisogno di amore che domina anche la più perduta delle anime.

Allo spettatore è lasciata in ogni momento la libertà di documentare col proprio sguardo situazioni che il regista si guarda bene dal presentare come giuste o sbagliate. Questo però è anche il motivo per cui per queste figure è difficile provare sentimenti di empatia o di identificazione, tranne la tenerezza e lo sconforto ispirati dal ragazzino costretto a farsi carico degli esiti e dei misteri della tragedia irreparabile al centro del racconto.

Una vicenda che occupa circa mezz’ora di pellicola, ma che nel bosco di cui si diceva, tra pioggia a dirotto, fango, oscurità e carni e sangue è girata con tanta maestria da non far calare l’adrenalina del pubblico neanche per un attimo e da far sentire addosso tanto disagio fisico e tanta fatalità.

Il film è un prodotto curioso per il cinema italiano, pieno di vitalità a dispetto del mondo senza speranza che presenta, e dimostra la piena maturità raggiunta da Salvatores. Non ci tiene a dare troppe spiegazioni, e nei pochi momenti in cui ne dà, affidando ai dialoghi qualche frase fatta di quelle pronunciate quotidianamente dalla “gente”, non riesce a trasmettere l’eventuale sarcasmo, e consegna soltanto alcune sequenze più scontate se non pleonastiche, che nel quadro generale del dramma finiscono per essere rapidamente dimenticate. 

Ma per la scelta della storia e per l’uso che fa dei personaggi Salvatores dimostra di potersi cimentare anche con materiale umano più complesso di quanto abbia fatto finora, e se la scelta è quella di continuare a riprendere soggetti altrui, di poter guardare a storie anche più lontane dai nostri piccoli confini.

 

  •  
  •  

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here