Fini blinda Fli e si avvita sull’ultima giravolta. Il Cav. va alla conta finale
14 Dicembre 2010
Il dado è tratto. Berlusconi propone un patto di legislatura coi moderati, rafforzamento della squadra di governo e programma rinnovato. Fini ricompatta i futuristi su un documento che prevede le dimissioni del premier dopo la fiducia al Senato. Proposta respinta al mittente: dopo mesi di accuse incrociate si va dunque alla conta. Oggi è il giorno del giudizio.
Nessuna mediazione tra Berlusconi e Fini, di nuovo vicini nell’Aula di Montecitorio ma mai così lontani alla fine di giornata convulsa, tra Senato e Camera. La prima offerta è del Cav, che nel suo discorso a Palazzo Madama gioca la carta dell’allargamento della maggioranza ai centristi, con aperture anche ai finiani ai quali però dice che “’tutto si può fare tranne che progettare un’alleanza con la sinistra per questa legislatura camuffandola con il governo di transizione”. E’ l’appello al senso di responsabilità verso il Paese che secondo il premier dovrebbe indurre i futuristi a di “rinnovare la fiducia al governo” in modo da evitare la “follia” di una crisi al buio “priva di soluzioni” e, con la crisi economica ancora all’orizzonte.
Il leader di Fli fa dire ai suoi che quello del premier è un discorso debole, poi si occupa di riportare a miti consigli le colombe che minacciano l’astensione, Moffa e Siliquini in testa (quest’ultima non parteciperà al vertice notturno del suo partito). Ed è a Montecitorio che il clima si fa rovente. Nella girandola di riunioni, contatti, mini-vertici, nelle occhiate dei deputati ai banchi del governo, col premier che ascolta la sfilza di interventi e continua a vagliare le carte. Le carte della crisi.
Si racconta che il pranzo per ricondurre nella ‘gabbia’ futurista le colombe pronte a spiccare il volo (anzi il voto) verso il Cav. sia stato particolarmente burrascoso. Un Fini furibondo è la versione corrente: irritato coi suoi, specie con Moffa ‘reo’ di aver osato contraddire la linea del capo tentando di sfilarsi dal mantra ‘o dimissioni o sfiducia’. La mediazione che ha tentato insieme al Pdl Augello è finita nel cestino dello studio del presidente della Camera. E tuttavia il rischio di perdere pezzi in una partita che per il capo di Fli è strategica non solo per l’esistenza del partito che ha fondato ma per il suo stesso futuro politico, è troppo alto per permettere che qualcuno dei suoi, decida che fare oggi, in autonomia.
Per questo il pranzo della mediazione tra falchi e colombe era per Fini un passaggio irrinunciabile dal quale, in sostanza, è emerso un compromesso, sottoscritto pure da Casini e Rutelli: Moffa ha ottenuto l’occasione di rilanciare una trattativa in extremis col Cav., Fini ne ha ottenuto il ‘controllo’ e la firma dei finiani incerti (oltre alla Siliquini si parla di altri tre moderati) sul documento che ufficializza la proposta finiana poi consegnata al premier. In realtà un passo indietro rispetto alla versione di Moffa tutta incentrata sul patto di legislatura senza passare dalle dimissioni. No, adesso l’ultima produzione futurista chiede al Cav. di dimettersi prima del voto alla Camera; crisi pilotata dunque e Berlusconi-bis. Se così non sarà, l’impegno è a votare la sfiducia e a costruire le basi per un governo di centrodestra con un altro premier. Come? Non si sa.
L’unica cosa certa è che i futuristi continuano a definire mediazione ciò che non può essere tale dal momento che si chiede, anzi si vorrebbe imporre le dimissioni del premier come conditio vincolante per non votare la sfiducia. Il Cav. non si scompone, non lascerà Palazzo Chigi e oggi guarderà in faccia quanti tra i deputati eletti nel 2008 col Pdl e col nome ‘Berlusconi presidente’ sulla scheda elettorale si assumeranno la responsabilità di far cadere l’esecutivo. Posizione chiara e netta che, anche negli atteggiamenti in Aula e nella replica finale, danno l’immagine di un premier determinato ad andare fino in fondo ma convinto al tempo stesso che la fiducia ci sarà. Pallottoliere alla mano l’asticella dovrebbe restare dalla parte della maggioranza anche se le incognite sono sempre da considerare e fino all’ultimo l’esito resta incerto.
Se Berlusconi è pronto ad andare fino in fondo, basta scorrere la storia più recenti di questi mesi per costatare che non è così dalle parti di Fli. Di contraddizioni, infatti, il loro campo è disseminato. Prova ne è che ieri Fini ha avallato la stessa proposta che aveva stracciato dopo l’incontro (da lui benedetto) tra Bocchino e Berlusconi. Poi è arrivata quella di Moffa (patto di legislatura prima del voto senza dimissioni) ma pure questa non è più uguale a quella di due giorni fa perché adesso si torna a pretendere la testa del Cav. prima del passaggio a Montecitorio in cambio di una crisi pilotata che porti al suo reincarico. Fli si asterrà al Senato in attesa che nel giro di poche ore il premier decida di accogliere la richiesta. Cosa è cambiato nelle ultime trentasei ore per le colombe futuriste?
Certo, il dicktat del capo pesa eccome ma delle due l’una: o Moffa e gli altri moderati incerti hanno chinato il capo mandando alle ortiche tutto il lavoro di ricucitura portato avanti in queste settimane, oppure alla fine pure quello delle colombe è stato nient’altro che un gioco delle parti. Vedremo oggi se il presidente della commissione Lavoro che oltretutto si è esposto molto nelle ultime ore criticando la linea di Fini voterà secondo coscienza, oppure se obbedirà a ciò che lui stesso finora ha contestato. Dilemmi futuristi.
Berlusconi a Fini risponde picche e non poteva essere diversamente non solo per una questione di coerenza ma soprattutto perché non si capisce per quale motivo a dettare la linea, i tempi e gli esiti della crisi, debba essere chi la crisi l’ha provocata e portata avanti con ostinazione mescolando (come è apparso chiaro domenica dall’Annunziata) una questione personale con una piattaforma politico-programmatica sulla quale ricalibrare la nuova agenda del governo.
Un passaggio sul quale si è soffermato con particolare enfasi Massimo Corsaro deputato Pdl ed ex An che ha elencato tutti i cambi di rotta, tutte le “conversioni” di Fini (immigrazione, temi etici, solo per citarne alcuni) negli ultimi anni, chiosando con parole di fuoco, tra le ovazioni dei colleghi della maggioranza e i sei applausi del Cav.: “Lei presidente Fini, è passato da Tatarella a Granata…altro che opa al centrodestra, lei non è più credibile nemmeno quando declina le sue generalità”.
Il vicepresidente dei senatori Gaetano Quagliariello si sofferma su un aspetto non irrilevante a proposito dell’ultima proposta finiana: “Quando si presenta una mozione di sfiducia oltretutto in un momento difficile per il Paese di solito si sa dove andare a parare: o si propone un altro governo o si chiede di tornare al voto. Qui il paradosso è che chi presenta la mozione di sfiducia non ha un altro governo e soprattutto non vuole tornare al voto perché probabilmente sa che non avrebbe il consenso degli elettori. Eppoi qualcuno deve spiegare perché quello indicato come il problema, cioè Berlusconi, dovrebbe essere anche la soluzione. Tutto questo ambaradan messo in piedi per poi proporre il reincarico a Berlusconi? Forse dietro a tutto c’è un altro obiettivo, tornare indietro nella politica italiana. Atteggiamento che non criminalizziamo ma non condividiamo perché in questa logica sono i partiti, i giochi di palazzo, le tattiche a fare i governi, non gli elettori”.
Toni duri all’indirizzo di Fini anche dall’ex presidente del Senato Marcello Pera dato per settimane in avvicinamento verso l’orizzonte futurista, che nel suo intervento, pur non risparmiando critiche al premier sui ritardi nell’agenda delle riforme, ha definito il presidente della Camera “un dirigente della sinistra. Se il Governo non cadrà, Fini perderà autorità politica. Se il Governo cadrà, Fini sarà uno dei tanti trasformisti”.
La parole dell’ex An Corsaro danno il là alla controffensiva del Pdl negli interventi in Aula, come nel caso di La Loggia che non le manda a dire: ”Mi scusi onorevole Fini, ma preferisco non chiamarla presidente per rispetto dell’istituzione parlamentare. Sono indignato perché patrocinare da parte sua che è il presidente di un ramo del Parlamento, una crisi extraparlamentare è davvero assurdo”. E’ l’ennesima contraddizione di chi mette sul piedistallo il ruolo istituzionale, il rispetto delle istituzioni e poi fa esattamente il contrario. Un esempio? Le regole che Bocchino col placet di Fini è andato a dettare al Cav.: crisi pilotata, dimissioni e in 72 ore il reincarico. E le prerogative di Napolitano dove sono finite? Non solo ma dalla direzione nazionale del ‘che fai mi cacci’ (e forse ancora prima), il presidente della Camera si è comportato più come il capo di un partito che ha fatto la scissione dal partito che ha vinto le elezioni , arrivando alla costituzione di gruppi autonomi prima e del ritiro dei ministri dopo lo show-down di Basta Umbria.
Per non parlare dei vertici terzo polisti con Casini e Rutelli convocati a Montecitorio, trasformato paradossalmente nel quartier generale dei congiurati. Ma dov’è finito il granitico rispetto istituzionale in nome del quale Fini si è tirato fuori dalla campagna elettorale per le regionali? E chi l’ha provocata la conta con continui stop and go andati avanti per settimane? Che dire poi dei commenti sferzanti di Bocchino&Co sull’intervento e la replica del premier: discorso debole, deludente, da Berlusconi nessun colpo d’ala. Della serie: siccome il discorso del premier non è gradito ai futuristi allora è debole. Stranezze futuriste.
La lunga notte prima del redde rationem scivola tra riunioni, incontri, cene. Da un lato Berlusconi, dall’altro Fini. Il leit motiv è: speriamo che la notte porti consiglio. Oggi vedremo se la notte ha fatto il suo mestiere.
