Fini dà battaglia sull’immigrazione ma non tocca il cuore del problema

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Fini dà battaglia sull’immigrazione ma non tocca il cuore del problema

05 Maggio 2009

Questo giornale ha spesso criticato le posizioni di Gianfranco Fini in tema di immigrazione e diritti. Lo abbiamo criticato sine ira ac studio, sia per rispetto della sua carica che della sua storia. E anche perchè abbiamo dato credito ai suoi difensori e paladini che lo descrivono in cerca di una nuova identità per la destra italiana, più moderna, più "sarkozista", più solidale.

Un tentativo che spesso ci è parso ondivago e precipitoso, qualche volta troppo teso a distinguersi dalle posizioni del governo, ma in definitiva meritevole di essere seguito con attenzione.

Eppure è proprio sulla sincerità di fondo di questa impresa rifondativa della destra che cominciamo a nutrire più di un dubbio e quindi ci permettiamo di sollecitare dal presidente della Camera un chiarimento.

Da qualche tempo Fini ha scelto la questione del controllo dell’immigrazione e della sicurezza come il terreno d’elezione per costruire una sua nuova immagine politica e per tratteggiare la nuova identità della destra che vorrebbe. Diritti, solidarietà, dignità della persona, accoglienza, sono state le sue parole d’ordine e non meraviglia quindi il seguito e l’attenzione che tutto questo gli ha meritato a sinistra e la diffidenza che invece ha raccolto a destra e in particolare nella Lega.

Per far questo Fini ha con studiata periodicità puntato il dito contro gli elementi più controversi del disegno di legge sulla sicurezza ora in discussione alla Camera. Ha protestato contro i "medici spia", contro le restrizioni anagrafiche per i clandestini, contro i "presidi spia", contro i centri d’accoglienza: ogni volta guadagnadosi titoloni di giornali, applausi dal Pd e mugugni dal centro-destra.

Ma è proprio questa sua impostazione episodica e fortemente mediatica che non convice e rivela una contraddizione di fondo. Fini sa benissimo infatti che tutte queste questioni sono la diretta e logica conseguenza del pilastro normativo che tiene in piedi tutto il disegno di legge e cioè la scelta di considerare l’immigrazione clandestina un reato, in virtù dell’articolo 21 dove si regolano le conseguenze dell’ "ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato".

Ammesso questo passaggio tutto il resto discende di conseguenza specie in un paese dove vige l’obbligatorietà dell’azione penale. In questo senso, per qualsiasi pubblico ufficiale, anagrafico, sanitario, scolastico, che entri in rapporto con l’autore di un reato, si pone il problema della segnalazione. Anche se nel passaggio dal Senato alla Camera è stata tolta la pena detentiva e introdotta la sola contravvenzione.

Coerenza vorrebbe allora che Fini  prendesse di petto il centro del problema e denunciasse l’errore (se di errore si tratta)  commesso nel definire reato l’ingresso  o la permanenza illecita degli immigrati in Italia. Invece di bordeggiare ai margini della questione, scegliendo di giorno in giorno quale elemento della legge smantellare, dal Presidente della Camera ci aspetteremmo che desse voce al suo sdegno e dicesse pubblicamente: "Abbiamo sbagliato, dobbiamo fare marcia indietro, non possiamo considerare l’immigrazione clandestina un reato".

Perchè se non fa questo allora l’impressione è che voglia lucrare qualche spicchio di notorietà e consenso centellinando le sue prese di posizione e traformando una questione centrale come quella dell’immigrazione in un  pretesto per definire la sua ricollocazione politica, riducendo a tattica un tema strategico per la vita pubblica.

Se Fini ha a cuore, come dice e come siamo propensi a credere, la sorte dei più umili, la dignità della persona, i diritti civili, allora dica chiaramente che la legge sulla sicurezza è sbagliata in radice. Su questo si che varrebbe la pena di aprire una vera discussione, che magari permetta di rivedere le fondamenta della legge Bossi-Fini (se la ricorda il presidente della Camera?), la questione delle quote, le modalità dei permessi di soggiorno e infine anche la definizione di ciò che è reato e ciò che non lo è.

Questo sarebbe un modo serio con cui la terza carica dello Stato può indurre un paese a fare una riflessione ampia sincera sulle sue regole e sulla sua identità rispetto allo "straniero". Molto meno serio è questo modo di girare attorno alla questione, di prendersi meriti facili ed effimeri sull’onda del politicamente corretto, e in definitiva di schivare le scelte di fondo. Se la nuova destra ha questa fisionomia corriamo il rischio di rimpiangere  la vecchia.