Fini ha preso la direzione sbagliata ma basta poco per invertire la rotta

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Fini ha preso la direzione sbagliata ma basta poco per invertire la rotta

15 Settembre 2009

Mentre il presidente degli Usa Barak Obama a un anno dallo scoppio della catastrofe finanziaria di Leehman and Brothers fa il punto sulla crisi che ha investito gli Usa e l’economia mondiale, sulle misure prese, su ciò che accadrà dice che le nubi si stanno diradando ma che la macchina dell’economia Usa ha ancora problemi. E presenta le proposte di riforma delle regole finanziarie americane e internazionali per evitare future crisi di questo genere e portata.

Il presidente della Camera Fini, invece, vive in un altro mondo, che riguarda apparentemente temi alti dell’etica e del diritto ma nella sostanza concerne il suo ruolo di potere e quella del suo gruppo, all’interno del Pdl e all’interno della componente ex An che ne fa parte.

Le posizioni assunte da Fini sono vaghe nel contenuto, spesso generiche, e pesanti nella forma che appare provocatoria nei riguardi della maggioranza di cui egli è uno dei leader. Esse inoltre, come dicevo, non riguardano i temi concreti dell’Italia e del mondo, compreso quello dell’immigrazione, nel presente periodo. Danno la sensazione che il presidente della Camera, imprigionato e inebriato nel suo ruolo istituzionale, abbia perso il senso della realtà quotidiana degli italiani e del suo stesso partito d’origine.

E’ già accaduto a Bertinotti, cui sono rimasti i maglioncini di cachemire ma non il partito, che aveva portato al potere, e che è ora disperso. E in cui lui comunque non conta più. E’ accaduto a Follini, che da segretario dell’Udc e Ministro è ora un generale in pensione privo di esercito e di strategia. Sta accadendo, mutatis mutandis, a Pier Ferdinando Casini, che vaga nel centro, senza trovare uno spazio adeguato per una sua impossibile esclusiva, dato che al centro c’è già ampiamente il Pdl. E, per i cattolici, ci sono anche altri due partiti: quello di Mastella e quello di Rotondi.

Inebriato, forse è la parola giusta, per indicare la posizione attuale, quasi surreale, di Gianfranco Fini. Infatti egli, trovandosi con Nancy D Alessandro sposata Pelosi, presidente della Camera degli Usa, d’origine molisana, visitava l’Abruzzo dopo il terremoto, non ha colto l’occasione per discutere con lei della crisi e dei tempi e modi per uscirne. Non sembra abbia discusso con lei neppure delle iniziative economiche italiane negli Usa, da Fiat Chrysler a Finmeccanica che lavora per il Pentagono ed ha in corso una fornitura di elicotteri alla casa Bianca che però potrebbe essere annullata. Fini, ha semplicemente lanciato lo slogan che Nancy Pelosi è un esempio del successo della politica di integrazione degli immigrati, di cui “non bisogna avere paura”. Non mi pare un paragone felice con la situazione degli immigrati in Italia. Fini poteva lasciare alla retorica dei comunisti la tesi in questione, offensiva per i nostri emigrati dell’ottocento e del secolo scorso che non si sono recati all’estero privi di cultura e valori, bensì, vi hanno portato oltre alla forza delle loro braccia, la cultura secolare della civiltà italiana e di quella tradizione umanistica cristiana che, come disse Bendetto Croce, la ha informata.

Quelli di fine Ottocento e del Novecento facevano parte del Regno di Italia, avevano rappresentanti politici socialisti e cattolici che li guidavano nella vita municipale, nelle cooperative, nel credito popolare. E gli uomini alla leva militare imparavano ad essere italiani e conoscevano una nuova disciplina. E questi contadini e montanari dalle cui famiglie erano usciti i flussi migratori, vinsero la prima guerra mondiale sconfiggendo l’impero austro ungarico. Questi contadini e montanari italiani, pur non avendo frequentato adeguatamente le elementari avevano una solida cultura, appresa nella propria famiglia. Portavano con sé robusti valori di risparmio e lavoro, cognizioni agricole e artigiane, inventiva, capacità organizzativa, frutto della antica civiltà in cui erano cresciuti.

Non credo che Fini conosca il libro di Cesare Jarach, del primo decennio del secolo scorso, sulle condizioni economiche e sociali dell’Abruzzo (che per altro è stato di recente ristampato). Se lo leggesse si renderebbe conto di quanto differente sia il quadro che riguardava questi emigrati e le loro famiglie abruzzesi e quello degli attuali immigrati in Italia, che provengono in gran parte dall’Africa, dai paesi dell’Est ex comunisti, da regioni arretrate dell’Asia e da aree povere dell’America latina in cui la situazione culturale, sociale e politica non è minimamente paragonabile a quella degli italiani che, all’estero, hanno portato assieme al loro lavoro una antica e grande civiltà.

Il problema dell’integrazione degli immigrati in Italia dai paesi arretrati è molto più complicato. E non bastano le affermazioni  generiche di Fini per risolverlo, come non  servono le battute di Bossi indirizzate a Fini per migliorare la conoscenza del problema. Un esempio? Il problema del rinnovo dei permessi di soggiorno degli immigrati che Fini ha evocato non sta nel fatto che scaduto il contratto di lavoro essi debbono tornare all’estero, prima di rinnovarlo. Sta nelle lunghe code che gli immigrati debbono fare negli uffici, oramai inadeguati, che rilasciano tali permessi. E’ invece una elementare misura di sicurezza quella che, prima di avere il premesso di soggiorno , si debba avere il contratto di lavoro.

D’altra parte, accanto alla questione degli immigrati regolari, che bisogna cercare di integrare, vi è quella degli immigrati irregolari che bisogna fronteggiare e quella della criminalità degli immigrati. Questo è un problema, che non si può ignorare sostenendo che la criminalità non è connessa alla immigrazione. Basta considerare la quota di immigrati nelle nostre carceri per rendersi conto che tale problema c’è e riguarda, spesso, la droga, la prostituzione e il suo sfruttamento. E si estende ai furti, alle rapine, agli stupri.

Fini non ha mai precisato a quali condizioni si dovrebbe dare il voto agli immigrati nelle amministrative. Una proposta intelligente, ma generica, che egli lanciò nel 2003. A me sembra che la discussione specifica su questo tema potrebbe servire a creare un dialogo fra Bossi e Fini sulla immigrazione. Hanno fatto una legge insieme, che ora entrambi, su opposti versanti criticano. A me pare, infatti, che la ammissione al voto alle elezioni amministrative degli immigrati dopo almeno cinque anni di regolare soggiorno in Italia non possa essere automatica, ma debba essere selettiva: va stabilito che essa compete a chi, superati i 18 anni di età, di cui cinque spesi in Italia, ha un contratto di lavoro e/o un certificato di frequenza degli studi, è in regola con le imposte e i contributi sociali, ha una fedina penale pulita, e dimostra, mediante un esame scritto ed orale, di conoscere la lingua italiana, la nostra costituzione e le nostre istituzioni. Ancora: che conosce il nostro inno nazionale e le tradizioni locali, storiche, etnologiche e culturali e le istituzioni del comune, della provincia, della regione per cui gli viene concesso il diritto di voto. Ciò potrà consentire a Bossi di attivare la proposta di studio della cultura e del dialetto locale, a cura dei comuni, delle province e delle regioni in cui l’immigrato chiede di partecipare alle elezioni.

Comunque, quando l’antenato di Nancy D’Alessandro emigrò negli Usa, questi avevano un enorme bisogno di forza lavoro. Attualmente negli Usa c’è una grave crisi occupazionale. E in Italia ci si interroga sul modo per uscire dalla crisi evitando la disoccupazione, sul modo di migliorare le retribuzioni collegandole alla produttività e alla partecipazione agli utili, sul modo per rilanciare il Mezzogiorno (da cui l’ex partito di Fini An, trae una parte rilevante dei suoi voti), sul modo di ampliare il credito bancario, sul rilancio della nostra economia a livello internazionale, su una politica estera che coinvolga anche il controllo dell’immigrazione clandestina.

Fra poco ci saranno le elezioni regionali in Calabria, in Puglia, in Campania, nel Lazio, in Piemonte, in Liguria, nel Veneto, in Lombardia. Ognuna di queste regioni ha i suoi problemi e in ognuna dovranno recarsi, per la campagna elettorale, i leader dei vari partiti. Che cosa farà Gianfranco Fini allora? Continuerà le sue polemiche con la Lega Nord con gli slogan sugli immigrati o con quelli su Silvio Berlusconi? Oppure scenderà dal suo isolamento e si recherà nelle piazze e nei teatri ove il Pdl svolgerà le campagne elettorali e discuterà dei problemi veri? Lo può fare molto bene. E allora la sua capacità di sintetizzare problemi e soluzioni con slogan efficaci si rivelerà una risorsa brillante, come è stata in passato. E’ ora di occuparsi di cose concrete e di farlo insieme.