Fini ha sempre detto no al “ribaltone”, ma ora ha cambiato idea

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Fini ha sempre detto no al “ribaltone”, ma ora ha cambiato idea

26 Ottobre 2010

Il faccia a faccia tra Gianfranco Fini e Massimo D’Alema ad Asolo ha rivelato un’esplicita apertura del presidente della Camera verso "nuovi scenari". Il Governo tecnico è dietro l’angolo? Nessuno può dirlo, eppure l’incontro tra il presidente della Camera e l’ex premier dimostra come forse sia possibile leggere nel futuro senza la sfera di cristallo. Interessante però, sarebbe anche una lettura del passato. In particolar modo quello di Gianfranco Fini (e dei finiani), al quale oggi un governo di transizione farebbe molto comodo, diversamente da quanto non pensava fino a qualche tempo fa. Un cambio di rotta a 360 gradi se si confronta con le dichiarazioni pubbliche che il capo di Futuro e Libertà ha rilasciato alle agenzie e sui giornali negli ultimi due anni.

Lo testimonia in primo luogo la lettera del leader futurista al Corriere della Sera del 19 ottobre scorso (già, solo una settimana fa) nella quale sosteneva di essere interessato ad "un nuovo modo di fare politica, dove sia la competizione tra leader e progetti e non la consacrazione tra oligarchi a informare di sé il sistema politico". Uno strano modo d’intendere la libera competizione fra leader politici auspicando, oggi, un esecutivo di transizione.

Ad ogni modo, le vere "chicche" stanno sul web, basta fare una ricerca a ritroso.  Si scopre ad esempio che Andrea Ronchi, ministro per le Politiche Comunitarie e uomo di stretta osservanza finiana,  a margine della festa di Atreju l’11 settembre 2010 diceva: "Chi parla di governi tecnici, ribaltoni o cose strane fa solo sogni o vane speranze".

Andando a ritroso nel tempo, e nelle pagine in rete, c’è anche quella di un altro finiano, Benedetto Della Vedova, che sembrerebbe essere smentita dalle attuali intenzioni del presidente della Camera: "Non esiste nessuno dentro la maggioranza – sosteneva Della Vedova il 18 agosto 2010che intenda ‘ribaltare’ il governo uscito dal voto del 2008". Chissà se oggi la pensa allo stesso modo.

Continuiamo con la rassegna, questa volta andando a pescare direttamente le dichiarazioni di Fini. Lunedì 25 ottobre 2010. Dopo la sentenza che condannava Fininvest al pagamento di 750 milioni di euro a favore della Cir di De Benedetti, la maggioranza fa quadrato intorno al premier Berlusconi. In quell’occasione Fini confermava l’indisponibilità a maggioranze di governo diverse da quelle decise dagli elettori dicendo: "La maggioranza è quella che esce dalle urne".

Un’affermazione perfettamente in linea con quella rilasciata sei mesi prima alla trasmissione condotta da Lucia Annunziata "In mezz’ora": "Di scontato c’è una cosa: l’assoluta lealtà nei confronti degli elettori e nei confronti di questo governo, mia e da parte di quelli che dicono Fini ha ragione". Non solo, ma in quell’occasione l’ex An negava sia l’intenzione di voler creare un nuovo partito (poi, invece, creato), sia quella di logorare il governo con imboscate. Se questo ora stia invece accadendo, ognuno giudichi da sè.

E poi ancora, facendo un balzo all’indietro di un anno:5 ottobre 2009. Mentre venivano rese pubbliche le motivazioni con cui il giudice Mesiano puntava l’indice contro la holding della famiglia Berlusconi al risarcimento nei confronti della Cir, il leader centrista Pierferdinando Casini, nel bel mezzo della bufera giudiziaria, auspicava elezioni anticipate, mentre Fini diceva no a un governo tecnico: "Nel nostro sistema, la maggioranza è quella che esce dalle urne. Non a caso gli elettori che hanno votato nelle ultime politiche hanno trovato sulla scheda il nome del candidato premier". Così il numero uno della Camera sopiva ogni dubbio sulla possibilità che potesse presiedere un nuovo esecutivo in caso di caduta del Cavaliere.

Ma il pensiero (quello di un tempo) di Fini più in contrasto con quello di oggi è quello espresso in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, pubblicata il 29 gennaio 2008. Romano Prodi, in seguito al voto di sfiducia del Senato, si era dimesso da 5 giorni e Berlusconi aveva già lanciato la "campagna elettorale della libertà". Alla domanda se non avesse considerato una forzatura, da parte del Capo dello Stato, la nomina di un nuovo capo del governo senza aver prima sciolto le Camere, Fini rispondeva: "Un mandato esplorativo è nel novero delle scelte possibili. Però mi chiedo: anche qualora l’esploratore dovesse avere un senatore in più in maggioranza su una legge elettorale purchessia, finalizzata solo ad allontanare le urne, il giorno dopo chi governerebbe l’Italia? Un governo della disperazione? No. Non credo al successo dell’esploratore".  Secondo l’allora leader di Alleanza nazionale la creazione di un "governicchio di brevissima durata" sarebbe stato molto rischioso per l’Italia.

Insomma, al netto delle dichiarazioni riportate, sembra che fino a qualche tempo fa Gianfranco Fini si preoccupasse più della stabilità politica del Paese che non del suo peso all’interno della coalizione di centrodestra. A questo punto viene da chiedersi perché mai, oggi, quella stabilità non è per lui più così importante. Al punto da ritenere l’ipotesi di un governo tecnico non "un colpo di Stato, ma un’opportunità".

Fini deve essersi accorto della contraddizione – e non solo di questa – se qualche giorno fa ha scritto: "Io rivendico il mio diritto di cambiare opinione. Me ne assumo la responsabilità". Benissimo: dopo Mussolini, il Fascismo, le coppie di fatto, i gay, e molto altro, ora Fini cambia idea pure sul ribaltone. Lui dice che si tratta di un persorso politico e esistenziale. E si sa, quando c’è in gioco l’esistenza tutto è permesso.