Fini lancia l’Opa sul Pdl ma (ancora una volta) fa i conti senza il Cav.
06 Settembre 2010
Silvio Berlusconi tace. Nessun commento pubblico sulle bordate, i moniti, le rivendicazioni di Gianfranco Fini che vuole rifondare il Pdl a sua immagine e somiglianza. Ma dal suo entourage trapelano segnali che lo descrivono molto irritato. E a giudicare dalle reazioni dello stato maggiore pidiellino e dell’alleato leghista lo scenario che in questa settimana si apre non va certo nella direzione del dialogo.
Tutt’altro, per molti nella maggioranza, toni e contenuti del discorso del presidente della Camera accelerano la corsa verso il voto anticipato. In altre parole, l’idea di un patto di legislatura che consenta di arrivare alla scandenza naturale della legislatura (2013) si scontra col sospetto di un logoramento lento e costante cui il leader di Fli e i suoi fedelissimi vogliono sottoporre premier e governo. In sostanza, il rischio che i berlusconiani intravedono è che l’ex cofondatore del Pdl trasformi i passaggi parlamentari in una palude, pure dall’alto del suo ruolo istituzionale che in molti ieri sono tornati a considerare incompatibile in termini di opportunità e correttezza politica con quello di capo-partito.
E non è questione solo di giustizia, perché pure sugli altro quattro punti sui quali tra qualche settimana il Cav. chiederà la fiducia in Parlamento i finiani intendono “discutere” nel dettaglio come lo stesso ex leader di An ha detto dal palco della festa di Fli. Ed è proprio su questo che Cicchitto e gli altri big del partito lo aspettano al varco. Della serie: la verifica della maggioranza avverrà solo in Aula. C’è dell’altro. Di fatto, da Mirabello Fini derubrica il Pdl a una “Forza Italia allargata”, lo archivia così com’è, spara a palle incatenate su quello sul “principe” (Berlusconi) e candida Futuro e Libertà – a questo punto poco importa chiamarlo partito o solo gruppi parlamentari autonomi – a realizzare quello che il Partito delle Libertà, a suo dire, non ha saputo realizzare, disattendendo le aspettative per le quali era nato.
Per Fini è Fli a incarnare “lo spirito autentico del Pdl” e da questo muove le sue truppe non indietreggiando ma addirittura pretendendo che sia il Cav. a passare sotto le forche caudine di quello che sempre più appare il nuovo partito di Fini. A molti nei ranghi della maggioranza non sono sfuggiti i passaggi coi quali il presidente della Camera mette sullo stesso piano Fli Pdl e Lega (da oggi ci sono “la Lega, Forza Italia allargata e Futuro e Libertà”, è il suo monito) e avverte che alle prossime amministrative è pronto a presentarsi come alleato.
E se buona parte del suo discorso ruota attorno all’accusa di essere stato cacciato dal Pdl e non di essersene andato, è palese che Fini abbia sorvolato sull’altra parte di verità: ovvero i continui distinguo che non certo dal 29 luglio ma ancor prima delle regionali ha messo in fila coi suoi sui giornali, sui tg e in qualche caso anche in Aula, puntando l’indice contro il partito che ha contribuito a fondare e il suo leader. I commenti dei big pidiellini al discorso di Mirabello vanno in questa direzione e pronosticano una marcia di avvicinamento sempre più netta verso le urne.
E’ Umberto Bossi a cantarla chiara quando dice che la “situazione è difficile: per Berlusconi la strada è molto stretta” visto che “se tutti i giorni deve andare a chiedere i voti a Fini e a Casini non dura molto”. Persino Roberto Maroni che di solito mantiene una certa dose di ottimismo definisce la questione “seria” considerato che di fatto “è rinata An”.
Il Pdl, quello dal quale Fini non si sente escluso e alla cui leadership, anzi, si candida “non può essere derubricato a contorno del leader, a coro di plaudenti”. Deve essere invece “fucina di idee”. Ma le questioni che tira giù in termini quasi da propaganda elettorale su giustizia, federalismo, immigrazione, giovani, riforma del fisco, legge elettorale (con l’apertura alla riforma caldeggiata dalla sinistra e da Casini e Rutelli) non sono le stesse del Pdl. Non è un caso se il presidente dei deputati Pdl Fabrizio Cicchitto avverte: “Verificheremo su 5 punti programmatici se esiste una maggioranza”, ma intanto “Fini dovrà riflettere sulla congruità di essere leader di una formazione politica con il suo ruolo di presidente della Camera”.
Gli fanno eco i “falchi” Osvaldo Napoli e Giorgio Stracquadanio, ma anche l’ex An Gianni Alemanno sveste i panni della colomba considerando “irreversibile” la fuoriuscita di Futuro e Libertà dal Pdl anche se lascia uno spiraglio aperto per verificare “se i finiani continueranno ad appoggiare il governo e per fare questo passo di legislatura”.
Nel Pdl le reazioni più stizzite sono quelle dei colonnelli aennini contro i quali Fini ha puntato l’indice e caricato il colpo in canna. Matteoli smonta il teorema per il quale il Pdl non c’è più per “la semplice ragione che Fini non rappresenta tutta quella destra di cui ha parlato, ma solo una piccola porzione, il presidente della Camera non può affermare di voler ricreare attorno a se stesso un nuovo Pdl, senza essersi prima confrontato con gli elettori. E per far questo è necessario creare un nuovo partito”.
Ignazio La Russa rincara la dose affermando che “non sono i colonnelli che hanno cambiato bandiera. Con grande tristezza i colonnelli vedono che il nostro generale ha cambiato bandiera e che forse è pronto a cambiarla ancora”. E Maurizio Gasparri non è da meno: “Noi non abbiamo cambiato le nostre idee; Fini invece sì, a partire dall’immigrazione e dalle coppie di fatto di cui non ha parlato. Fini ha fatto un frullatore tra Almirante e le bandiere di associazioni gay….Noi siamo rimasti coerenti e seguiamo un progetto”.
Se i finiani esultano enfatizzando la “svolta di Mirabello”, un punto appare chiaro: al di là dei proclami e dei comizi, la prova dei fatti sarà in Parlamento dove Fli e Fini dovranno dimostrare se il loro “andiamo avanti” sarà con o senza il Cav.
