Fini molla la trattativa col Cav. dopo la strigliata di Casini. Il terzo polo evapora
10 Dicembre 2010
Stop and go. Dopo i segnali di apertura, contatti e mediazioni vanno avanti ma ieri le cose sono tornate a complicarsi, soprattutto nel campo dei terzo polisti, finiani in testa. Da un lato il presidente della Camera tenta di ricompattare il gruppo futurista ma l’apparente unità propagandata nelle dichiarazioni di rito non basta a sanare le divergenze; dall’altro Casini su tutte le furie con Fini per la trattativa ‘riservata’ di Bocchino con Berlusconi che in un colpo solo ha depotenziato la forza della mozione di sfiducia firmata dai due ex alleati del Cav. e rotto le uova nel paniere al nascituro (a questo punto forse non più) terzo polo.
Il leader di Fli ai suoi ha ri-dettato la linea dura – o dimissioni prima di martedì o sfiducia – cercando di contenere gli effetti dell’apertura che, invece, il finiano Moffa ventiquattrore prima aveva fatto alla maggioranza proponendo un patto di legislatura prima del passaggio parlamentare senza le dimissioni del premier. Il presidente della commissione Lavoro guida la pattuglia dei malpancisti di Fli e pure ieri ha spiazzato il capo, prima cercando (invano) di convincerlo a non chiudere la porta all’intesa con Berlusconi, poi dichiarando che il suo “pensiero non è cambiato”: le dimissioni non sono indispensabili e se Berlusconi accoglie le proposte su legge elettorale e questione socio-economica “lasciamo stabilire a lui il percorso che può portare a un nuovo governo”.
Il che segnala due cose: Moffa evidentemente non è il solo a pensarla così tra i futuristi e la prova dell’Aula dirà se è più di un maldipancia; il canale della mediazione con la maggioranza resta aperto. Non solo: la ‘colomba’ finiana per antonomasia ha preso atto della decisione del capo ma sta lavorando per modificarla tentando di strappare un ritorno dei finiani a Palazzo Chigi nell’ipotesi del rimpasto post-fiducia, anche perché il timore è quello di restare al palo. A ben guardare, ciò che ieri Fini ha chiesto ai suoi è sembrato più un atto di fiducia personale che la posizione di chi vuole andare allo scontro finale. Per due motivi: Berlusconi non si dimette e questo è un dato ormai assodato (la vera mina che ha aperto il fronte in Fli), quindi se martedì otterrà la fiducia, Fini ne uscirà politicamente con le ossa rotte e in più si troverà nella non facile condizione di dover eventualmente trattare da una posizione di maggiore debolezza. Se il Cav. viene sfiduciato, dietro l’angolo c’è il voto che lo stesso presidente della Camera vuole evitare, come pure molti dei suoi che non avrebbero la certezza della ricandidatura e della rielezione.
E allora perché o dimissioni o sfiducia? La lettura ricorrente negli ambienti di Montecitorio porta a Casini. Il leader Udc sarebbe andato su tutte le furie per la mossa di Bocchino (benedetta da Fini) che ha visto il premier per sondare il terreno di una possibile mediazione. La notizia in circolazione da giorni, ha scoperto le carte futuriste e spiazzato Casini che aveva indotto Fini a firmare la mozione di sfiducia. Di qui l’aut aut al futuro compagno di viaggio che suona più o meno così: o chiudi subito qualsiasi ipotesi di trattativa o rompi con me e se ci saranno le condizioni, io potrei fare un accordo col Cav. ed entrare in maggioranza.
Per questo Fini avrebbe optato per il muro contro muro e per motivare la scelta enfatizzandone l’effetto mediatico, ha mandato avanti i suoi a dire, come ha fatto ieri Bocchino costretto oltretutto ad ammettere ciò che ha negato per giorni, che la colpa è tutta di Berlusconi “inaffidabile” per aver divulgato la notizia di un incontro che avrebbe dovuto rimanere ‘coperta’. Ragion per cui, o dimissioni prima del 14 o sfiducia. Un po’ poco, francamente, per rendere credibile l’ennesimo cambio di rotta che il capogruppo di Fli ha fatto nel breve spazio di una settimana: dal ‘fuori Berlusconi da Palazzo Chigi, il berlusconismo è finito’, all’ultimatum “prima si dimetta poi si vedrà”, dal “si dimetta poi disponibili al Berlusconi bis” alla versione della crisi pilotata: “dimissioni e reincarico in 72 ore”. Per finire con “Berlusconi inaffidabile” che se anche ottenesse la fiducia per pochi voti la sua sarà solo “un’accozzaglia”, un’armata Brancaleone. Forse, a proposito di accozzaglia dovrebbe chiedere e mettersi d’accordo con Fabio Granata, suo collega di partito che in caso di voto anticipato ha teorizzato un’alleanza da Casini a Bersani, Di Pietro e Vendola, pur di far fuori (politicamente) Berlusconi.
Nel vertice serale con lo stato maggiore del Pdl, il premier conferma che non arretrerà di un millimetro: niente dimissioni, tutto si giocherà alla luce del sole e in Parlamento. In caso di sfiducia la via sono le elezioni – è la linea ribadita da Palazzo Grazioli -, se invece il governo avrà i numeri per la maggioranza si andrà avanti. Dall’entourage berlusconiano trapela che il discorso alle Camere conterrà un appello alla responsabilità nell’interesse del Paese e se il Cav. otterrà la fiducia potrebbe aprire alle richieste dell’Udc nell’ottica di un allargamento dell’esecutivo. Da parte sua Casini non lascia intravedere margini di manovra ma nel centrodestra non si esclude che alla fine possa decidere di riallacciare i fili di un’intesa, specialmente dopo l’ultima giravolta dei finiani.
Il premier è convinto di farcela, anche per il lento sgretolamento del fronte antiberlusconiano – il vero paradosso sono le defezioni di due dipietristi che potrebbero sostenere il governo – alla vigilia del d-day. Ai suoi avrebbe detto che il presidente della Camera farà una figuraccia in Parlamento perché lui avrà i numeri al Senato e alla Camera.
Il pallottoliere di Montecitorio è in movimento e per ora sembra pendere dalla sua parte. Se Bocchino e Fini ripetono che il Cav. cadrà a Montecitorio, il Pdl replica dichiarando di avere dalla sua 316 voti che potrebbero salire a 318. Domenico Scilipoti e Antonio Razzi hanno lasciato l’Idv, il primo è ancora incerto mentre il secondo, passato a Noi Sud voterà la fiducia. Ci sono poi Calearo e Cesario (con Scilipoti hanno fondato il Movimento di responsabilità nazionale) e il Fli Catone contrati alla sfiducia. Si parla perfino di un deputato Pd e resta l’incognita sui Radicali, parte dei quali – si dice – potrebbe non partecipare al voto.
Se questo è il quadro, coi futuristi “in ordine sparso, anzi in libertà e futuro” commenta sarcastico un berlusconiano di ferro, per Fini e Casini la mozione anti-Cav. potrebbe rivelarsi un boomerang. Per ora, una vittima sul campo di battaglia c’è già: è il terzo polo.
