Fini tira il freno a mano e riapre la porta al governo Berlusconi

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Fini tira il freno a mano e riapre la porta al governo Berlusconi

18 Novembre 2010

Cinque minuti per parlare ai futuristi, in marcia da Perugia verso Milano. E ai suoi parlamentari per invitarli a “non abbassare la guardia”, a serrare le fila, a placare il nervosismo sulla sfiducia al governo e l’incertezza dei numeri a Montecitorio. A Berlusconi rivolge un appello alla responsabilità che fa valere anche per  se stesso e la sostanza del messaggio è che il premier deve continuare a governare dando seguito all’agenda delle cose da fare.

Nessuna traccia dello ‘spirito di Perugia’ – quello anti.Cav – dei toni perentori da scontro finale, degli ultimatum, delle dimissioni del premier, osannante dalla platea che urlava “era quello che volevamo sentirci dire”.

Gianfranco Fini cambia passo e parole. Toni misurati nel video sul sito di Futuro e Libertà: ai militanti futuristi ripete il clichè della nuova destra che “guarda al futuro”, lancia la mobilitazione per le centomila firme da mettere in calce al manifesto di Fli, sprona a “lavorare di buona lena” per costruire la rete territoriale di Fli. Lo “stile” di Perugia, dunque sembra lontano anni luce, lontano dagli editti che i suoi luogotenenti – Bocchino e Granata in testa – ogni giorno dispensano sulle agenzie, in tv e nei giornali.

E’ un Fini prudente, cosciente come la nuova destra che incarna “del grave momento in cui si sta trovando il nostro Paese e che deve essere affrontato da tutti all’insegna della massima responsabilità”. Responsabilità “di chi ha avuto l’onore e l’onere di governare e deve onorare quell’impegno con un’agenda di governo. Vedremo nei prossimi giorni quello che accadrà”. Il presidente della Camera non lo cita mai, ma il riferimento a Berlusconi è evidente, e quell’invito a “onorare quell’impegno” attraverso un’agenda di governo appare come un passo indietro rispetto al muro contro muro aperto a Perugia e culminato nel ritiro dei ministri finiani dall’esecutivo. In sostanza, un invito ad andare avanti rispettando gli impegni presi con gli elettori.

Tuttavia il passaggio di Fini non dissipa i sospetti di ambiguità, di un nuovo tatticismo nella guerra di posizione col Pdl, tanto che c’è bisogno di una precisazione successiva da parte del presidente della Camera: “L’interpretazione autentica delle mie parole è facile: tutti, come ha detto il presidente del Consiglio, hanno il dovere della massima responsabilità. Vale, ovviamente, per Futuro e libertà, ma in primo luogo vale per il premier, per quel che farà fino al 13 dicembre e per quel che dirà in Parlamento in quell’occasione”.

Parole che ieri in Transatlantico molti deputati della maggioranza leggevano come un segnale di debolezza e un invito al Cav. a non acuire lo scontro da qui al discorso che pronuncerà in Senato. Insomma, un messaggio distensivo che serve da un lato a riaprire un canale con Palazzo Chigi dall’altro a sedare il nervosismo tra i parlamentari futuristi molti dei quali stanno realizzando che la maggioranza non solo tiene al Senato ma potrebbe esserci anche alla Camera e che in fondo, le prove tecniche di ribaltone o di governo di responsabilità nazionale tanto evocate  da Casini, Rutelli, Bersani e pure dai finiani più duri e puri, rischiano di fallire ancora prima di cominciare.

La parola chiave che cambia lo scenario della crisi è “responsabilità”. Fini la ripete ma il primo a pronunciarla con forza è stato il capo dello Stato proprio nel vertice coi presidenti di Camera e Senato. E certamente l’autorevole influenza di Napolitano prima nel richiamo al varo della legge di stabilità poi a evitare passaggi ambigui nel governo del Paese, hanno fatto capire a Fini che i margini per un governo diverso da quello votato dagli elettori non ci sono. Del resto i segnali che arrivano dal Colle non sembrano orientati a “benedire” un esecutivo tecnico con Pdl e Lega all’opposizione, tantomeno l’idea di elezioni anticipate in questo momento complesso per il Paese. Dunque le alternative sono due: o si va avanti con questo governo o si va al voto. Ipotesi quest’ultima che Fini vuole scongiurare.

Non solo: i segnali di apertura del videomessaggio hanno immediata applicazione alla Camera dove ieri si discutevano gli emendamenti alla legge di stabilità e dove la pattuglia dei futuristi “si sta comportando in modo corretto e disciplinato” osserva un deputato del centrodestra che aggiunge: “Non si è mai vista una maggioranza così compatta come quella di oggi. La prossima settimana in Aula si vara la riforma dell’università, noi andiamo avanti con le cose da fare”.

Nelle file della maggioranza Bossi tiene il punto sul ritorno alle urne e lo stesso avrebbe detto il Cav. parlando ai suoi.  Gaetano Quagliariello considera le parole di Fini  “un atto di resipiscenza e anche di consapevolezza, del fatto che non sarebbe stato così facile buttar giù il governo Berlusconi al Senato e anche alla Camera”. Per il vicepresidente dei senatori Pdl “se è un atto di responsabilità, come ci auguriamo, lo si vedrà nei prossimi giorni. In questo momento di difficoltà per il Paese la responsabilità deve essere sì per chi governa ma anche per chi fino a ieri è stato nella maggioranza e comporta a questo punto la disponibilità a collaborare e non solo, preso atto dell’impossibilità di buttar giù il governo passare magari al proposito di rosolarlo a fuoco lento”. Il capogruppo alla Camera Cicchitto sferza: “Fini si è resto conto che Berlusconi non è bollito” e il ministro Rotondi definisce il presidente della Camera “un pompiere incendiario”.

Casini reagisce sibillino quando dice di “attenersi ai fatti” della linea futurista, cioè richiesta di dimissioni del premier e ritiro dei ministri, e rivela che se non ci sarà accordo coi finiani sulla mozione di sfiducia (di cui ancora alla Camera non c’è traccia) l’Udc “potrebbe appoggiare quella di Pd e Idv”. Parole che evidenziano una certa irritazione per la frenata di Fini. Saranno i prossimi giorni (e già oggi sulla fiducia alla Finanziaria) a dire se si tratta di tatticismi o di autentico senso di responsabilità. Una cosa è certa: la coerenza è un valore. Anche in politica.