Fini vuole discutere sulla cittadinanza solo se la discussione la conduce lui
04 Novembre 2009
Il tema della cittadinanza è agli atti del dibattito politico. E non solo: se ne occupano i giornali, si organizzano dibattiti, si elaborano idee e proposte. Nel Pdl si è aperta una riflessione seppure l’argomento in quanto tale non è tra le priorità dell’agenda politica. Silvio Berlusconi dice che negli organismi di partito (direzione e ufficio di presidenza) si possono affrontare proposte nuove che non stanno nel programma elettorale – come appunto la cittadinanza – anche se ricorda che "la decisione della maggioranza vincola la minoranza". A Montecitorio ci sono ben tredici proposte di legge presentate da tutte le forze politiche sulle quali la Commissione Affari Costituzionali sta ragionando nel tentativo avviato ormai da mesi, di arrivare per quanto possibile a un testo base in grado di fare sintesi tra le diverse posizioni in campo e dal quale ripartire.
Dunque, un quadro complessivo che segnala l’avvio di un confronto nel centrodestra, esattamente come sollecitato dal presidente della Camera Fini, convinto che l’integrazione passi anche da una nuova legge sulla cittadinanza e dal diritto di voto per gli immigrati regolari alle elezioni amministrative. Ma la sottolineatura che giusto ieri la terza carica dello Stato ha rimarcato presentando il libro ("Il futuro della libertà") in cui si rivolge ai ragazzi nati nell’anno in cui cadeva il muro di Berlino, appare come l’ennesima forzatura, quasi come se la sua tesi fosse l’unica via maestra da seguire. In sostanza, Fini rilancia l’idea di una nuova legge, assegna un ruolo fondamentale alla scuola specie sulla questione degli immigrati di seconda generazione e avverte che su questo terreno "un fallimento non ce lo possiamo permettere, con buona pace degli xenofobi nostrani". Chiosa di per sè eloquente che, di fatto, contraddice i ripetuti appelli al dialogo o i richiami sul fatto che il Pdl non deve essere una caserma ma un luogo aperto di confronto e discussione. Oltretutto il nuovo monito di Fini arriva nel momento in cui dentro il Pdl si registra una sostanziale disponibilità a ragionare, pur con chiari paletti che circoscrivono i confini del confronto: tra questi il no netto al concetto dello ius soli e alla cosiddetta "cittadinanza breve". Due passaggi contenuti nella proposta di legge bipartisan firmata dal finiano Granata e dal Pd Sarubbi ma sui quali peraltro lo stesso partito di Bersani non concorda e in Commissione porta avanti la sua proposta di legge (presentata da Bressa).
Fabrizio Cicchitto puntualizza che sulla cittadinanza nel Pdl "non c’è libertà di coscienza come sul biotestamento", per questo occorre aprire un confronto nella maggioranza, definire una linea perchè un tema così delicato "non può essere risolto con facilità". Ma se il presidente dei deputati pidielle dice chiaro di non aver intenzione di "spaccare la maggioranza" al tempo stesso rivendica il diritto di critica – e il riferimento è alle parole di Fini – che in quanto tale non può essere tacciato di "xenofobia". Come dire: se la base di partenza è una sorta di classificazione tra buoni e cattivi, è difficile portare avanti un dialogo costruttivo. Più esplicito il capogruppo a Palazzo Madama Maurizio Gasparri secondo il quale nel Pdl "non c’è alcun consenso nè disponibilità per la cittadinanza facile". Il tema "non può essere analizzato solo in modo burocratico" è il ragionamento del vicepresidente dei senatori Pdl Gaetano Quagliarielolo, perchè per essere davvero cittadino italiano serve "la sedimentazione dei valori nazionali" ed è una "illusione pensare di risolvere il problema dell’integrazione semplicemente attraverso il rilascio della cittadinanza". Sul diritto di voto agli immigrati si dice contrario sottolineando che la materia è "intrinsecamente di carattere costituzionale"; piuttosto Quagliariello è opportuno discutere su altri due punti. Primo: occorre risolvere i problemi burocratici che "spesso spingono un cittadino straniero a voler diventare cittadino per evitare le lungaggini buocratiche" legate ad esempio al rilascio del permesso di soggiorno. Secondo: bisogna passare da una dimensione di "carattere quantitativo e burocratico per la concessione della cittadinanza a una di carattere qualitativo, ovvero valutare l’effettiva volontà dell’immigrato di diventare un cittadino italiano". Aspetti sui quali si può stabilire un punto di contatto con la proposta Granata-Sarubbi, aggiunge il senatore, fermo restando che non c’è bisogno di dimezzare i tempi del riconoscimento della cittadinanza.
Ed è proprio su questi aspetti che nel Pdl e nell’area di centrodestra si lavora a una mediazione rispetto alla legge Granata-Sarubbi, finalizzata a tenere unita la maggioranza.
Muove da qui la proposta elaborata dalla Fondazione Magna Carta nel manifesto "Identità nazionale, libertà e responsabilità" presentato ieri a Roma nel convegno al quale hanno preso parte i capigruppo del Pdl a Montecitorio e Palazzo Madama, il vicepresidente dei senatori, docenti universitari, parlamentari. L’idea di fondo è introdurre criteri qualitativi per il rilascio della cittadinanza, affrontando l’argomento non solo dal punto di vista burocratico ma anche qualitativo e pensare non alla "cittadinanza breve", piuttosto a una "cittadinanza a punti". Il modello di cittadinanza proposto, prevede l’individuazione di alcuni criteri integrando il tradizionale criterio cronologico. Ad esempio una buona conoscenza della lingua italiana e delle nozioni fondamentali della storia e del diritto costituzionale italiano, oltre alla verfica della stabilità della condizione sociale dell’immigrato che chiede la cittadinanza (lavoro regolare, reddito fiscalmente dichiarato, residenza stabile). In altre parole, elementi che "indicano il processo di radicamento e di integrazione” come ad esempio il titolo di studio, la natura dell’attività professionale, il Paese di provenienza. Si tratta di una sorta di "cittadinanza a punti" che, pur respingendo la necessità di diminuire il tempo per il rilascio della cittadinanza a cinque anni, possa prevedere deroghe in determinate condizioni per arrivare alla concessione dello status prima dei dieci anni previsti dalla legge attuale. Resta invece netta la contrarietà sul voto agli immigrati.
Insomma, un documento che vuol essere un contributo di idee al dibattito aperto nel centrodestra che come spiega Cicchitto ”verrà presentato ai vertici del partito” e su di esso ”si aprirà un confronto nella maggioranza per arrivare ad una posizione unitaria”, ma che potrebbe tradursi, osserva Quagliariello, anche in emendamenti e articoli alla legge in discussione in Parlamento.
