La fine della sinistra

Finisce il Pd e nasce la sinistra post-ideologica

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Sono passati trent’anni dal 1989, quando la caduta del muro di Berlino determinò la fine inesorabile del comunismo e dell’Unione Sovietica – che sarebbe avvenuta di lì a poco – ma anche quella del Partito Comunista Italiano. Quello che era stato il maggiore partito d’opposizione in Italia dalle elezioni del 1948 in poi, il più grande Partito Comunista dell’Europa occidentale, con un apparato da far invidia a qualsiasi organizzazione non solo politica, venne mandato in soffitta dall’allora segretario Achille Occhetto, subentrato al dimissionario Natta, mediante quella che venne definita “la svolta della Bolognina”. Eppure, da quell’evento che segnò la fine del PCI e la nascita del Partito Democratico della Sinistra – con una dicitura più atlantista e meno sovietica – il partito che fu di Gramsci e Togliatti non ha più trovato né pace né serenità, vivendo un intero ventennio fatto di scissioni, riunificazioni, spaccature e conseguenti cambi di nomi e simboli.

La prima scissione fu quella che portò l’ala guidata da Cossutta e Bertinotti a costituire il partito della Rifondazione Comunista, passando per l’evoluzione del 1996 da PDS in DS, fino alla nascita del Partito Democratico nel 2007. Un partito, il PD, nato dalla fusione con l’ex sinistra DC – lasciata indenne da Mani Pulite, insieme al PCI – organizzatasi nel Partito Democrazia e Libertà, noto a tutti come La Margherita. I due mondi nostalgici di quel mancato compromesso storico, si unirono già nell’Ulivo lanciato dall’ex democristiano Romano Prodi che portò la sinistra al potere per la prima volta a seguito delle elezioni del 1996 e, poi, nuovamente, nel 2006, nonostante il naufragio di entrambe le esperienze di governo siano. Ad ogni modo, a dispetto della presenza di democristiani, la segreteria di questo partito è sempre stata appannaggio dei comunisti fino alla salita al potere di Matteo Renzi, il democristiano che, negli anni scorsi, ha portato la sinistra a raggiungere il suo massimo storico, in termini percentuali: sempre odiato ed osteggiato dall’area comunista egli ne è uscito, attraverso l’ennesima scissione.

La fine della fase renziana e il ritorno degli ex PCI alla guida del partito, con Zingaretti, segna anche il momento di maggiore crisi per i partiti di sinistra, in un’Europa che guarda sempre più a destra ed nella quale l’establishment della sinistra sembra non cogliere i cambiamenti storici.

Se a vivere questa crisi sono, in tutti i Paesi del Vecchio Continente, i partiti socialisti o social-democratici, di certo non poteva esserne esente un partito che di social-democratico non ha nulla come il Pd, fondato da una classe dirigente che fino al 1989 si dichiarava marxista-leninista, per poi trasformarsi in clintoniana.

Dietro quest’apparente sequela cronologica di fatti si cela la profezia fatta da Augusto Del Noce, quel filosofo-profeta, scomparso proprio nell’anno della Bolognina, che seppe guardare lontano e leggere il nostro tempo. Per questo la volontà di Zingaretti di sciogliere il PD, per creare “un nuovo partito che guardi alle sardine e agli ecologisti” non sorprende: infatti, si va verso quel Partito Unico Radicale, di cui Del Noce ampiamente parlò e scrisse. Pertanto, il nuovo partito si preannuncia una melassa che va dai movimenti LGBT, agli ecologisti, alle sardine: un’accozzaglia che parlerà del nulla per proporre il niente. La sinistra, quindi, potrebbe chiudere l’ultimo capitolo della sua storia ideologica, per entrare nel primo capitolo della sua nuova stagione post-ideologica, in cui al “Compagni lavoratori” si sostituirà quel “società civile” che, appunto, non vuol dire nulla.

Dunque, per parafrasare Heidegger, vi sarà la nascita del “nulla che nulleggia”.

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