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I guasti del wilsonismo/ 2

Fino ad ora la politica estera di Obama è stata solo virtuale

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'La comunità internazionale è al centro della politica estera obamiana'. Sfortunatamente, si tratta di una fantasia. Non esiste nulla del genere. Paesi diversi hanno storie, geografie, necessità e interessi diversi. Non c’è alcuna naturale, inerente o duratura comunità internazionale. Quale comunità d’interessi c’è tra, poniamo, Stati Uniti, Iran, Zimbabwe e Birmania? La comunità internazionale è uno stato di natura hobbesiano senza alcuna norma universalmente accettata. L’anarchia è tenuta a freno non da qualche burocrazia sull’East River (un riferimento all’Onu, ndt), non da qualche vaga espressione dell’opinione mondiale, non da solenni promesse sancite da firme insincere, bensì dalla volontà e dalla forza delle grandi potenze e, cosa importante rispetto ai tempi in cui viviamo, dalla forza dell’unica superpotenza rimasta: gli Stati Uniti.

Un’analisi rivelatrice della politica estera obamiana, basata su indiscrezioni giunte dall’interno della Casa Bianca, spiega come l’approccio di Obama in questo campo debba molto alla sua esperienza come organizzatore di comunità, ossia di una figura che è tenuta ad ascoltare, comprendere, lavorare in cooperazione e perseguire scopi comuni. Tutto ciò è buono e giusto, ma un organizzatore di comunità di Chicago opera nella cornice e sotto la protezione di una elaboratissima, sicurissima, regolatissima e consensuale società nazionale nota come gli Stati Uniti d’America. Quel che tiene unita la società civile è un’autorità centrale suprema, la sacralità dei patti, la buona volontà, la civiltà e l’educazione degli individui che la compongono.

L’arena internazionale manca di tutte queste cose: quello che la trattiene dal lanciarsi in una guerra di tutti contro tutti non è un’autorità centrale, non la sicurezza fasulla dei trattati, non la buona volontà delle nazioni più civilizzate. La stabilità che abbiamo è dovuta alla soverchiante forza e alla minaccia del deterrente nucleare di cui dispone una superpotenza come gli Stati Uniti, che pongono la stabilità internazionale tra gli interessi nazionali. Sembriamo come congenitamente devoti a questa fantasia della “comunità internazionale”; stiamo profondendoci in riverenze verso le sue molte manifestazioni, in special modo le Nazioni unite e le sue varie parti come il Consiglio per i diritti umani o la  recentissima conferenza sul clima di Copenaghen, soggetti che dimostrano brillantemente la fatuità di tali strutture, e la mancanza di uno scopo comune, di un interesse comune, di un governo comune.

Eppure il fallimento di queste istituzioni universalistiche, e degli accordi sanciti da un pezzo di carta, sembra non lasciare memoria. Non abbiamo imparato nulla dal Patto Kellogg-Briand, tra i firmatari del quale vi erano anche Germania e Giappone, che aboliva la guerra per sempre, un’assurdità che valse il Premio Nobel 1929 al segretario di Stato Frank Kellogg? Vi ricorda qualcosa? Almeno Kellogg ebbe il riconoscimento in seguito a un trattato sì inutile, però firmato. Obama ha avuto il suo Nobel semplicemente per avere fantasticato di trattati inutili, il più inutile di tutti essendo quello su cui Obama sta insistendo da Praga, quello sul disarmo nucleare globale.

Quanto l’ingenuità universalista di Obama sia profonda può essere apprezzato dalla sua insistenza su questo tema assai poco serio, a favore del quale il presidente si è espresso con particolare enfasi in un’occasione – che Nicolas Sarkozy difficilmente dimenticherà – risalente al 24 settembre, ossia il giorno dopo il suo discorso all’Assemblea generale delle Nazioni unite, quando ha ostentatamente presieduto il Consiglio di sicurezza, la prima volta che un presidente americano abbia fatto una cosa del genere. Obama già allora sapeva, notizia sconosciuta al mondo, che gli iraniani avevano costruito un impianto segreto per l’arricchimento dell’uranio nei pressi di Qom. Francia e Gran Bretagna lo avevano esortato a sfruttare quel momento per rivelarlo, in modo da stupire l’uditorio e il mondo e sfruttare l’effetto sorpresa per chiedere iniziative efficaci e immediate. Non solo Obama si rifiutò, ma Sarkozy venne forzato a eliminare dal suo discorso qualunque riferimento a Qom. Obama rivelò la notizia il giorno dopo, a Pittsburgh.

Perché non colse l’occasione? Perché, spiegarono dalla Casa Bianca, Obama non voleva che nulla, quel giorno, si mettesse di traverso al suo sogno di un mondo libero dal nucleare. Non voleva “annacquare” la sua determinazione per il disarmo “sviandola sull’Iran”. L’Iran come una diversione? E’ la principale questione di sicurezza al mondo. Una diversione dalla fantasia di un disarmo nucleare universale? Sarkozy, quel giorno, sedeva anche lui, con Obama, intorno al tavolo del Consiglio di sicurezza, e a stento riuscì a trattenersi. Fece un’osservazione che non passò inosservata: “Il presidente Obama ha anche detto ‘sogno un mondo senza armi nucleari’. Eppure, sotto i nostri occhi, due nazioni si stanno muovendo in tutt’altra direzione”. Sarkozy informò inoltre il presidente che “viviamo in un mondo reale, non virtuale”.

Un pernicioso internazionalismo. Queste critiche all’internazionalismo liberal non significano che rigettiamo tutti i trattati, o qualunque idea di comunità di nazioni. Naturalmente sono possibili accordi transnazionali tra nazioni di mentalità analoghe, che seguono le stesse regole e per le quali, di conseguenza, tali accordi sono autentici. Un trattato di commercio tra stati di diritto come Stati Uniti e Canada o i vari trattati nel quadro dell’Unione europea hanno forza quasi pari alle leggi nazionali (in realtà hanno forza maggiore, ndt), come anche il patto di difesa comune alla base della Nato.

Però trattati universali gioco forza includono tutti gli stati – democratici e tirannici, quelli che li rispettano e quelli che non li rispettano. Tali accordi non vengono sottoscritti dagli stati canaglia, che continuano a chiacchierare mentre inseguono i loro grandi disegni, rendendo i trattati non solo inutili, ma peggio che inutili. Ad esempio, presunte violazioni dei trattati di non proliferazione sono denunciate all’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), una procedura che porta inevitabilmente con sé compiacimento (per non dir nulla dei tempi lunghissimi) perché dà l’idea del rispetto dei patti.

Questo tipo di accordi non sono quasi mai fatti rispettare. In effetti, l’unica volta nell’epoca attuale che si è fatto rispettare qualcosa – quando è stato rimosso il regime canaglia di Saddam Hussein, dopo anni di continue violazioni delle risoluzioni con cui il Consiglio di sicurezza chiedeva il disarmo – è stata seguita da un tale diluvio di critiche, da tutto il mondo, che Obama ha speso gran parte del suo primo anno scusandosene. Ciò non significa che non possano esistere comunità di nazioni. Margaret Thatcher e Ronald Reagan non erano privi di un senso di comunità internazionale, e quella tra i loro Paesi era una comunità di nazioni libere. Queste comunità sono reali. Hanno le loro regole, idee e politiche, e alcune, come la Nato, persino un apparato di sicurezza che le protegga. Il che rende l’internazionalismo di Obama particolarmente pernicioso perché, come lui ha detto alle Nazioni unite, la vera universalità implica denigrare quelle sotto-comunità come semplici “vestigia” risalenti a divisioni tanto arcaiche come quelle che caratterizzarono “un guerra fredda terminata da tempo”.

Lo ha detto in maniera alquanto diretta, in quel discorso all’Onu: “Nessun ordine mondiale che elevi una nazione o un gruppo di nazioni al di sopra di un altro potrà avere successo”. Non è che si riferisse alla Nato? Non è forse, la Nato, un gruppo di nazioni che rivendicano la propria esclusività e la propria intenzione di far rispettare le regole in cui credono? Cosa sono stati gli interventi di soccorso della Nato in Kosovo e in Bosnia, se non il suo elevarsi al di sopra di altre nazioni e altri popoli per dichiarare che il genocidio non sarebbe stato ammesso nei Balcani, e che la Nato avrebbe agito unilateralmente, anche senza l’assenso della “comunità internazionale” da esprimersi attraverso le Nazioni unite o il Consiglio di sicurezza?

Tratto da Heritage Foudation

Traduzione di Enrico De Simone
 

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