Fisco e Difesa, l’Europa che verrà

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Fisco e Difesa, l’Europa che verrà

Fisco e Difesa, l’Europa che verrà

19 Giugno 2025

Le tensioni globali riscontrate negli ultimi cinque anni – dalla pandemia alla guerra in Ucraina – hanno messo sotto pressione l’architettura istituzionale dell’Unione Europea. In particolare, sono emersi con forza due nodi strutturali: l’assenza di una vera capacità fiscale centrale e la storica dipendenza dell’Europa dalla protezione militare statunitense.

A confronto con gli Stati Uniti, l’Unione appare fragile. Il bilancio dell’UE ammonta a circa l’1% del PIL collettivo, mentre quello federale americano è pari al 23% del PIL statunitense. Inoltre, il sistema europeo resta fortemente decentrato: le tasse vengono raccolte quasi interamente dai singoli Stati membri, che gestiscono anche la maggior parte della spesa pubblica. Questo assetto rende difficile adottare politiche fiscali efficaci nei momenti di crisi e impedisce una risposta rapida e coordinata agli shock economici.

Questa debolezza si è manifestata più volte nel corso dell’unione monetaria. A differenza degli Stati Uniti, dove il governo federale ha progressivamente assunto un ruolo guida in ambito fiscale (soprattutto per contrastare le recessioni), l’UE ha preferito affidarsi a regole di disciplina nazionale, come il Patto di Stabilità e Crescita. Ma queste regole spesso producono effetti controproducenti: costringono i paesi a tagliare la spesa proprio nei momenti in cui sarebbe più utile aumentarla, aggravando le recessioni invece di mitigarle.

L’arrivo del COVID-19 ha segnato una svolta. L’Unione ha attivato la clausola di salvaguardia per sospendere i vincoli fiscali e ha creato strumenti straordinari come NextGenerationEU (NGEU) e SURE, finanziati per la prima volta con debito emesso direttamente a livello europeo. Il NGEU, in particolare, ha rappresentato una novità storica: 750 miliardi di euro in prestiti e sovvenzioni destinati agli Stati membri, con garanzia dell’intera Unione. Molti lo hanno definito il “momento hamiltoniano” dell’Europa, richiamando la nascita del debito federale negli USA alla fine del Settecento. (Link: https://theamericanenterprise.com/can-europe-evolve/)

La guerra in Ucraina ha accelerato ulteriormente il dibattito sulla sovranità strategica dell’UE. Con il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump – che intanto sta abbandonando  l’Ucraina al suo destino – la fiducia europea nella protezione americana si è ulteriormente incrinata. L’Unione sta cercando di rafforzare concretamente la propria autonomia in materia di difesa. La Germania, sotto la guida del cancelliere Friedrich Merz, ha modificato la propria costituzione per aumentare la spesa militare. A livello europeo, la Commissione sta progettando un nuovo strumento – ispirato al modello del NGEU e del SURE – per fornire circa 150 miliardi di euro in prestiti agli Stati membri, destinati a sostenere gli investimenti in ambito militare.

Nei prossimi anni, se l’UE rafforzerà davvero la sua capacità fiscale centrale, potrà gestire meglio crisi e recessioni. Ma aumenteranno anche i rischi di spesa eccessiva e debito insostenibile. La sfida sarà creare un’autorità efficace, ma contenuta, capace di agire nei momenti critici senza perdere il controllo.

Siamo dunque dinanzi a un bivio. O l’Unione proseguirà lungo l’attuale traiettoria – fatta di compromessi tecnocratici e interventi emergenziali – o compirà un salto politico verso una vera Unione fiscale, strategica e democratica. Se i trend attuali dovessero consolidarsi, è plausibile immaginare la nascita di una autorità fiscale europea permanente, dotata di capacità impositiva limitata ma autonoma, vincolata a criteri di sostenibilità e finalizzata alla resilienza: climatica, militare, sociale.

Questo nuovo assetto potrebbe emergere anche in seguito a nuove crisi sistemiche che spingerebbero i leader europei a istituzionalizzare ciò che oggi è solo eccezionale. Il bilancio europeo potrebbe raddoppiare, alimentato da imposte digitali e ambientali comuni, con la possibilità di emettere eurobond per finanziare beni pubblici europei come difesa, energia e innovazione.

Parallelamente, l’Unione potrebbe sviluppare una capacità strategica autonoma sul piano militare, anche grazie alla convergenza delle spese di difesa e all’adozione di una dottrina comune. L’interoperabilità delle forze armate europee, favorita da investimenti sul modello NGEU, per la difesa, potrebbe portare entro la metà del secolo alla creazione di un Comando Europeo Permanente, integrato nella NATO ma capace di operare anche in autonomia.

Tutto ciò, però, sarà sostenibile solo se accompagnato da un rafforzamento della legittimazione democratica: un Parlamento europeo con maggiori poteri fiscali e un dialogo rinnovato con i cittadini europei, su base transnazionale. In assenza di questo riequilibrio, la maggiore integrazione rischierebbe di alimentare nuove fratture politiche e sociali.

In futuro potremmo trovarci di fronte a un’Unione in grado di affrontare crisi globali come un attore coeso, dotato di strumenti fiscali e strategici propri, in grado di difendere la propria autonomia e di offrire sicurezza ai suoi cittadini. Ma perché ciò accada, sarà necessario molto più che un’evoluzione tecnica: servirà una visione politica condivisa, capace di trasformare l’emergenza in opportunità e la vulnerabilità in potere costituente.

Questo articolo riassume e rielabora i contenuti dell’ originale:
Adam Tooze, Can Europe Evolve?, pubblicato su The American Enterprise, maggio 2024.
https://theamericanenterprise.com/can-europe-evolve/