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La disastrosa invenzione dell'ultimo governo Prodi

Fondo tesoreria Inps: ecco l’ennesimo fardello sulle spalle dei giovani

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Le giovani generazioni avranno da sciropparsi un’altra brutta rogna che si chiama “Fondo tesoreria Inps”. La Corte dei conti, nella determina n. 77/2011 diffusa ieri sulla relazione alla gestione Inps 2010, è tornata a lanciare l’allarme sulla continua crescita del debito pubblico che è rappresentato dallo smobilizzo del Tfr da parte delle aziende con almeno 50 addetti. Al 31 dicembre 2010, ha scritto la Magistratura contabile, il totale delle somme trasferite allo Stato "ascende alla notevole cifra di 15,86 miliardi di euro"; ma ciò che è peggio – rappresentando la nuova zavorra per le giovani generazioni – e che tale cifra "si traduce sostanzialmente in un crescente debito a carico delle finanze pubbliche per fronteggiare le future prestazioni, senza corrispondente copertura". Si tratta anche in questo caso di un debito pubblico ereditato dalla prima Repubblica o dai fantastici anni ’80? No; il Fondo tesoreria è un’invenzione dell’ultimo governo Prodi e dei ministri Damiano (Lavoro) e Ferrero (Solidarietà sociale).

Il Fondo tesoreria risale al 2007 quando l’allora governo Prodi, anticipando l’entrata in vigore della riforma della previdenza integrativa (dlgs n. 252/2005), pensò bene di strappare definitivamente alle imprese il Tfr. In sostanza, con la Finanziaria del 2007 (legge n. 296/2006) stabilì che il Tfr inoptato (cioè non destinato alla previdenza integrativa) dei dipendenti di imprese con almeno 50 addetti dovesse obbligatoriamente finire in un nuovo fondo statale gestito dall’Inps finalizzato a finanziarie infrastrutture pubbliche. In tal modo, dunque, le imprese con almeno 50 addetti hanno dovuto dire definitivamente addio al Tfr (e alla sua importante funzione di fonte interna di autofinanziamento): quando i lavoratori decidono di aderire alla previdenza integrativa, il Tfr finisce obbligatoriamente nel fondo pensione prescelto dagli stessi lavoratori; ma se i lavoratori decidono di non aderire alla previdenza integrativa e di conservare il Tfr nella specie di retribuzione differita, il trattamento finisce comunque fuori dalle casse aziendali per andare a rimpinguare il neo “Fondo di tesoreria”. Lo smobilizzo forzoso del Tfr è operativo da gennaio 2008; d’allora, le imprese (con almeno 50 dipendenti) stanno mensilmente versando all’Inps il Tfr dei loro lavoratori. La funzione del Fondo è quella di garantire ai dipendenti (settore privato) l’erogazione dei Tfr per la quota corrispondente ai versamenti periodicamente effettuati dai datori di lavoro; in altre parole, le imprese versano periodicamente il Tfr al Fondo e il Fondo, poi, al momento della cessazione del rapporto di lavoro, restituisce i soldi alle imprese per poter liquidare al lavoratore il Tfr. Ma allora viene da chiedersi: perché questa partita di giro? Il tornaconto “sociale” c’è, ed è questo: nel frattempo che il lavoratore è occupato, i soldi versati dalle imprese (il Tfr mensile) può essere impiegato in diverse finalità.

Per rendere possibile questo impiego di risorse, il Fondo – ecco qui il problema – è assoggettato al sistema della ripartizione. Funziona, cioè, come il sistema previdenziale delle pensioni pubbliche: i lavoratori “attivi” forniscono i flussi finanziari per liquidare le prestazioni (il Tfr) ai lavoratori che terminano un rapporto di lavoro. Diversamente dal sistema previdenziale che non ha teoricamente una fine, però, il Fondo tesoreria è destinato prima o poi a esaurirsi se è vero, come tutti sperano, che ci sarà (quando?) il decollo della previdenza integrativa. Se è così, cioè se davvero un giorno il Fondo dovesse chiudere i battenti (ipotesi: tutti i lavoratori aderiscono alla previdenza integrativa, per cui tutto il Tfr finisce nei Fondi pensione), chi pagherà le liquidazioni (il Tfr) intanto maturate presso il Fondo tesoreria se non ci saranno più “lavoratori attivi”?

Il problema è stato evidenziato ancora una volta dalla Corte dei conti. Nella recente determinazione sul bilancio 2010 dell’Inps, la Corte spiega che nel 2010 il Tfr versato dalle imprese ammonta a 5,4 miliardi di euro (5,6 miliardi nel 2009), mentre le prestazioni erogate (liquidazioni e anticipazioni del Tfr) superano l’importo di 1,6 miliardi di euro (1,2 miliardi nel 2009), cui si aggiungono circa 3,7 miliardi di euro (4,5 miliardi nel 2009) “di trasferimenti passivi allo Stato”. Al 31 dicembre 2010, hanno scritto i giudici contabili, "il totale delle somme trasferite allo Stato – a partire dalla istituzione del Fondo – ascende alla notevole cifra di 15,86 miliardi di euro e si traduce sostanzialmente in un crescente debito a carico delle finanze pubbliche per fronteggiare le future prestazioni, senza corrispondente copertura". Non è la prima volta che la Corte dei conti punta il dito contro questa misura; già in altre occasioni, infatti, ha assimilato l’operazione ad una sorta di "esproprio senza indennizzo". Un problema – non ci pare azzardato denunciare – che alla fine finirà come al solito sul groppone delle giovani generazioni.

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