Forza Italia: il tempo del partito
07 Settembre 2007
di Sandro Bondi
Cari amici, cercheremo anche quest’anno di discutere seriamente, con passione civile e politica, e con l’animo rivolto al bene del Paese, di noi, di programmi, di valori, di politica. Non illudiamoci però che la stampa, gli osservatori politici riservino una vera attenzione ai nostri argomenti, alle nostre ragioni, alla realtà che rappresentiamo.
Forza Italia deve (non può non essere) un partito di plastica, senza una vera classe dirigente (e se c’è è una burocrazia grigia e obbediente al capo). Siamo stati definiti un harem! Ho cercato di rispondere sulla base di un ragionamento politico, storico, culturale, ma in risposta, solo silenzio. Il nostro partito si ignora oppure si ridicolizza. Se diamo ragione agli altri, se critichiamo Berlusconi allora diveniamo presentabili, perfino intelligenti e autorevoli. Anch’io se mostrassi di differenziarmi da Berlusconi, sarei considerato un politico intelligente e autorevole, e forse anche affascinante! Se invece facciamo quello che abbiamo fatto in questi anni, cioè di difendere con intelligenza Berlusconi e Forza Italia, non dobbiamo aspettarci niente, solo scherno e dileggio oppure la non esistenza. Non importa se questo partito in questi ultimi anni: è diventato il primo partito italiano; è cresciuto ha una classe dirigente autorevole e credibile ha una organizzazione che pochi altri possono vantare se questo partito ha una “base” che lo sostiene con orgoglio se questo partito ha un leader forte e amato. Mi sono chiesto perché tanta ingenerosità e cecità quando si parla di Forza Italia e di noi? Forse amici, perché il vero bersaglio da abbattere è proprio Forza Italia, è questo partito, la sua classe dirigente, siamo noi! Perché il “tempo del partito”?
Per tre ragioni essenziali:
a) Perché nel corso di questo decennio sono avvenuti processi che ci riportano all’importanza del partito, della democrazia, dei valori che i partiti incarnano.
b) Perché vogliamo preservare nella vita politica italiana il rinnovamento della politica che Forza Italia rappresenta.
c) Perché vogliamo difendere i valori in cui crediamo. La fine di questo ciclo ci riporta ai partiti, soprattutto a Forza Italia che è rimasto l’unico vero grande partito popolare. Possiamo avere tanti limiti e difetti, ma una cosa è certa: senza Forza Italia non vi è in Italia alcuna speranza di cambiamento e di rinnovamento. Oggi c’è nel Paese una grande preoccupazione per il futuro. Si percepisce uno stato d’animo di inquietudine, di sfiducia e di delusione (anche da parte degli elettori della sinistra) nei confronti di questo governo. Ricordate ciò che disse Prodi all’indomani del voto di aprile? Disse: vi stupiremo. Altro che se ci ha stupiti! Oltre ogni immaginazione.
Il nostro consenso deriva solo dai demeriti di Prodi e del suo governo? No, non soltanto. Nasce soprattutto dal fatto che oggi gli italiani guardano a Berlusconi e alla sua e nostra esperienza di governo in una luce nuova, in una luce di verità. Gli italiani si rendono conto oggi di essere stati ingannati:
1) ingannati durante i cinque anni del governo Berlusconi (rappresentazione falsa del Paese sull’orlo del disastro, del declino, dell’impoverimento). Il martellamento è stato continuo e fondato su una opposizione irresponsabile. Oltretutto non solo era falsa la tesi del declino, ma era falsa anche la tesi di una politica ultra-liberista che avrebbe penalizzato le classi sociali più deboli. La verità è invece che il governo Berlusconi, nel pieno di una recessione economica internazionale, ha perseguito una politica più laburista che liberista, destinando maggiori risorse alla spesa sociale e alle opere pubbliche, senza aumentare le tasse, anzi abbassandole gradualmente.
2) ingannati durante la campagna elettorale (promesse non mantenute). La loro promessa di non aumentare le tasse è stata subito smentita da una legge finanziaria che ha aumentato la pressione fiscale e configurato un controllo fiscale invadente e autoritario. Quando Veltroni parla della giusta necessità di diminuire le tasse, dovrebbe prima impedire a questo governo di aumentarle, come ad esempio l’ingiusto e assurdo aumento della tassazione sui risparmi delle famiglie. Non si può, come fa Veltroni, confezionare un programma in cui si tiene insieme un maestro liberale come Einaudi e un tagliaborse fiscale come Visco. E’ la stessa disinvoltura con la quale Veltroni mette insieme Gramsci, De Gasperi, don Milani e i Kennedy nel Pantheon del Partito Democratico. Si ha come l’impressione che per questi esponenti della sinistra italiana, che hanno ripudiato l’ideologia comunista senza una vera e sofferta riflessione autocritica, le parole, l’uso disinvolto delle parole, la loro combinazione ad uso di una innata disposizione alla propaganda, siano il surrogato della politica, delle scelte nette e coerenti. E’ per questo che scimmiottano le tecniche più moderne della comunicazione, imitando la leadership di Berlusconi, senza avere la consapevolezza delle scelte difficili e coraggiose che si devono compiere per realizzare una politica di effettivo cambiamento e per essere così credibili agli occhi dell’opinione pubblica.
3) ma gli italiani sono stati ingannati anche dopo le elezioni (dichiarazione di un buco nelle casse dello Stato salvo scoprire poi un “tesoretto”). A questo proposito si deve poi aggiungere che il ministro dell’economia si è reso protagonista di continui mutamenti e ribaltamenti di linea che sono stupefacenti.
Tutto questo e la situazione in cui ci troviamo è avvenuto per alcune ragioni essenziali:
1) innanzitutto perché la sinistra non ha mai fatto i conti con la sua storia (la sinistra non ha gli strumenti, né culturali, né ideologici, né pragmatici per dare risposte moderne ad un Paese che vuole crescere); – questa è la radice, la causa più profonda della crisi del sistema politico italiano e della transizione ancora incompiuta; – se il PCI si fosse trasformato, nel momento giusto, in un autentico partito socialdemocratico, oggi vivremmo in una democrazia normale; – saremmo i più felici del mondo se avessimo in Italia una sinistra rinnovata e pienamente riformista; – da questo punto di vista Tangentopoli è stata un’occasione persa anche per la sinistra italiana; – temo però che anche il Partito Democratico possa diventare un’altra occasione sprecata per la nascita di una sinistra riformista in Italia. Il Partito Democratico, infatti, così come sta nascendo, rischia di non affrontare e risolvere né la questione cattolica, né la questione riformista. Rischia di non affrontare la questione cattolica perché il nuovo partito rischia di far propria la cultura di un nuovo partito radicale di massa, imperniata sulla cultura dei diritti e su un concetto di laicismo che contrasta con tutta la tradizione del cattolicesimo democratico in Italia, da don Sturzo a Moro, da De Gasperi a La Pira. Non è mai stato così diffuso come oggi nella sinistra italiana un anticlericalismo volgare e un attacco alla Chiesa, non solo sul piano della fede ma perfino su quello delle opere sociali attraverso il vergognoso appello all’Unione europea sulla questione dell’Ici. Il Partito Democratico, che nasce dall’incontro fra ciò che resta del Partito Comunista e di una parte della Democrazia Cristiana, finisce per perdere il meglio dell’esperienza della Democrazia Cristiana e il meglio dell’esperienza del Partito Comunista. E in questo modo, il nuovo partito rischia di non risolvere neppure la questione di un nuovo partito riformista, poiché il banco di prova del riformismo si gioca sul terreno dell’attuale governo, delle sue scelte in materia di politica estera, di politica economica e sociale, e infine in relazione alla questione delle questioni etiche. La sfiducia dei cittadini nei confronti del Partito Democratico nasce dalla sfiducia nei confronti dell’attuale governo.
2) fra le ragioni della crisi attuale della sinistra vi è il tipo di opposizione che la sinistra stessa ha condotto nei confronti del governo Berlusconi. Ha ragione, infatti, che ha sostenuto che alla radice delle difficoltà e degli errori compiuti dall’attuale maggioranza di governo vi è il tipo di opposizione che la sinistra ha condotto nel corso dei cinque anni di governo Berlusconi.
3) la sinistra ha “vinto” le elezioni grazie ad un cartello elettorale e non un’alleanza di governo;
4) fra le cause principali dell’attuale crisi in cui si trova il nostro Paese vi è l’errore compiuto all’indomani delle elezioni. Il non avere riconosciuto il significato del voto, che imponeva di ricercare soluzioni politiche e istituzionali in grado di rappresentare un Paese diviso in due (anzi hanno imboccato la strada opposta: occupazione delle Istituzioni, abolire le riforme del nostro governo). – è stata respinta l’offerta di una collaborazione rivolta da Berlusconi; – sono state occupate tutte le istituzioni; – tentativo di abolire tutte le riforme approvate dal governo Berlusconi; – è una assurdità che ad ogni cambiamento di governo, il nuovo governo si proponga di cancellare tutto ciò che è stato realizzato dal governo precedente: la riforma fiscale la riforma del mercato del lavoro la riforma della scuola e dell’università la riforma della giustizia il piano delle opere pubbliche la legge sull’immigrazione.
Ma attenzione, perché sta avvenendo poi un altro paradosso, tipico della vita italiana! Sta avvenendo infatti che mentre il governo Prodi sta cancellando ad una ad una tutte le riforme del governo Berlusconi, il governo ombra del candidato alla guida del Partito Democratico e l’ombra di Prodi sta proponendo, giorno dopo giorno, sulle pagine dei maggiori quotidiani, un nuovo programma di governo che sembra fare marcia indietro e sposare tutte le riforme del governo Berlusconi (dalla riforma fiscale alla riforma costituzionale). Insomma la confusione è massima. Quello che è certo è che gli italiani non si faranno ingannare un’altra volta. I leader e gli uomini politici sono credibili quando dimostrano la forza del coraggio e della verità, verso se stessi e verso gli altri. La leadership non è una melassa senz’anima, ma trae la sua legittimità e la sua forza dai valori, da una visione e da una concezione dello sviluppo della società, e da un progetto di modernizzazione. Oggi non c’è un’alternativa possibile rispetto alla necessità di modernizzare l’Italia. E’ una strada obbligata, pena il declino vero del nostro Paese. Questo governo è totalmente inadatto a questo compito. Anzi ha fatto tornare indietro l’Italia e ha imboccato la strada opposta rispetto a quella che servirebbe all’Italia. Questo governo è già da tempo in crisi, anche se manca la certificazione formale. Prima se ne prende atto, meglio è per tutti, e soprattutto per l’Italia. Tuttavia, la crisi è talmente grave, e il terrore di nuove elezioni da parte della maggioranza di governo è così forte, che abbiamo il dovere di indicare uno sbocco a questa crisi di governo che rischia di trascinare con sé la crisi del sistema politico e di coinvolgere nella stessa crisi anche le istituzioni. Abbiamo il dovere di indicare una soluzione possibile alla crisi di questo governo. L’assenza di una alternativa possibile e credibile potrebbe davvero lasciare in vita un governo moribondo come quello di Prodi.
A questo punto però si pongono questioni che riguardano anche noi:
1) la prima riguarda il tema del bipolarismo: un obiettivo positivo che abbiamo conquistato anche in Italia, ma che dobbiamo trasformare da “guerresco”, come è stato in questi anni, in un bipolarismo “normale”, cioè un bipolarismo non fondato sulla contrapposizione radicale fra gli schieramenti ma sulla competizione sui contenuti in una cornice di accordo sui valori generali;
2) la seconda questione riguarda la formazione di alleanze di governo omogenee e capaci non solo di vincere le elezioni ma soprattutto di governare, e di governare secondo gli interessi generali del nostro Paese;
3) la terza questione riguarda la necessità di dare vita ad una forza politica moderata unitaria rappresentativa delle migliori tradizioni politiche e culturali del nostro Paese, fondamentalmente quella cattolica e quella riformista. Voglio riprendere e discutere singolarmente con voi ognuna di queste tre questioni fondamentali. Riguardo alla prima, la questione del bipolarismo e del suo funzionamento, bisogna dire chiaramente che in tutti i Paesi europei il bipolarismo funziona innanzitutto perché non è condizionato dall’ideologia, e in secondo luogo perché il confronto fra le coalizioni avviene al centro, cioè fra le due maggiori forze politiche moderate. In Italia, invece, il bipolarismo è minato, soprattutto nello schieramento di centrosinistra, da forze radicali, estremiste, antisistema. In conseguenza di ciò, abbiamo avuto sin qui alleanze politiche più simili a cartelli elettorali che ad alleanze di governo omogenee, e questo è vero soprattutto per la maggioranza di governo che ha assemblato forze politiche che perseguono obiettivi e programmi inconciliabili. Per quando riguarda l’esperienza della Casa delle Libertà, non si può negare di aver avuto anche noi delle difficoltà a tenere insieme un’alleanza nella quale ad un certo punto ha prevalso lo spirito di partito piuttosto che quello dell’alleanza di governo, ma si deve nello stesso tempo attribuire a Berlusconi il merito di aver istituzionalizzato e incanalato in un alveo politico la Lega Nord che aveva originariamente posizioni secessioniste.
Di fronte a questa situazione, la mia opinione è che non si debba rinunciare al bipolarismo, che garantisce la possibilità di scegliere prima del voto da parte dei cittadini un programma, un’alleanza e un presidente del Consiglio, ma che sia necessario adeguarlo alla realtà del nostro Paese. Da questo punto di vista, nella passata legislatura abbiamo perso tutti una grande occasione di modernizzare l’Italia. Se, infatti, la riforma costituzionale che il Parlamento aveva approvato non fosse stata cancellata dal referendum, oggi avremo una democrazia più forte e un governo più efficace. Il buon senso avrebbe dovuto spingere l’allora opposizione a non voler annullare una riforma che complessivamente era positiva, il che è confermato oggi dal fatto che Veltroni ne riproponga pari pari alcuni punti fondamentali, e che poteva semmai una volta approvata essere migliorata o corretta in alcuni dei suoi aspetti.
Voglio cercare di rispondere anche alla terza questione che ho posto. E’ possibile realizzare coalizioni più omogenee e costruire un centro più forte, su entrambi i lati delle coalizioni, senza rinunciare al bipolarismo? Io credo di sì. Quando, ad esempio, sento parlare da parte di Mastella, di Cesa, di Pezzotta e di altri della necessità di dare vita ad una forza politica di centro, io non nego questa necessità e questa ambizione. Anch’io penso che vi sia bisogno nella vita politica italiana di un grande partito cristiano liberale che rappresenti la maggioranza degli elettori moderati italiani. Penso però che la costruzione di questo grande partito, che abbia come punto di riferimento il Partito Popolare Europeo, non possa prescindere da Forza Italia. Potrei dire che Forza Italia è già il partito dei moderati italiani, ma non lo dico, perché vogliamo costruirlo anche con tutti coloro che hanno rappresentato e rappresentano altre sensibilità nell’ambito delle tradizioni democratiche del nostro Paese. Nello stesso tempo, non è possibile – lo ripeto – pensare di dare vita a questo partito senza o contro Forza Italia: sarebbe un progetto velleitario e destinato al fallimento. E si tolgano anche dalla mente la speranze che prima o poi Forza Italia è destinata a sgretolarsi. Siamo qui anche perché questo non avvenga! Dipende da tutti noi! Io ho sempre avuto chiaro nella mia mente che il traguardo di un grande partito, che fosse diciamo così la sezione italiana del PPE, fosse una prospettiva utile al nostro Paese. Anche oggi sono convinto di questo, e penso che questa prospettiva debba essere realizzata a partire dal traguardo unitario già conseguito con la Casa delle Libertà.
Il partito della libertà è un progetto che so non potersi realizzare a breve scadenza. Innanzitutto non può essere una proposta che divide le forze politiche alle quali si rivolge. Non è rivolto contro nessuno, ma è piuttosto una disponibilità a unire tutte le forze moderate in un partito ancora più grande di Forza Italia, e che riunisca tutte le componenti moderate del nostro Paese. Berlusconi ha più volte detto e scritto di essere disponibile a dare vita ad un partito che sopravviva alla sua esperienza politica, e che rappresenti il suo lascito, l’eredità più importante alla storia del nostro Paese. Un partito popolare, democratico, aderente alla grande famiglia dei popolari europei. Forza Italia è pronta – e non da oggi – a riprendere il dialogo con tutte quelle forze politiche, che già fanno parte del PPE, e che si propongono di dare vita ad un grande partito dei moderati, erede della tradizione cristiana e riformista italiana. Così come è pronta a riprendere il dialogo con tutte le forze politiche disponibili a dare vita ad un Partito della Libertà, un obiettivo ancora più alto rispetto alla Casa delle Libertà, che rappresenti un fondamento sicuro del bipolarismo e un approdo definitivo della transizione verso una democrazia normale. Ma come possiamo raggiungere questi obiettivi che riteniamo positivi e meritevoli di essere perseguiti? Un conto sono i progetti e un conto è la realtà. Si può dire che Forza Italia in questi anni non abbia compreso il valore positivo di questa prospettiva e non abbia speso le sue migliori energie per avvicinare questo traguardo? No, non si può dire. Anzi, l’unica colpa che si può rivolgere a Forza Italia è quella di aver sacrificato i propri interessi sull’altare dell’unità. La realtà della quale dobbiamo prendere atto e il dato politico sul quale riflettere è che nell’ultima parte della legislatura AN e l’Udc in particolare hanno spinto la propria autonomia politica (dobbiamo riconoscere anche come reazione ad un rapporto sbilanciato a favore della Lega avvenuto nella prima parte della legislatura) a scapito dell’unità della CDL e della leadership di Berlusconi, fino a metterla in discussione nel pieno della campagna elettorale. Questa posizione è certamente fra le cause della sconfitta elettorale. Se tutti si fossero battuti come Berlusconi… Questo è stato un grave errore, che non è stato riconosciuto neppure dopo le elezioni, soprattutto da parte dell’Udc. La stessa legge elettorale imposta allora dall’ineffabile Follini nella convinzione – sbagliata – che la partita fosse persa e con l’obiettivo dichiarato di riprendere una piena autonomia politica. A proposito di Follini: ho visto che sta mettendo in subbuglio anche il Partito Democratico! E’ un vero fenomeno in questo! Questi sono dati della realtà che non si possono ignorare sottovalutare, soprattutto per chi come noi ritiene necessario riprendere, anche se su basi nuove e ridiscusse, l’alleanza con tutte le forze politiche della Casa delle Libertà, anche in vista di un obiettivo ancora più alto di unità che ha già cominciato a riprendere forma e sostanza dopo il vertice di Gemonio tra Berlusconi, Bossi e Fini, che ha rilanciato sulla scena politica l’immagine di un centrodestra unito, coeso e pronto a riprendere in mano le redini del Paese. Un centrodestra che ora deve recuperare un rapporto fecondo con gli amici dell’Udc, che resta parte integrante dell’alternativa alle sinistre. Il problema è allora: come si raggiunge questo obiettivo di unità tenendo conto della realtà, costituita da un insopprimibile pluralismo politico e da una divaricazione di posizioni politiche? La mia opinione personale è che l’obiettivo dell’unità si costruisce e si raggiunge pazientemente solo attraverso la libera dialettica politica e non in seguito all’imposizione di leggi elettorali.
Il Partito Democratico non nasce sulla base dei vincoli della legge elettorale, ma nasce da una libera volontà politica, perseguita con determinazione e convinzione da molti anni. Io ad esempio non posso che provare rispetto e stima per un uomo politico come Fassino, che ha lavorato con passione, abnegazione e disinteresse per un progetto che trascende i suoi interessi di partito e perfino personali.
Questo vale anche per noi, che siamo molto più avanti sulla strada dell’unità dei valori, dei programmi e delle prospettive politiche. Questo non significa naturalmente che la legge elettorale sia indifferente rispetto alle alleanze politiche e al grado di governabilità del Paese. Ma dobbiamo ricercare un modello di legge elettorale che riconosca la pluralità delle forze politiche e al tempo stesso permetta che, attraverso la libera volontà politica, si possano realizzare progetti politici unitari. Noi non abbiamo pregiudizi da questo punto di vista, e siamo disponibili a discutere sulle varie proposte con l’unica condizione che si garantisca il bipolarismo e si assicuri la governabilità del Paese. La prospettiva del partito della libertà, inoltre, si può realizzare agendo su due livelli: il primo, irrinunciabile, è quello del confronto e del dialogo fra i vertici dei partiti interessati. A questo riguardo non partiamo da zero, ma dal lavoro compiuto da Adornato, dal comitato di Todi, dall’assemblea costituente del partito della libertà; il secondo livello è quello di far crescere dal basso la spinta all’unità, partendo dal quel popolo del 2 dicembre che è già più unito e affratellato di quanto non immaginiamo. E anche da questo punto di vista non partiamo da zero: esiste già un tessuto di unità costituito dai Circoli del Buongoverno, dell’amico Dell’Utri, dei nascenti Circoli della Libertà, dai Club di Ferdinando Adornato, dalla Giovane Italia, dal lavoro delle Fondazioni e delle riviste culturali. Il nostro mondo è ricco di fermenti, di esperienze, di personalità, di esigenze di cambiamento.
Il valore della politica consiste nel valorizzare queste ricche esperienze e nell’indicare una strada nella quale tutti si possano riconoscere con pari dignità. Non c’è alternativa al lavoro paziente, alla tessitura minuta e quotidiana, alla conquista continua della fiducia, alla passione e alla umiltà che diventano una forza e una speranza per tutti. Ogni altra strada è destinata al fallimento e a lasciare tutto com’è, anzi a mortificare le energie, le esperienze e le capacità più mature e necessarie per il rinnovamento della politica. Su Forza Italia. In questo contesto l’unico punto di riferimento solido è rappresentato da Forza Italia. Forza Italia è un partito popolare di massa, che si avvia a diventare non solo il partito di Berlusconi ma anche il partito di milioni di italiani che si identificano nei valori, nei programmi, nel costume, nello stile, nella bandiera e nella classe dirigente di Forza Italia. Non voglio dire con ciò che Forza Italia è un partito modello e senza difetti. Ma quale partito italiano, oggi è immune da problemi e da una crisi che investe da tempo il modello stesso di partito, come esso è scaturito dalla temperie storico culturale del secolo scorso? A me pare però che ripetere ossessivamente gli stessi stereotipi e le stesse frasi fatte (“il partito di plastica”) sia un modo un pò troppo superficiale per liquidare un’esperienza – quella di Forza Italia – che è stata e resta il primo tentativo di innovare la politica italiana e di adeguarla alle grandi democrazie moderne, dove le leadership hanno offuscato il protagonismo dei partiti che li hanno eletti. Certo, Berlusconi non è solo il leader di Forza Italia: ne è stato il fondatore e ne rappresenta l’anima stessa, e questo lo fa spesso apparire più un “dominus” che un leader. Ma se ci si ferma a quello che appare – come fa Della Loggia – e si cerca di piegare la realtà solo ai propri convincimenti si corre alla fine il rischio di redigere editoriali di plastica, sclerotizzati in una visione macchiettistica di un partito che è, invece, una realtà complessa, in grado di produrre dinamiche che finiscono per andare oltre gli stessi schemi di chi lo ha fondato.
Nei suoi tredici anni di vita Forza Italia è riuscita infatti a maturare una vita propria, a trasformarsi da movimento a partito, a radicarsi in periferia senza farsi contagiare dalle tentazioni correntizie, a far vivere in maniera feconda la collaborazione fra laici e cattolici. Proprio in questo momento siamo impegnati in una stagione congressuale vivace e intensa (con più di 4000 congressi) che rappresenta un grande bagno di democrazia. Forse se Galli Della Loggia avesse partecipato a uno solo di questi congressi avrebbe potuto valutare meglio la vitalità di Forza Italia, il suo radicamento tra la gente e l’entusiasmo che riesce a suscitare in un momento in cui il rischio dell’antipolitica fa agitare i sonni dei dirigenti dell’Unione. Ci accingiamo ad eleggere una vera e propria direzione politica di Forza Italia, formata da una nuova generazione che si è formata alla politica nel corso di questi ultimi anni. Abbiamo dato vita ad una scuola di formazione politica per i giovani e ci accingiamo ad aprire una scuola di formazione e di aggiornamento per l’esercito degli amministratori locali di Forza Italia. Avrei voluto vedere chiunque altro al mio posto – lo dico anche a tanti amici di Forza Italia – alle prese con un partito nuovo e moderno come Forza Italia, con un leader gigantesco ed immaginifico come Berlusconi, e con la necessità di costruire su questo tronco ancora giovane un partito organizzato, democratico, che nello stesso tempo non rinunci al fenomeno democratico e insostituibile della leadership. La sfida che abbiamo lanciato è impegnativa. Berlusconi mi ha incoraggiato e mi incoraggia, ma ho bisogno del vostro sostegno e del vostro contributo. L’avvio della stagione congressuale è solo la prima tappa del processo di rafforzamento e di democratizzazione di Forza Italia. Pochi mesi fa abbiamo costituito una Commissione per la revisione dello Statuto, con la partecipazione di 66 membri parlamentari. E’ stato approvato all’unanimità da un’apposita Commissione, al termine di una discussione che si è protratta per mesi, un nuovo regolamento fondato sulle esigenze di radicamento territoriale, di partecipazione degli iscritti, di rinnovo della classe dirigente locale, di garanzia di rappresentanza per le minoranze. Non solo: è stato stabilito, innovando rispetto al passato, che nell’ambito dei congressi comunali vengano eletti i delegati ai congressi provinciali.
Alla data del 28 febbraio 2007 è stato raggiunto il record storico degli iscritti al partito: 401.014. Un dato straordinario, se si pensa che nel 2005 i soci erano 190.012, e che il precedente primato, fissato nel 2000 alla vigilia del trionfo elettorale, si era fermato a quota 312.863 iscritti. In questo senso, è significativo che dall’inizio di giugno alla fine di settembre di quest’anno siano stati convocati 4.306 congressi comunali. Al termine di questa prima fase, dunque a partire dal 30 settembre, si svolgeranno in tutta Italia 120 congressi provinciali e 12 congressi in altrettante grandi città. La lunga stagione si concluderà il 15 dicembre prossimo. Un altro indicatore significativo della volontà di Forza Italia di raggiungere una presenza sempre più capillare sul territorio, è l’elevato numero di coordinamenti comunali da eleggere. Su un totale di 8.101 Comuni italiani, la precedente stagione congressuale, nel 2003, aveva eletto 2.100 coordinamenti. Nel 2007 si è giunti a quota 4.306: essi sono più che raddoppiati. Al 31 luglio scorso, i congressi comunali già svolti e programmati erano 2.248. Al termine della stagione congressuale, Forza Italia sarà dotata di una nuova classe dirigente, eletta dagli iscritti, composta da 4.306 coordinatori comunali, 25.836 membri dei comitati comunali, 19.297 delegati ai congressi provinciali. Quanto al radicamento inteso come presenza sul territorio, rispetto al 2003, anno di massima espansione, Forza Italia ha raddoppiato il numero delle sedi censite, raggiungendo quota 4.306.
Forza Italia si conferma, anche per quel che concerne il suo insediamento, l’unico grande partito veramente nazionale oggi presente sullo scenario politico. La seconda tappa riguarda il livello regionale del partito che deve essere reso più collegiale e democratico. L’esperienza resa possibile dall’On. Ghedini in Veneto da questo punto di vista è importante e può essere estesa a tutto il partito. Così come l’esperienza delle primarie a Roma lanciata da Francesco Giro è un altro modello che si può seguire da parte di tutto il Partito. La terza e ultima tappa è quella della elezione di una direzione del partito. Forza Italia è rimasto l’unico vero, grande partito popolare, interclassista capace di assolvere ad una “funzione nazionale”, e la liberazione dal dominio della sinistra passa necessariamente da qui. Con la stagione congressuale in corso ci siamo prefissi due obiettivi: consolidare ovunque la nostra presenza sul territorio e democratizzare il partito dal basso. E’ il tempo di mobilitarci per valorizzare l’orgoglio di partito, per sfruttarne al meglio le tantissime energie interne ed esterne, senza confusioni di ruoli e senza fughe in avanti, ma nella consapevolezza di una missione che ci viene affidata dalla maggioranza degli italiani che conta su di noi per riprendere il cammino del riformismo e della piena libertà. Forza Italia è il grande fiume del rinnovamento, e più grande è il fiume più ha bisogno di affluenti che ne aumentino la portata. E un grande fiume non può temere gli affluenti. Sui valori. La svalutazione della politica è pericolosa perché la sua crisi rischia di trascinare con sé anche la crisi della democrazia. Restituire una missione alla politica significa anche rafforzare la democrazia. I destini della politica e della democrazia sono strettamente intrecciati. Tutto ruota attorno alla questione dei valori: senza valori la politica scade a mera gestione del potere, senza valori la democrazia diventa una democrazia puramente procedurale: una meccanica contabilità di opinioni e di preferenze.
Una politica come pura gestione del potere e una democrazia come puro strumento per la regolazione e il soddisfacimento dei diritti individuali, dove conducono? Conducono al dominio di poteri sottratti al controllo sociale, impermeabili alla trasparenza e alla legittimità democratica, al prevalere di uno scientismo tecnocratico indifferente al valore dell’umano, infine alla perdita della libertà. Oltretutto questi problemi riguardano tutti. Di fronte ad essi non vi sono distinzioni fra destra e sinistra, fra laici e cattolici. Anzi richiedono una comune condivisione di alcuni valori fondamentali, l’assunzione di comuni responsabilità, la promozione di un rinnovamento che riguardi l’intera società. Altrimenti la partita sarà persa, e non vi saranno vincitori. C’è infatti una novità fondamentale rispetto al passato: che la politica oggi è sempre di più antropologia, perché è costretta a interrogarsi e ad affrontare problemi che riguardano come si nasce, come si vive, e perfino come si muore.
La politica è bio-politica, e le distinzioni riguarderanno sempre di più le risposte che diamo ai problemi della vita, dell’uomo a contatto con i problemi dell’economia, dell’ambiente, della tecnica e della scienza. Le differenze in politica riguarderanno sempre di più quali limiti porre allo sviluppo incontrollato economia, allo sfruttamento dell’ambiente, all’applicazione della tecnica e al potere della scienza. Il Santo Padre nel corso dell’incontro con i giovani a Loreto li ha invitati a cambiare il mondo, a non accettare il mondo così com’è, a non perdere mai la speranza di un cambiamento sulla base dei valori più profondi della nostra civiltà cristiana. Questo messaggio del Santo Padre è importante perché il vero discrimine oggi passa tra chi accetta il mondo così com’è, tra chi accetta le mode, le abitudini, i costumi diffusi, così come si manifestano, e chi invece non si rassegna a questa modernità. Il paradosso è che oggi la sinistra si identifica completamente con questa accettazione della realtà, sulla base di una malintesa concezione della laicità, mentre la cosiddetta destra si oppone ad essa, cercando di trasformare la realtà in base ad una diversa concezione della libertà. Il problema è proprio la concezione che abbiamo della libertà. Esiste infatti oggi un’ideologia libertaria, una sorta di ultraliberalismo, che si fonda sull’ispirazione, particolarmente diffusa, all’autonomia dei comportamenti individuali. E’ un vento potente che spira. Non illudiamoci. Le persone – come dice René Rémon – vogliono essere artefici del proprio destino. Rigettano come un’ingerenza nella loro vita privata l’intervento di istanze morali volte ad indicare ciò che è lecito e ciò che non lo è. Questa domanda di autonomia si manifesta soprattutto nel campo dei costumi e dei comportamenti sessuali, la cui liberalizzazione appare a molti come il criterio ultimo della modernizzazione, ossia della secolarizzazione delle nostre società. E’ incredibile come Pier Paolo Pasolini avesse intuito questa evoluzione della nostra cultura e in particolare della cultura di sinistra, orfana dell’ideologia comunista, quando denunciava una cultura che ormai utilizzava solo il pronome “io”. Una cultura che coincide con una pura “grammatica dei diritti” e dei desideri, che attendono solo di essere riconosciuti e garantiti. Una cultura che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura e ultimo criterio delle nostre scelte, delle nostre decisioni e dei nostri comportamenti solo il proprio io e la sue voglie.
Già nel 1999 il Cardinale Martini aveva identificato questo pericolo, quando scriveva: “c’è nella dottrina sociale della Chiesa la vocazione a una socialità avanzata. Essa ha caratteri diversi da quella attualmente in auge%2C di tipo radical-individualistico-libertario fautore dei soli diritti individuali – nella quale per lo più viene fatto risiedere il progressismo. Quella cattolica è piuttosto una socialità di tipo relazionale, che punta sui diritti della persona, delle comunità a cominciare dalla famiglia, dei gruppi sociali e infine dallo Stato di tutti: una socialità che non scollega mai la libertà dalla responsabilità verso l’altro”. La scelta è fra queste due visioni, tra queste due concezioni della libertà e dello sviluppo della società. Tra una società strutturata e una società destrutturata. Quest’ultimo modello significa di fatto l’accettazione dell’attuale dinamica delle società moderne, con tutti i fenomeni conseguenti di anomia, di atomizzazione e di solitudine dei cittadini, di cancellazione dei rapporti sociali. Ad una concezione della libertà fondata sull’individualismo, alla neutralità etica e al relativismo, dai quali ha origine una società destrutturata, dobbiamo opporre una concezione della libertà fondata sulle “relazioni sociali”, capace di guardare all’uomo nella sua incommensurabile dignità, ma a partire dai suoi legami e dalle sue responsabilità di fronte ai propri simili. Il tipo di relazione che intrattengo con gli altri diventa in sostanza il vero banco di prova della mia autonomia e della mia vera libertà. E’ importante notare come una parte significativa del pensiero femminile illumini questa nostra concezione della libertà. Marina Terragni, ad esempio, nel suo libro “La scomparsa delle donne. Maschile e femminile”, scrive: “Dal nostro sgabuzzino di occidentali eliminerei un bel pò di diritti, e soprattutto eviterei di accumularne sempre di nuovi, e sempre più crudelmente minuziosi. Nell’esercizio dei nostri diritti siamo soli e bellicosi, e mi pare che tante volte i diritti sostituiscano le relazioni, proliferano dove i legami e i rapporti hanno fallito e si è prodotta infelicità e solitudine. Rinuncerei, in sostanza, a un po’ di individuo, tornando a porre l’accento sulla relazione, sul fatto che sono altri a farci essere quello che siamo e perfino a farci essere liberi, riconoscendo la nostra interdipendenza e il nostro bisogno dell’altro”. Secondo questa concezione, l’altro non è un limite alla mia e alla nostra libertà, ma è parte integrante della nostra libertà. Con il filosofo Lévinas diciamo: esiste un primato della responsabilità nei confronti dell’altro. Il nostro io aprendosi all’altro torna ad essere più forte e più ricco.
Il cristianesimo costituisce da oltre duemila anni uno degli esempi più riusciti di questa capacità di imparare dall’altro senza rinunciare a se stessi. Come si vede la migliore tradizione del pensiero cristiano e la migliore tradizione del pensiero liberale e socialista democratico, con il contributo del pensiero femminile, si avviano a trovare un incontro su una serie di pilastri fondamentali, come ha scritto il filosofo Sergio Belardinelli, che potrebbero essere sintetizzati in questo modo:
1) i singoli individui, le singole persone, rappresentano il valore più alto della comunità politica;
2) in quanto uomo, l’uomo ha dei diritti (diritto alla vita, alla libertà, alla proprietà, all’educazione dei figli), che vengono prima dello Stato e ne fondano la legittimità;
3) essendo libere, le persone debbono poter perseguire liberamente i loro interessi, secondo i criteri di benessere che essi stessi scelgono;
4) non essendo la persona “un’isola”, i legami con gli altri, gli usi e i costumi della comunità nella quale siamo nati incidono profondamente sulla nostra identità personale e sulla nostra capacità di essere liberi e felici;
5) abbiamo dunque dei doveri nei confronti del bene comune, che si esprimono come “reciprocità”: dobbiamo promuovere le capacità dell’altro, favore il suo potenziamento, nella fiducia che l’altro farà lo stesso con noi. Quanto allo Stato 6) secondo lo stesso principio di reciprocità, anziché sostituirsi alle persone singole, alle famiglie o alle associazioni, deve aiutarle a realizzare le loro finalità; lo Stato, quindi, 7) non rappresenta più la grande macchina che dispone e realizza il “dover essere” della società; rappresenta piuttosto il principio ordinatore di una pluralità di istanze che si generano spontaneamente e autonomamente nella società stessa, rispetto alle quali, tuttavia, lo Stato, proprio se vuole essere veramente sussidiario, non può essere nemmeno del tutto indifferente, visto che tra le diverse forme di vita sociale e individuale dovrà privilegiare e promuovere quelle che a loro volta promuovono determinati capitali sociali, rispetto a quelle che semplicemente li usurano”.
La famiglia rappresenta la cartina di tornasole di questa concezione della società, che privilegia l’autonomia della società civile, le relazioni sociali, la libertà di una persona responsabile nei confronti degli altri e della comunità. Ci siamo opposti alla proposta del governo sui PACS per ragioni di metodo che di merito. Di merito perché il tema delle unioni civili ha una valenza etica che chiama in causa la coscienza di ognuno di noi e non può essere imposto per disciplina di partito, sulla base di una proposta del governo che scardina di fatto l’istituto della famiglia sul quale è stato nei secoli costruito il modello della società occidentale e sul quale poggia la nostra Carta Costituzionale. Ciò, naturalmente, non significa avallare odiose posizioni culturali discriminatorie. Queste non meritano alcuna condiscendenza e, piuttosto, richiamano a un impegno attivo in difesa del più rigoroso rispetto della libertà personale. In questo impegno siamo certi di trovarci accanto alla parte meno ideologizzata della comunità omosessuale, pienamente consapevole dei rischi insiti nell’inseguire goffamente l’obiettivo di un riconoscimento statuale della propria diversità. Ciò non equivale in alcun modo a negare che vi possa essere lo spazio concreto per un intervento riformatore che affronti alcune situazioni nelle quali l’attuale ordinamento, fondato sulla centralità della famiglia, non riesce a dare risposte efficaci a concrete esigenze di quanti non siano uniti in un vincolo matrimoniale. Lo dico ancora più chiaramente: non saremo mai favorevoli a soluzioni che equiparino o cerchino surrettiziamente di equiparare le unioni di fatto alla famiglia naturale fondata sul matrimonio. Ma soprattutto le questioni di bioetica definiscono la nostra concezione della libertà e dello sviluppo della società.
E’ di questi giorni la discussione intorno alla vicenda accaduta in un ospedale di Milano, che ha fatto parlare di una terribile marcia verso la selezione genetica, travestita da libera scelta dei genitori. Sono d’accordo con Eugenia Roccella: non si tratta di mettere in discussione la legge 194, ma dopo trent’anni servirebbe un tagliando. Le nuove tecniche mediche, e le scelte che implicano, tendono a svuotarla di senso, approfittando delle incertezze interpretative. Quella parte della 194 che riguarda la prevenzione non è mai stata messa in pratica, e le donne che avevano bisogno di aiuto per diventare madri sono state lasciate sole. Così come la diffusione e lo sviluppo delle diagnosi prenatali hanno scardinato gli articoli 6 e 7 della legge, fatti in origine per circoscrivere il ricorso all’aborto terapeutico, ed escluderlo quando il bambino ha la possibilità di sopravvivenza autonoma (e quindi a partire dalla 22 settimana). Non serve perciò cambiare la legge, sollevando altri polveroni ideologici, ma il Ministero potrebbe “fornire indirizzi e regole, stilando delle linee guida, per mettere qualche paletto, senza toccare la legge.
Sono convinto che su questi temi, quando si discute con pacatezza e serenità, si può raggiungere un vasto consenso e un accordo tra laici e cattolici. Molti laici hanno riconosciuto che la cultura cattolica è oggi impegnata fino in fondo in una difesa strenua della sacralità della vita e della sua inviolabile “naturalità”. E che le preoccupazioni chela ispirano – se non vengono scagliate come pietre dogmatiche – possono diventare patrimonio comune della collettività, anche di chi non vede il segno del divino nel compiersi dei processi biologici, e ritiene che la cosiddetta natura non riveli altro se non la propria storia. Aggiungendo che c’è da costruire insieme un nuovo statuto della persona, in grado di coniugare libertà e responsabilità nell’epoca della rivoluzione genetica; c’è da mettere in campo “un’etica della specie” che guidi e orienti possibilità trasformatrici che sembrano senza limiti; c’è da gestire un rapporto fra potere della tecnica e difesa dell’uniformità di base del “vivente umano”: la nuova frontiera dell’eguaglianza. Tutto questo deve diventare lavoro comune di tradizioni di pensiero diverse.
Il nostro è un Paese fragile, ma è abbastanza adulto da non aver bisogno né di soluzioni neoguelfe, né di nuove brecce di Porta Pia. Chi lo dimentica, non andrà lontano. Noi non lo abbiamo dimenticato. Forza Italia è diventata la casa dei laici e dei cattolici, della loro comprensione e collaborazione. Pensate che questo sia avvenuto per caso, oppure che c’è alla base un lavoro paziente, prudente e sapiente? Un impegno intellettuale oltre ché politico, che secondo me sono inscindibili. Forza Italia, ha storicamente rappresentato il primo tentativo di annullare la valenza politica della contrapposizione tra credenti e non credenti. Da tale primato deriva che il riferimento alla coscienza e alla sua libertà, in materie come queste, per noi non può essere eluso. Ci viene imposto dalla nostra stessa storia. Ma il richiamo alla coscienza non significa affatto un preventivo e indistinto “sciogliete le fila”. Lo ribadiamo: in questa materia la contrapposizione non è fra laici e cattolici, fra modernisti e tradizionalisti, ma tra quanti credono che la libertà sia fondata innanzitutto sulla responsabilità individuale e coloro che, invece, credono che libertà equivalga alla soddisfazione – per mezzo dello Stato – di ogni desiderio. Noi, per storia e per ragione facciamo parte, senza distinguo, del primo partito.
