Forze Convenzionali in Europa: a che serve oggi il Trattato CFE?
21 Febbraio 2009
Durante la guerra fredda, mentre l’Europa viveva nell’equilibrio del terrore e sotto la minaccia dell’escalation degli armamenti e della “distruzione reciproca assicurata”, non si fermò mai l’attività di controllo degli armamenti e numerosi furono, fra i due blocchi contrapposti, gli accordi sulla riduzione delle armi, sia quelle nucleari che quelle convenzionali. Per quanto riguarda queste ultime, un ruolo fondamentale fu svolto dal trattato sulle Conventional Forces in Europe, il CFE, firmato nel novembre 1990 dai Paesi della NATO e da quelli dell’allora blocco sovietico. Geniale nella sua semplicità, si basava sull’individuazione di cinque categorie di armamenti e fissava i tetti massimi che ciascun blocco era autorizzato a detenere nell’area compresa fra l’Atlantico e gli Urali: 20.000 carri armati, 30.000 veicoli corazzati, 20.000 pezzi di artiglieria, 2.000 elicotteri d’attacco e 6.800 aerei da combattimento. Alla fine del 1990 i due blocchi contrapposti esistevano ancora e un trattato del genere aveva un senso.
Nessuna meraviglia, dunque, che i principi alla base del CFE siano stati seguiti dalla comunità internazionale anche durante e dopo l’implosione iugoslava degli anni Novanta dello scorso secolo per limitare i quantitativi degli armamenti detenuti dai vari contendenti. Si decise allora, a metà del 1996, di applicare i medesimi criteri del CFE (nelle stesse cinque categorie di armamenti) ai quattro principali attori regionali: Croazia, Repubblica federale iugoslava e le due entità sub-statali della Bosnia-Erzegovina, vale a dire la Federazione croato-musulmana e la Repubblica srpska. Anche questo aveva ancora un senso e contribuì a raffreddare una situazione molto delicata.
Oggi, a distanza di quasi vent’anni dalla firma della prima versione del trattato, i criteri su cui si basava non hanno più significato. La prima ragione è il mutamento del quadro geopolitico odierno nell’area fra l’Atlantico e gli Urali. In Europa non esistono più i blocchi contrapposti, i Paesi un tempo avversari ora sono alleati e quindi il motivo del bilanciamento regionale o del bilanciamento fra Stati è venuto meno e continuerà a venir meno man mano che nuovi Paesi aderiranno alla NATO e all’UE. Se vent’anni fa era lecito e sensato bilanciare il numero di elicotteri sul suolo tedesco e su quello polacco, che senso ha farlo oggi, con Germania e Polonia entrambe nella medesima Alleanza Atlantica e in Europa?
E a tredici anni dalla fine del conflitto bosniaco nemmeno nel territorio della ex Iugoslavia è sensato parlare di CFE: l’allora Repubblica federale iugoslava ha subito altre due scissioni dando luogo a tre nuovi soggetti statali: la Serbia, il Montenegro e (piaccia o no) il Kosovo. Inoltre, tutti gli Stati della regione, dopo avere aderito alla Partnership for Peace, stanno appunto percorrendo il cammino che li porterà, a breve, medio o lungo termine, ad aderire alla NATO e all’UE. Un sentito grazie al maxi-CFE europeo e al mini-CFE balcanico, dunque. Sono stati utili per ridurre gli armamenti e con essi la conflittualità, ma non servono più.
Inoltre, le forze armate europee sono cambiate: tre o quattro lustri fa erano formate prevalentemente da coscritti e senza supporti tecnologici avanzati, mentre oggi sono in gran parte professionali e ad elevata tecnologia. Nuove iniziative sono entrate nella pratica comune, come l’esternalizzazione dei servizi (c’è chi preferisce chiamarla outsourcing) e l’ampio ricorso alle compagnie private di sicurezza (PSC e MSC, ovvero le private security companies e le military security companies). La minaccia è cambiata, viviamo in tempi di pirateria, di immigrazione clandestina, di traffici illeciti di armi e soprattutto di terrorismo, tutte cose che all’atto della firma del CFE erano ancora lontane dall’essere immaginate. E’ vero che non si combatte una minaccia non convenzionale con armi convenzionali ma quest’ultime servono ugualmente per fare peacekeeping, stabilizzazione e ricostruzione (ed è questa la seconda ragione dell’inutilità del trattato).
Veniamo al terzo motivo. Il peacekeeping, la stabilizzazione e la ricostruzione li fanno, e con successo, anche certi Paesi dell’Unione Europea come Svezia, Finlandia e Austria che erano neutrali rispetto ai due blocchi. E si dà il caso che i Paesi neutrali siano esclusi dal CFE, cosa che ne aumenta e sottolinea ancora una volta l’inutilità. E il giorno in cui anche quei Paesi oggi neutrali dovessero entrare nella NATO, trovare residui motivi di validità di quel trattato sarà un compito sempre più arduo.
La quarta ragione di inutilità del CFE è rappresentata dalle mutate procedure e dalle innovazioni odierne, anch’esse impensabili ai tempi in cui il CFE è stato concepito, come – tanto per fare qualche esempio – la NCW (network centic warfare), la digitalizzazione delle unità operative, la cyber–warfare, la robotica, gli UAV (unmanned aerial vehicles). Le cinque categorie di armamenti convenzionali oggetto del CFE sono strettamente interconnesse con le procedure di cui sopra ed è materialmente impossibile quantificare il peso operativo di un robot, di un computer, di un drone o di una brigata “digitalizzata”, vale a dire dotata di sofisticati sistemi tecnologici che rendono tutte le sue componenti interconnesse in rete fra di loro e con le unità cooperanti, anche di forze armate diverse. Come si fa a comparare una divisione digitalizzata con una tradizionale? Impossibile.
Infine, quando il CFE è stato concepito, il suo principale termine di riferimento era lo Stato nazionale. Ma oggi lo Stato nazionale conta sempre meno mentre le Organizzazioni internazionali contano sempre più: ecco la quinta ragione di inutilità. Anche le organizzazioni internazionali (NATO e Unione Europea in primo luogo) hanno bisogno di determinate capacità militari per concretizzare le proprie strategie, e tali capacità non possono rimanere ostaggio di un trattato che non serve più a nulla.
Si può trovare un sesto motivo di inutilità del CFE nel fatto che l’allora presidente russo Vladimir Putin, con un decreto del 14 luglio 2007 (l’anniversario dell’inizio della rivoluzione francese è casuale), ha decretato la sospensione, per la Russia, degli obblighi derivanti dal Trattato. Il decreto è entrato in vigore 150 giorni più tardi, ovvero il 12 ottobre 2007 (anche l’anniversario della scoperta dell’America penso sia casuale, ma non ci giurerei). Da quel giorno, di diritto non esiste più un Trattato che già non esisteva più di fatto. Se talune motivazioni addotte dalla Russia appaiono pretestuose, di certo non si può dare torto a Mosca quando afferma che “la vetustà del Trattato non rispecchia l’attuale situazione geopolitico-strategica”.
Studiamo dunque il fenomeno CFE come un interessante tentativo di risolvere le crisi del passato, ma non consideriamolo uno strumento moderno, né tantomeno applicabile alle crisi future. Lasciamolo ai libri di storia militare, né più né meno quanto la balestra, utilizzata nel 1096 durante la prima Crociata ma poi bandita nelle Crociate successive dal Concilio Laterano perché ritenuta un’arma troppo letale (fu il primo esempio di “controllo degli armamenti”). Ma pretendere di usarlo come uno strumento moderno sarebbe come continuare a usare la balestra.
