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Referendum Catalogna

Fra sovranismo e “piccole patrie”, in Europa grande è la confusione

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La vittoria del presidente Trump negli Usa e Brexit, l’uscita della Gran Bretagna dalla Unione Europea, sono stati due eventi di enorme portata che hanno imposto come parola d’ordine il “sovranismo”, che in soldoni vuol dire il riemergere prepotente degli Stati Nazione. Scenario che a livello internazionale sembra confermato dalla ormai conclamata sfiducia dei popoli verso grandi costruzioni sovranazionali come l’Unione Europea, è sufficiente pensare a qual è il pensiero comune dei popoli europei sulla Ue, o al discorso pronunciato proprio dal presidente Trump alle Nazioni Unite nei giorni scorsi, una sorta di uppercut al Palazzo di Vetro e a quella “casta” globalista che si spartisce poteri e poltrone negli organismi internazionali. 

Solo che come in uno specchio deformante al sovranismo si oppone il suo esatto contrario, la spinta verso la regionalizzazione e l’autonomismo come sta accadendo in Spagna con l’annunciato referendum della Catalogna. Referendum rischioso se pensiamo agli effetti di questi spinte centrifughe nel recente passato europeo, con la dissoluzione della ex Jugoslavia partita proprio su un nobile principio come la autodeterminazione dei popoli e precipitata in una guerra sanguinosa. L’intervento della Guardia Civil mandata dal governo di Madrid ad arrestare una dozzina di persone, compreso il braccio destro del vicepresidente della Catalogna e importanti funzionari ed esponenti del governo regionale, la dice lunga su come potrebbero degenerare la cose in Spagna. 

Anche in Italia se pure in misura ridotta abbiamo conosciuto tutte queste spinte e controspinte: con lo svuotamento dei concetti di patria e nazione operato soprattutto a sinistra, innestando sulla nostra storia patria, unitaria e risorgimentale, il mito, o pseudo-tale, della Resistenza (nonostante gli sforzi dell’ex presidente Ciampi, il discorso di Onna di Silvio Berlusconi e il pensiero elaborato a sinistra da personalità come Luciano Violante); con le spinte secessioniste come quella della Lega Nord delle origini, rimessa nell’alveo della vita democratica e portata al governo sempre grazie alla leadership di Berlusconi; con un federalismo incompiuto, come confusa e in fin dei conti fallimentare si è rivelata la riforma del titolo V della Costituzione, operata proprio dai governi di sinistra. 

Ora tocca al sovranismo, ma come detto, nello stesso tempo, negli stessi paesi in cui si utilizzano abbondantemente queste parole d’ordine, si assiste a spinte di natura opposta e autonomistica, vedi i referendum del lombardo-veneto che non sono certo forme di ‘secessione’ come quella catalana ma certo non vanno nella direzione di un nuovo forte stato centrale. La domanda, aperta a questo punto, è che fine hanno fatto le vecchie culture politiche del passato e perché non riescono più a interpretare e a reggere la sfida del cambiamento. L’impressione è che siamo davanti a una grande confusione, e che tra sovranisti, autonomisti, e nella crisi degli enti sovranazionali, non si capisca più chiaramente che cosa sta accadendo.   

 

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