Franceschini non compatta il Pd neanche se ruba la scena a Di Pietro
07 Maggio 2009
Il governo decide di porre la fiducia al ddl sicurezza. E Dario Franceschini sceglie la via più spiccia e dipietrista per marchiare a fuoco il provvedimento del governo e strappare titoli forti sui giornali. "E’ immorale usare la paura per tornare, 70 anni dopo, alle leggi razziali". La frase è di quelle che suscitano sconcerto. Una fuga in avanti che stupisce il centrodestra che si esercita in un tiro al bersaglio, tra indiganzione e ironia, contro il segretario del Pd in versione girotondina e riporta il dibattito politico improvvisamente indietro di quindici anni, grazie alla riesumazione della categoria del fascismo applicata alla critica politica. Una scivolata tanto più fragorosa, considerato che la norma sui presidi – a cui apparentemente il segretario del Pd fa riferimento – è stata tolta dal provvedimento sulla sicurezza.
Ma non ci sono soltanto le dichiarazioni roboanti nell’orizzonte attuale del Partito democratico. Nelle pieghe e negli umori del partito ci sono alcuni sentimenti che continuano ad agitarsi, più o meno sotto traccia. Cresce, ad esempio, la voglia di Udc dopo il voto di Trento, diminuisce verticalmente la spinta verso il referendum e resta forte la sensazione di essere affetti dalla "sindrome Niccolai", calciatore rimasto famoso per l’involontaria propensione all’autogol.
Il punto di partenza è l’impressione, sempre più diffusa che il 21 giugno non si raggiungerà il quorum. Una convinzione motivata dalla scarsa mobilitazione delle forze politiche che, al di là di alcun prese di posizione di bandiera, non stanno certo facendosi in quattro per diffondere il verbo referendario. A questo si aggiunge il cambio di rotta di Antonio Di Pietro, pronto a votare no e ribaltare la posizione assunta qualche settimana fa. E anche all’interno dello stesso Partito Democratico si levano voci contrarie al quesito, addirittura quella di uno dei promotori come Arturo Parisi. Non solo. Come riferisce il sito Affaritaliani, nella giornata di martedì alla Camera si è svolta una riunione segreta con decine di deputati democratici schierati per l’astensione. La tesi è quella che si rincorre sulle labbra di molti esponenti democratici da alcune settimane.
"Non si riesce a capire – dicono in molti – perché il Pd debba continuare a sostenere un referendum che punta a dare il premio di maggioranza alla lista che raccoglie il maggior numero di voti. Si tratta di un regalo clamoroso a Silvio Berlusconi il quale, non più tardi di un mese fa, aveva dichiarato che il suo obiettivo era portare il Pdl oltre il 50% dei consensi popolari. Con il referendum il Pdl otterrebbe la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari senza neanche raggiungere il 50% dei voti alle elezioni".
Sullo sfondo, peraltro, inizia a montare con sempre maggiore forza la questione centrista. Francesco Rutelli, infatti, torna sulla scena delle dichiarazioni pubbliche con un’intervista in cui imbraccia come modello quello di un centrosinistra moderato. «A Trento il Pd era alleato con Udc, socialisti, verdi e l’Unione per il Trentino di Lorenzo Dellai, pioniere della Margherita. Trento conferma che quando c’è un’interpretazione sobria e operosa del cattolicesimo politico gli elettori rispondono con fiducia. Non riesco ad accettare che il Pd sia sempre definito la sinistra».
Il problema è che anche tra gli stessi cattolici si profilano all’orizzonte posizioni diverse visto che soltanto pochi giorni fa Enrico Letta aveva lanciato un duro affondo al partito di Casini, criticando la scelta di candidare nelle liste per le Europee Emanuele Filiberto di Savoia. Segnali positivi starebbero, invece, arrivando sul fronte della futura collocazione del Pd nel Parlamento europeo. La nascita del nuovo gruppo parlamentare che vedrà insieme gli eletti del Pd e quelli del Pse, la cosiddetta Alleanza dei democratici e dei socialisti, potrebbe, infatti, prendere forma nelle prossime settimane. La contrarietà dei popolari e dei rutelliani all’ingresso nel gruppo del Pse e l’impraticabilità di dar vita a una federazione, visti i regolamenti parlamentari europei, ha fatto partire il lavoro diplomatico di Franceschini e degli altri dirgenti del Pd. Piero Fassino qualche giorno fa è stato a Parigi e lì avrebbe ottenuto l’ultimo via libera, quello dei socialisti francesi, alla nascita di un luogo nuovo in cui staranno insieme i democratici italiani, i socialisti e altre formazioni progressiste, non socialiste. Un gruppo che sarebbe il secondo in ordine di grandezza dopo il Ppe e consentirebbe al Pd di Franceschini di evitare l’isolamento e allontanare lo spettro dell’irrilevanza politica in quel di Strasburgo.
