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Papale papale

Francesco non parlava dei gay ma del loro “diritto al figlio”. Ed è molto peggio.

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In un certo senso è vero: papa Francesco non ha detto quello che molti pensano abbia voluto dire. Purtroppo ha detto molto di peggio. Non si tratta “soltanto” dell’invito al riconoscimento giuridico delle unioni omosessuali, fatto già abbastanza clamoroso per un Pontefice. Tantomeno si tratta del riferimento ai diritti individuali delle persone conviventi, indipendentemente dalla natura del loro rapporto: una legge del genere verrebbe approvata in cinque minuti all’unanimità. Men che mai le incaute dichiarazioni rilanciate dal documentario presentato in queste ore possono essere derubricate come una preoccupazione per il diritto degli omosessuali a non essere rifiutati dalla propria famiglia d’origine (ci mancherebbe).

Per leggere con la giusta lente le affermazioni di Bergoglio bisogna collegare i puntini. Il disegno che ne esce è nitido e inquietante, e porta dritto al vero cuore della questione: la genitorialità. Lo hanno ben capito i fautori della legge Cirinnà, che sull’obiettivo di affermare un “diritto al figlio” contro la biologia e lo stesso ordinamento italiano hanno costruito l’impianto normativo, e che non a caso al Papa hanno tributato applausi a scena aperta.

Si trattasse dell’ennesima sortita su accoglienza pastorale, discernimento e via misericordiando, saremmo tutto sommato alle solite. Si dà il caso, invece, che oggetto dell’intervista papale nel docu-film incriminato non sia una generica pastorale per persone attratte dal proprio stesso sesso – e già sarebbe assai -, ma la vicenda di due uomini, presentati come “genitori” di tre bambini ottenuti in realtà in Canada con il ricorso all’utero e al materiale genetico altrui. Certo, va detto che la storia l’hanno scelta oculatamente: come per spingere l’eutanasia si prendono a paradigma casi di sofferenza così estrema da mettere a dura prova anche le più tetragone convinzioni, in questo caso l’utero sarebbe stato generosamente “prestato” e non “affittato” dalle gestanti.

L’assenza (presunta) di vil denaro tuttavia non sposta di una virgola il problema di bambini privati della figura materna che pure ha geneticamente contribuito a metterli al mondo, brutalmente rimossa e derubricata da uno dei due “padri”, incalzato sul punto, a mero “concetto antropologico”. E rende davvero inquietante il fatto che il capo della Chiesa cattolica non abbia avvertito in queste ore l’esigenza di provare a raddrizzare – per il poco che era possibile farlo – un messaggio a dir poco destabilizzante in un momento nel quale il senso comune si è già assuefatto all’idea di una genitorialità “acquistata” contro il dato di natura e la strenua resistenza di coraggiose minoranze di tutto avrebbe bisogno fuorché del fuoco amico del romano Pontefice.

A certificare quale sia l’interpretazione autentica delle parole di Francesco, a dispetto dei tanti “pompieri” che provano a gettare acqua sul fuoco dimostrandosi più papisti di un Papa che non pare interessato a correggere il messaggio, campeggiavano stamane sui maggiori quotidiani interviste a uno dei due “padri” menzionati nel lungometraggio. Egli racconta di una lettera inviata a Santa Marta per raccontare la propria storia e di una telefonata ricevuta pochi giorni dopo da Bergoglio che lo ha esortato a bussare in parrocchia per veder aprire la porta a sé e ai suoi figli. Non sappiamo se Francesco, da un capo all’altro della cornetta, abbia chiesto al suo interlocutore notizie della mamma di quei bambini. E, in tal caso, non sappiamo se egli gli avrebbe risposto come ha fatto qualche tempo fa in una trasmissione televisiva: “La madre non c’è. La madre è un concetto antropologico…”.

Santo Padre, il problema non è il rispetto per ogni persona, che non è in discussione. Non è nemmeno l’accoglienza pastorale per ogni figlio di Dio. Il problema è il diritto naturale, che la Chiesa sembra aver rimosso dal proprio orizzonte. Ed è un problema da non dormirci la notte, perfino per chi non crede.

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