Fredrik Reinfeldt provoca gli svedesi: “Andate in pensione a 75 anni”

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Fredrik Reinfeldt provoca gli svedesi: “Andate in pensione a 75 anni”

10 Febbraio 2012

Di sicuro se l’aspettava: le sue parole avrebbero sollevato un polverone. E così è stato. È bastata un’intervista al quotidiano Dagens Nyheter perché insorgessero i sindacati, si indignasse l’opposizione e la gente si sentisse chiamata in causa. Ma del resto il premier svedese Fredrik Reinfeldt è andato a toccare un argomento che scalda gli animi: pensioni. Per la precisione, pensioni a 75 anni.

È questa l’idea lanciata dal primo ministro che dal 2006 guida la Svezia con una coalizione di centro-destra. Per ora si tratta solo di una considerazione che parte dall’analisi di un dato di fatto: il sistema pensionistico rischia di collassare sotto i colpi di una aspettativa di vita che si allunga. Cambia il mondo in cui viviamo; presto dovremmo dunque essere pronti a cambiare pure alcune regole ritenute intoccabili.

Intervistato martedì scorso dal Dagens Nyheter, Reinfeldt è stato chiaro: il sistema pensionistico non si basa su una magia (parole sue) ma su calcoli. Pura matematica. “Se le persone pensano di poter vivere di più e contemporaneamente di lavorare lo stesso numero di anni” ha spiegato, “allora devono essere pronte a fare i conti con pensioni ridotte. E allora mi chiedo: le persone sono pronte ad avere pensioni più basse? Io credo di no”.

Da qui l’ipotesi di lavorare fino a 75 anni, una possibilità che secondo il primo ministro gli svedesi dovrebbero cominciare a prendere in considerazione se vogliono mantenere il loro tenore di vita. In futuro, il sistema pensionistico in Svezia potrà restare in equilibrio solo se la gente resterà a lavoro più a lungo.

Siamo al cospetto del problema che tutte le nazioni occidentali stanno affrontando: il peso del welfare, il welfare di fronte alla crisi, il welfare di fronte ai mutamenti demografici. Qualcosa va rivisto: nelle prestazioni economiche ma non solo. Lavorare fino a 60 anni e poco più, per Reinfeldt non è più possibile.

Oggi in Svezia funziona così: salvo eccezioni, si può cominciare ad andare in pensione a 61 anni, oppure prolungare la vita lavorativa fino ai 67. Cosa che però fanno in pochi, visto che – dati del Centro Statistico Svedese – gli over 65 ancora a lavoro nel 2010 erano solo il 7,8%. La maggior parte della gente va in pensione intorno ai 63 anni.

Già, la gente. Sono bastate poche ore perché in rete gli svedesi dicessero la loro. Sul quotidiano Svenska Dagbladet nel tardo pomeriggio di martedì scorso le posizioni erano ancora sfumate: 42% favorevoli, 58% contrari. Ma con il passare delle ore, gli svedesi si sono schierati: e così secondo un sondaggio del canale TV 4 i contrari sono il 73%, soprattutto le donne. L’idea di lavorare fino a 75 anni non piace.

Per i sindacati è cosa del tutto normale. “E’ scandaloso” dicono i metalmeccanici, “è una proposta che mostra palesemente la mancanza di conoscenza che il premier ha del mercato del lavoro svedese”. Commenti in linea con quelli che arrivano dalle opposizioni. Secco, secchissimo il no del Partito della Sinistra: “Se dici di voler far lavorare la gente fino a 75 anni, allora non conosci la realtà” ha commentato Wiwi-Anne Johansson. Sostanzialmente della stessa opinione anche i Verdi. In certi settori è impossibile lavorare fino ai 75, e non si può pensare solo all’aspetto economico, dice il partito: anche la persona deve essere tenuta in considerazione. Ma i commenti più severi arrivano dal Partito Socialdemocratico: “Parlare di alzare l’età pensionabile è una provocazione per tutti coloro che vorrebbero lavorare più a lungo ma non possono” dice Tomas Eneroth, responsabile degli Affari sociali per i laburisti.

‘Lavorare più a lungo’, appunto. Reinfeldt ha parlato anche di questo. “La ricetta della sinistra è che quando trovare lavoro è difficile si anticipa la pensione o si ricorre ad altri benefici garantiti dal welfare. Io sono invece dell’avviso che bisogna lavorare di più”.

Innalzare l’asticella dell’età pensionabile significherebbe per il premier svedese ridare appeal a tutti quei lavoratori over 50 senza più sbocchi occupazionali. Sul quotidiano Aftonbladet – nel mare di commenti seguiti alla proposta di Reinfeldt – se ne leggono molti del tipo “il problema è che non ci sono più posti di lavoro dopo i 40 anni: come possiamo lavorare fino a 75?”. Le aziende non assumono i ‘vecchi’, dicono in tanti.

Quello di ri-occupare i lavoratori di 55 e più anni è un tema fondamentale anche in Svezia, e a maggior ragione in una fase economica nella quale le aziende chiudono e chi ha perso il lavoro difficilmente ne trova un altro. Secondo il primo ministro, un’impresa ci pensa due volte prima di assumere un 55enne con la prospettiva di averlo magari per sei, sette anni. Tutt’altra cosa se gli anni di lavoro sono una ventina. Quanto agli impieghi usuranti, Reinfeldt non si nasconde: ovvio che non tutte le figure professionali possono arrivare a 75 anni. La soluzione però non è necessariamente il pensionamento: piuttosto si deve essere pronti a cambiare lavoro, dice il capo del governo, e a cercarne di più adatti alla nuova condizione.

Reinfeldt non porterà in Parlamento un disegno di legge su questi temi, diciamolo subito. Nessun progetto di questo tipo all’orizzonte. A Stoccolma non sta per cominciare una battaglia politica per alzare l’età pensionabile a 75 anni. Le sue parole sono arrivate alla vigilia dell’incontro che Reinfeldt ha avuto col primo ministro inglese Cameron e con i premier dei Paesi Baltici: sul tavolo i temi dell’occupazione degli over 60 e delle donne. Argomenti di stretta attualità, argomenti su cui è bene discutere, argomenti che prima o poi andranno affrontati sul serio, e le parole rilasciate al Dagens Nyheter a questo sono servite, secondo il premier: a parlarne. Più di qualche analista in Svezia gli riconosce anzitutto questo merito: aver aperto un dibattito sulle pensioni e aver messo all’ordine del giorno il problema del reinserimento sul mercato del lavoro anche degli over 50. Magari 75 anni sono troppi, ma qualche anno in più siamo destinati a lavorarlo tutti.

E così in Svezia si torna a parlare di stato sociale e lo si torna a fare lanciando idee nuove, forti, che all’inizio possono suonare anche provocatorie. Stoccolma in questo è stata spesso pioniera: quel welfare state costruito negli anni ’60 e ’70, quello stato sociale ‘dalla culla alla tomba’, studiato, invidiato e imitato (con alterni risultati) in tutto il mondo è rimasto all’avanguardia per anni. Poi, cambiati i tempi, c’è stata la svolta verso quella flexicurity che a Stoccolma ha garantito e garantisce di mantenere in piedi il mercato del lavoro anche nelle turbolenze della crisi economica. Chissà: magari tra qualche anno la Svezia rivoluzionerà anche le pensioni così come nessuno oggi si sogna neppure di fare.