Fughe di notizie e scarsa obbedienza, il volto peggiore della secolarizzazione della Chiesa
15 Febbraio 2012
La fase più acuta era stata probabilmente dicembre 2010, ma le indiscrezioni che fuoriuscivano goccia a goccia da Wikileaks sui rapporti tra Stati Uniti e Vaticano avevano tenuto banco anche nei mesi successivi. I nuovi “leaks” di questi giorni – dalle denuncie di mons. Carlo Maria Viganò all’ipotesi del complotto verso Benedetto XVI, dalla pubblicazione di appunti di un cardinale per il Papa alla fuga di dossier dalla segreteria di Stato – sono qualcosa di diverso rispetto ad allora. Che si tratti di bufale, di manovre mediatiche, di tentativi per frenare le riforme di Benedetto XVI – come ha suggerito padre Lombardi in una intervista televisiva – oppure di manovre in vista della successione di questo o di quello – come affermano i complottisti di professione – le vicende legate alla fuga di notizie e documenti dalle stanze vaticane sono un fatto preoccupante, e per i fedeli alla Chiesa addirittura inquietante.
Preoccupante indipendentemente dai contenuti, che possono rivelarsi veri o falsi, reali o inventati. Preoccupante perché è sintomo di uno sfilacciamento della correttezza, dell’obbedienza, della riservatezza, perfino della compostezza che sono da tutti considerate virtù dell’uomo di Chiesa e, soprattutto, di chi serve il Papa nella Curia romana. In altri termini: che documenti e rivelazioni escano dalle procure dei tribunali siamo ormai, purtroppo, abituati, che escano dai Sacri Palazzi no, ancora no.
A parte i casi venuti alla ribalta in questi giorni, è da tempo che nella Chiesa si nota un eccesso di protagonismo mediatico. Cardinali, vescovi e prelati parlano troppo, intervengono troppo su mille questioni, vanno troppo in Tv, rilasciano troppe dichiarazioni, gestiscono troppi blog, mettono in rete troppi documenti che sarebbe meglio tenere riservati.
E’ di qualche tempo fa l’attacco diretto sferrato dal Cardinale di Vienna Shönborn al Cardinale Sodano. I due sono stati poi chiamati da Benedetto XVI che deve pressappoco aver detto loro che i panni sporchi si lavano in casa. Ma è frequente, ormai, nella Chiesa, non lavare i panni sporchi in casa. Anche nelle diocesi, e non solo in Vaticano, abbondano i sacerdoti che si concedono ai microfoni, che si prestano a strumentalizzazioni, che muovono critiche interne alla Chiesa, che giudicano i loro confratelli in modo anche molto duro.
Quando lessi il secondo libro del Papa su Gesù di Nazaret fui stupito dai molti refusi di stampa. Trovai la cosa molto strana in un libro del Papa. Possibile che i minutanti della Segreteria di Stato non correggessero più con la proverbiale dedizione ed acribia gli scritti del Santo Padre? Lo trovavo un piccolo ma significativo sintomo di sciatteria che non si addiceva a quei corridoi e a quelle stanze. Le notizie di questi giorni fanno pensare che la mancanza di correttezza vada molto oltre gli innocui refusi degli scritti papali.
La precisione nel servizio alla Chiesa, la fedeltà al Papa che si concretizza anche nel rigore procedurale e nella riservatezza e, soprattutto, l’obbedienza che non permette di sparlare in giro e che dissuade dal protagonismo soggettivo, sembrano in declino, o comunque si notano crepe nel proverbiale rigore ecclesiastico.
Tra le cause di questo sfilacciamento c’è senz’altro, a mio avviso, l’ottundersi dell’obbedienza. Un legame molto stretto connette la mancanza di obbedienza dottrinale al Papa, assai diffusa purtroppo, e la mancanza di obbedienza disciplinare, che trova espressione in queste forme di soggettivismo e di machiavellismo comunicativo. Il 15 aprile 2010 Benedetto XVI aveva parlato proprio dell’obbedienza, dicendo che «è proprio l’obbedienza che dà la libertà».
Questo ci introduce nella seconda causa che spiega questo deterioramento della prassi negli uffici di curia: l’idea tutta mondana del soggettivismo come espressione di sé, come agire in proprio, come volontà di apparire: far uscire alla luce documenti riservati, o far uscire alla luce delle telecamere se stessi, significa rifiutare la riservatezza come stile di vita del sacerdote o del religioso, che un tempo non avevano dubbi di dover vivere “in disparte”. E’ una perdita di consapevolezza della natura del sacerdote, sempre più assimilato al laico. Dire la propria in pubblico, criticare o condannare, far sapere questioni riservate sono azioni normalmente diffuse nel mondo profano, che oggi rischiano di diventare dei diritti anche per il sacerdote, se questo perde la consapevolezza profonda del proprio essere. La secolarizzazione della Chiesa, produce lo scimmiottamento del mondo anche in queste forme.
